In aiuta ai commercianti, fulcro della vita di un quartiere

I commercianti dei centri cittadini o delle zone di periferia sono di solito i primi a risentirsi per le modifiche alla viabilità, ai regolamenti comunali, alle zone pedonali, ai parcheggi. Hanno timore di essere ulteriormente penalizzati, rispetto alle già tante difficoltà accusate con la crisi economica, con l’innalzamento dell’imposizione fiscale, con i continui nuovi obblighi e divieti, con i crescenti problemi dell’ordine pubblico.

immagineIn parte vanno compresi anche perché i negozi, i caffè, i bar, i ristoranti, alla fine rappresentano il fulcro della vita di un quartiere. I negozi aperti sono un servizio importante per tutti (soprattutto per gli anziani che non si possono spostare): una luce nel grigiore generale, sono la vita della città. Rappresentano un presidio che assicura la cura e la pulizia delle vie, come pure la loro presenza diventa, anche casualmente, un punto di incontro per le persone che si scambiano le notizie del quartiere. Con i fondi commerciali vuoti le strade ed i quartieri sono senza vita.

Le iniziative pubbliche, a cui i commercianti si oppongono, generalmente dovrebbero tentare di preservare gli interessi comuni, cercando di fare il minor danno a questa o quella parte. E qui dobbiamo lasciar passare, perché non sempre tutti possono essere accontentati.

Ma ci sono invece altri punti in favore dei commercianti, che non dobbiamo lasciar passare (me ne vengono in mente almeno tre), che mettono in gioco un po’ tutti; dal  governo centrale, agli enti locali, fino ad arrivare ai privati proprietari di fondi commerciali.

Al primo punto mettiamo la richiesta già avanzata da ogni parte, di una deregolamentazione, visto che ci sono sempre più regolamenti sia comunali che igienico/sanitari che alla fine imbrigliano i cittadini e commercianti. Ma non solo loro, talvolta anche gli stessi professionisti incaricati dai commercianti non riescono più a star dietro a tutte le normative prodotte. Le pratiche, i documenti, le verifiche; alla fine diventa un processo davvero estenuante per tutti gli interessati, che comunque va portato in fondo (oltre al costo mai totalmente preventivato).

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Con il secondo punto pensiamo di spezzare una lancia a favore dei commercianti anche per quanto riguarda la spesa per le utenze, in quanto trattandosi di “non domestiche”, anche nei casi di piccoli negozi con bassissimi consumi, si hanno tariffe di gran lunga superiori rispetto ad un’utenza familiare. Anche in questo caso sarebbero auspicabili interventi governativi in aiuto alle attività commerciali, con riduzione delle tariffe in base alle dimensioni, al tipo di attività ed alla zona in cui viene aperta,che se depressa, come dicevamo, può portare dei benefici a tutta la comunità.

Al terzo punto dobbiamo mettere anche una maggiore disponibilità del privato possessore di fondo commerciale. Visto che sono pochi i fortunati commercianti che possono aprire il locale in un immobile di proprietà, il costo dell’affitto va a ricoprire, alla fine, un ruolo fondamentale nella gestione economica dell’attività. Anche se recentemente gli affitti sono un po’ scesi perché insostenibili o perché ci sono fondi sfitti da molti anni, i canoni da pagare sono ancora troppo alti rispetto al loro reale valore, ed i negozi non ce la fanno.

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Così i Comuni, per esempio,  potrebbero censire i fondi sfitti da tempo, spesso tenuti in modo non decoroso e che contribuiscono a rendere un’immagine molto poco accattivante della zona. Aumentare l’imposizione fiscale sugli stessi, nei casi in cui i proprietari non vogliano rivedere al ribasso le pretese economiche, spesso insostenibili fin dai primi mesi di attività, potrebbe essere anche una leve per ammorbidire le loro pretese.

Vita attiva di quartiere ? Senza un ritorno al commercio ciò sarà improbabile.

 

 

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