Il triste primato dell’instabilità politica italiana

Vincere in politica è il meno, il difficile è governare. Nel nostro paese lo vediamo e lo tocchiamo con mano giorno dopo giorno. Raramente i politici di professione si avvicinano ai traguardi offerti in campagna elettorale, ma anche i politici non di professione arrivati al potere non sono da meno (quelli che oggi si accostano principalmente al movimento Cinque Stelle), visto che per ora,  al governo degli Enti locali, stanno dimostrando la loro inadeguatezza, un po’ per le difficoltà croniche del paese, un po’ per la mancanza di esperienza, che li obbliga ad una partenza molto più lenta ed incerta.

Tutti i proclami dei nostri leader di centro, di destra, di sinistra, al momento dei fatti, nella maggior parte dei casi si perdono per strada. Il dopo prima repubblica ha visto alternarsi alla carica di primo ministro Ciampi, Amato, Dini, Prodi, D’Alema, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi. Quasi tutti con periodi molto ristretti; il solo Berlusconi ha avuto dalla sua un periodo più ampio, dal 11 giugno 2001 al 17 maggio 2006 ma, nonostante il tempo, l’Italia non ha goduto dei miglioramenti sperati e preannunciati.

E’ risaputo che l’Italia è il paese con il maggior numero di crisi di governo e dal 1970 visto che la media di un Governo è poco più di un anno. Nessun altro paese al mondo ha una instabilità così pronunciata.

Così accade sempre che tanto ci entusiasmiamo in campagna elettorale (sempre invocata ed osannata da tutti i partiti come soluzione ad ogni problema), quanto ci abbattiamo dopo neppure un anno di ogni nuovo governo.

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L’instabilità politica torna quindi ad essere “il problema” dell’Italia, anche perché molto spesso buona parte del lavoro svolto da un Governo, attraverso leggi, provvedimenti, decreti attuativi, con la caduta o le dimissioni dello stesso, viene tutto perso.

Avrei scommesso che questo Governo avrebbe retto fino alla scadenza del 2018, sia perché credevo che in giro ci fosse la consapevolezza generale che era necessaria una stabilità politica, sia per cercare di risollevare il paese, sia per riguadagnare punti nei rapporti con gli stati e le istituzioni straniere, ma anche perché non si intravedevano gruppi o leader in grado di affrontare e rovesciare l’attuale dirigenza politica.

Invece Renzi con alcuni gravi errori di valutazione del contesto generale e di sopravvalutazione personale, ha fatto sì che il suo Governo, in carica dal febbraio 2014, si dissolvesse, con la scusa referendum.

Francamente diventa duro capire da dove poter ripartire e con chi ripartire per non continuare a ripetere i soliti errori.

Tanti i luoghi comuni legati alla politica come ad esempio che nella nostra democrazia contemporanea il cittadino è la parte più debole, che la spartizione del potere è spesso l’unico mezzo ed il fine della politica italiana, che il popolo italiano è troppo superficiale, che l’ironia viene presa alla lettera e che non si dicono mai tante bugie quante se ne dicono prima delle elezioni.

Allora vorrei concludere soltanto con una frase che mi fa riflette, citando Henry Kissinger «Il novanta per cento dei politici rovina la reputazione del restante dieci per cento».

Stefano Bortoli

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