Reddito di Cittadinanza: più che “FATTO” – “DA FARE”

Il “reddito di cittadinanza” è sempre stato il primo punto del programma del Movimento 5 Stelle. Ora siamo giunti finalmente al dunque.

E’ bene precisare, anche se può sembrare una sottigliezza di questi tempi, che il “reddito di cittadinanza”, secondo il significato nudo e crudo del termine, nel mondo, esiste solo in Alaska, dove ogni anno viene liquidata ad ogni cittadino, una cifra variabile (che varia con il risultati della vendita del petrolio), all’incirca di mille euro, per il disturbo arrecato per lo sfruttamento ambientale della regione.

Più che altro, come era scritto anche all’interno degli opuscoli del Movimento, sarebbe meglio parlare di una misura per l’inclusione.

Di questo reddito di cittadinanza sono anni che ne sentiamo parlare e sinceramente speravamo che l’organizzazione ed i professionisti del Movimento avessero predisposto un vademecum, teorico ma già testato, oltre che avessero idee ben chiare anche da dove prelevare i soldi per finanziare l’assistenza.

Ma come accade per ogni cosa in Italia, l’organizzazione e la tempistica sono sempre le ultime ruote del carro e tale situazione alla fine spesso porta a far perdere valore ed interesse al provvedimento stesso (che potrebbe essere anche apprezzabile).

Per dirla in forma sbrigativa, la vedo francamente dura che questo progetto possa vedere la luce senza grossi intoppi in tempo utile per le elezioni di maggio prossimo (tutti ne intuiamo i motivi), ed altrettanti dubbi sussistono se a regime possa essere mantenuto con un’organizzazione ed una gestione che non appare per niente snella.

Ecco soltanto alcuni punti che portano a far pensare male:

  • Nonostante nella Legge di Bilancio sia inserito il blocco delle assunzioni nella P.A., per assegnare il reddito di cittadinanza sono necessarie figure professionali (chiamati navigator) per gestire il progetto, avvio compreso. C’è chi stima che saranno necessari 10mila nagivator, mentre la stessa Legge di Bilancio, andando contro al suo stesso blocco, dispone per il rafforzamento dei centri per l’impiego, l’assunzione di un massimo di 4mila unità;
  • Non è ancora chiaro chi procederà all’assunzione del personale mancante; le Regioni visto che i Centri per L’Impiego sono da esse coordinate, oppure l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive sul Lavoro?
  • Chi e come deciderà le regole per la selezione e la distribuzione di questi 4.000 posti tra le varie Regioni?
  • In che tempi si provvederà a completare l’assunzione, così da garantire l’avvio ed il funzionamento del reddito di cittadinanza?
  • Chi sarà assunto molto probabilmente sarà un soggetto non occupato o con un lavoro precario; sarà in grado di seguire il beneficiario del provvedimento, nella ricerca di un lavoro (che troppo spesso non esiste), nella formazione e nel reinserimento professionale?

I giorni volano via, purtroppo. Gennaio è già quasi archiviato. Il 26 maggio ci saranno le elezioni europee.

Nel mezzo un periodo molto breve in cui, questi punti, e chissà quanti altri, dovranno essere smarcati con un “FATTO”. E vedendo come si muove tutto l’apparato burocratico nel nostro paese, non si può essere ottimisti. Quanti punti rimarranno “DA FARE”?

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