Regioni: di speciale, ormai, ci sono soltanto i privilegi

Chi mai riuscirà davvero a cambiare le cose che non vanno? Abbiamo ben presente la riforma degli enti locali con il progetto di annullamento delle province, e l’equilibrio precario in cui sono rimaste.

Invece di avere politici nel vero senso del termine, intenti a governare equamente tutto il territorio, trovando soluzione reali ai tanti problemi della gente, ai vertici della cosa pubblica italiana, troppo spesso si posizionano soggetti impegnati nell’arte del governo, nel senso di ricerca di consensi personali e di partito. Alle riforme, alle soluzioni ai tanti problemi ed alle risposte concrete, si penserà più avanti, in un secondo momento, oppure ci penserà chi verrà dopo. La maggior parte dei dirigenti politici alla fin fine pensa che è meglio non spostare troppo gli equilibri, non rendere irascibili aree geografiche o corporazioni, altrimenti i consensi chissà che fine potrebbero fare…

Non andrebbe non solo detto ma neanche pensato, ma il dubbio ormai è legittimo: se la politica non dà più risposte concrete perché la gente deve continuare ad andare a votare?

Torniamo per un momento agli enti locali, in particolar modo alle regioni.

Nelle 20 regioni in cui è suddiviso lo Stato Italiano, 5 (Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia), così dette a statuto speciale, godono di una importante autonomia gestionale e finanziaria, di cui una, in particolare (la Sicilia), non solo trattiene localmente tutti i tributi raccolti nel territorio regionale, compresi gli introiti di giochi e lotterie, ma ottiene ulteriori risorse dallo stato centrale.

Ed ancora; sapete perché il Veneto e la Lombardia hanno fatto quella pantomima del referendum sull’autonomia e il presidente della regione Emilia Romagna sta trattando da tempo con il governo centrale per avere maggiori benefici? Perché le regioni più grandi e ricche del Nord, per l’appunto il Veneto, l’Emilia Romagna e la Lombardia, sono le ultime nella classifica dei trasferimenti di denaro provenienti da parte del governo centrale. Come pure passano un po’ sotto traccia ma periodicamente si ripresentano, i  referendum di cittadine che si trovano al confine tra due regioni, che vorrebbero passare alla regione accanto, solo perché a statuto speciale, nella speranza di avere più fondi e garanzie.

Ma a voi sembra ancora il tempo di mantenere 5 regioni a statuto speciale?  Tale peculiarità fu pensata ed applicata veramente in un’altra epoca, tra rivendicazioni austriache e lotte indipendentiste. Le regioni a statuto speciale inizialmente furono quattro: Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. Solo nel 1963 si aggiunse anche il Friuli-Venezia Giulia.

Ogni statuto speciale aveva i suoi motivi ed una storia particolare:

  • La regione Sicilia, la più antica, già con un regio decreto del 1946, aveva da tempo spinte secessioniste;
  • Idem per la Sardegna dove i politici locali avevano cominciato a parlare di autonomia già alla fine della Seconda guerra mondiale (ma ne ottennero poi una più limitata di quella siciliana);
  • In Trentino-Alto Adige dove l’autonomia venne concessa anche per le rivendicazioni territoriali austriache, il cui governo trattò con quello italiano per le tutele da dare alla minoranza tedesca, e come compensazione per l’opera di “italianizzazione” forzata durante il fascismo;
  • In Valle d’Aosta per tutelare la minoranza francese;
  • In Friuli-Venezia Giulia sia per il problema di Trieste e delle contese territoriali con la Jugoslavia, come pure perché si trattava di un’area che per molti decenni ebbe problemi di sviluppo economico.

La sostanza dei dati ci dice che nessuna delle cinque Regioni è in attivo, sebbene possano trattenere gran parte delle imposte raccolte e godano di una spiccata autonomia legislativa, anche se le 3 regioni a statuto speciale del nord hanno una organizzazione generale ed una offerta di servizi discreta, non paragonabile a quanto offerto dalle altre due, soprattutto la Sicilia, che in certe situazioni (esempio numero guardie forestali, benefit dei consiglieri regionali,  inefficienza ed arretratezza nei servizi e nelle infrastrutture) è scandalosa.

Ed allora anziché cercare di agguantare i privilegi di pochi, perché le regioni perché non fanno cartello proponendo al governo centrale, con la stessa decisione con cui hanno voluto fare il referendum sull’autonomia che ha portato ad inutili costi, di cancellare lo statuto speciale, che come abbiamo visto prima non ha più alcun senso?

A questa risposta torna in campo la convenienza politica di mettersi contro i cittadini di 5 regioni ….

Ridistribuire equamente e premiare le zone e le comunità virtuose. Questo vorremmo sentire dire dai nostri politici nei programmi elettorali, anziché continuare ad avere governi che di fatto sopravvivono per il bene di pochi. Con regioni che alla fine non tutelano più le minoranze e non si impegnano per risolvere i problemi, ma lottano solo per avere privilegi; con Provincie che sono rimaste a vivacchiare con pochi fondi e con Comuni sempre più nelle difficoltà di dare risposte concrete al cittadino.

Il dubbio riaffiora ancora: se la politica non dà più risposte concrete ed eque, pensando solo alla convenienza politica ed ai privilegi di pochi, perché la gente deve andare a votare?

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