L’Italia tra conservatori e riformatori

Non so da  quanto tempo  sentiamo parlare di riforme per le nostre istituzioni . Si chiedono scelte coraggiose per riavvicinare i cittadini alle istituzioni, o meglio  rafforzare l’investitura popolare, che ultimamente sembra parecchio ai margini . Hanno lavorato le Commissioni parlamentari, ci  sono proposte di storici, professori, politologhi. Ma poco o nulla si è sbloccato. Sarà perché c’è troppa contrapposizione  tra  riformatori e conservatori; sarà che sotto sotto le riforme non interessano realmente  alla maggioranza  dei nostri politici, soprattutto a coloro che possono essere classificati tra i “professionisti” del potere;  sarà che ognuno ha una propria visione delle riforme  che non viene conciliata con la visione dell’altro.

Se poi andiamo a vedere bene, anche la differenza tra i riformatori ed  i conservatori non è che poi sia così chiara, così lampante.

Teoricamente si dovrebbe  essere conservatori sui principi, anche se la difesa a spada tratta dello status quo ante  ( condizione di prima  )  non va bene a prescindere, ma si potrebbe  non esserlo sugli aspetti, sui punti di vista, su come considerare un problema.

A questo punto ci sembra attinente  alla circostanza,  riprodurre  quanto scritto all’età di 90 anni da Giuseppe Prezzolini , (Perugia 1882 – Lugano 1982 ), scrittore, giornalista e aforista italiano, che pubblicò il  Manifesto dei Conservatori ( Milano, Rusconi, 1972).

Ecco una sintesi dei  53 punti che lo compongono, di  straordinaria attualità ma soprattutto di convergenza  tra i metodi e gli ideali espressi sia dai riformatori che dai conservatori.

…“Prima di tutto il Vero Conservatore si guarderà bene dal confondersi con i reazionari, i retrogradi, i tradizionalisti, i nostalgici; perché il Vero Conservatore intende “continuare mantenendo”, e non tornare indietro e rifare esperienze fallite. Il Vero Conservatore sa che a problemi nuovi occorrono risposte nuove, ispirate a principi permanenti”.

Il Vero Conservatore è persuaso di essere, se non l’uomo di domani, certamente l’uomo del dopodomani”.

“Il Vero Conservatore si guarderà bene del dare un sigillo religioso alla propria dottrina, perché la dottrina del Vero Conservatore non è fondata sopra una rivelazione ma sopra i fatti e il ragionamento”.

“Il Vero Conservatore è per la natura contro l’astrattismo, per il provato contro il teorizzato, per il permanente contro il transeunte”.

Il Vero Conservatore accetta la necessità di cambiamenti politici, poiché la storia è cambiamento continuo; ma vuole che il cambiamento avvenga con prudenza, con calma, con successivi e tempestivi gradi”.

Il Vero Conservatore sa che la fonte maggiore del rispetto sociale è l’autorità, che l’esempio vale più dei discorsi; e quindi cercherà di essere un campione, insieme con la propria famiglia, delle virtù che fanno generalmente guadagnare l’autorità: ossia il compimento dei propri doveri, l’onestà personale, la capacità di giudizio non partigiano,il mantenimento della parola data, la specchiatezza dei costumi, la coerenza dell’azione con il pensiero, la modestia nella vita sociale”.

Il Vero Conservatore rispetta la libertà dei culti religiosi, ma non permette ad alcun gruppo religioso di esercitare influenza sulla vita politica della società”.

“Il Vero Conservatore sa che l’estensione della burocrazia, (…) l’aumento progressivo delle tasse, la svalutazione della moneta sono stati sempre il principio della decadenza delle società e hanno annunziato il principio della fine della loro indipendenza”.

“Il Vero Conservatore è piuttosto pessimista per natura; non crede che gli uomini nascano buoni e siano fatti cattivi dalla società, bensì che quel poco di buono che ci si può aspettare dagli uomini è il risultato lento di secoli di lotta e di compressione della società per ottenere da esseri naturalmente aggressivi uno sforzo alla collaborazione. Il Vero Conservatore sa che la devozione alla patria, il senso del dovere, il rispetto umano sono virtù di pochi”.

Il Vero Conservatore non ha nostalgia del passato, giudica severamente il presente, e non gli sorride l’immagine del futuro; egli sa che i governi son tutti, all’incirca, oppressivi, tutte le rivolte creatrici di tirannie, e le felicità sognate tutte irraggiungibili; perciò teme i trapassi, le rivoluzioni, le agonie delle attese, le turpitudini delle promesse, i trionfi dei profittatori; e dice agli uomini di contentarsi di ritocchi sensati, di riforme serie, di pazienti creazioni di nuovi sistemi”…

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