Secondo reportage dall’Angola

Da soli si cammina veloci, ma insieme si va più lontano. Questo è quello che CUAMM vuole fare in Africa: camminare insieme all’Africa. L’obiettivo non può essere quello di sostituirsi e fare le cose al posto della gente africana, anche se con la nostra formazione faremo le cose più veloci e meglio, perché tutto questo non porterebbe che a un miglioramento immediato che finirebbe nel momento in cui il medico europeo se ne torna nel suo paese. Quello che è necessario fare è camminare insieme ai medici e agli infermieri angolani che lavorano nel loro ospedale e aiutarli a crescere giorno per giorno.

Carlo ci ha spiegato che per fare questo è necessario rallentare drasticamente il  passo al quale siamo abituati ad andare per iniziare a camminare insieme. E’ importante munirsi di tanta pazienza perché spesso si vedono cose che non si potrebbero accettare con una mentalità europea, bisogna invece cercare di capire cosa sta alla base del problema e provare a migliorare piano piano la situazione cercando di non correre troppo imponendosi e dicendo come devono essere fatte le cose. Avere la presunzione che si possa imporre il giusto modo di fare può peggiorare la situazione perché non è detto che sia la cosa veramente ‘giusta’ in questo preciso contesto considerando che spesso non si è in grado di capire le ragioni culturali che stanno dietro a una determinata azione. Inoltre è necessario creare un rapporto collaborativo dove le decisioni devono essere condivise e accettate in modo tale che gli infermieri e i medici apprendano e continuino a fare anche quando il medico europeo non c’è.

Il primo giorno di ospedale ho avuto modo di vedere direttamente quanto possa essere difficile collaborare e ho avuto un esempio concreto del fatto che anche le cose che sembrerebbero ovvie non possano essere date per scontate.

Durante la mattina di sabato 6 ottobre nel reparto di maternità erano ricoverate 20 donne. Dato che nel piccolo reparto costituito da una stanzona ed una sala travaglio ha spazio per soli 16 letti, 4 donne erano state sistemate nella veranda fuori dalla stanzona ognuna con il proprio letto. (E’ una cosa comune mettere letti fuori dalle mura dell’ospedale dato che sotto la veranda si comunque ben riparati dal sole).

Era una giornata molto particolare a Chiulo perché il cielo era coperto, sembrava quasi che dovesse piovere e c’era molto vento che alzava la polvere e faceva cadere rami e foglie.

Marco ed Io insieme al dottor Carlo siamo tornati prima di cena in ospedale. Anche se in giornata erano state dimesse molte donne e si erano liberati 7 letti all’interno, le quattro donne che stavano fuori in veranda esposte al vento non erano state fatte entrare e avrebbero passato la notte fuori nonostante la presenza di letti liberi.

Erano quattro donne in gravidanza a rischio di cui 2 in pre-eclampsia. Le donne non accennavano a lamentarsi della loro condizione.

Carlo ha subito chiesto che fossero spostate all’interno per passare la notte al riparo ma l’infermiera che era di turno non sembrava voler capire cosa gli stesse chiedendo.

Carlo si è ripetuto più volte ma l’infermiera restava in silenzio seduta dietro la sua scrivania accennando un sorriso un po’ imbarazzato. Non rispondeva quando le domandava perché non fosse d’accordo nel farle spostare.

Carlo aspettava in silenzio la risposta dell’infermiera che rimaneva zitta e non sembrava volesse esprimere la propria opinione, nel frattempo io e Marco insieme a tutte le donne ricoverare guardavamo increduli.

A un certo punto la situazione si sblocca e la donna accenna qualche parola in portoghese che non riusciamo a comprendere chiaramente. Carlo sembra aver capito e arriva ad un compromesso di farne trasferire dentro solamente due.

Tuttora non abbiamo capito perché quella donna non fosse d’accordo nel farle entrare.

Tornando a casa abbiamo riflettuto sull’accaduto e abbiamo provato a darci qualche spiegazione ma Carlo ci ha detto che spesso queste cose succedono e non è possibile capirne i motivi perché abbiamo una visione profondamente diversa delle cose e ci è difficile comprendere gli altri punti di vista dato che non conosciamo le credenze e la cultura del posto.

Beniamino Bortoli

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