Prima di parlare taci

La comunicazione politica è importante, lo è sempre stata. Oggi oltre ai classici canoni di comunicazione (comizi dal vivo, stampa, tv, Parlamento, libri), provenienti dagli Stati Uniti, sono arrivati anche nel nostro paese, gli strumenti moderni, che aumentano l’impulso di parlare.

Si tratta dei così detti social media, Twitter, Facebook, che rappresentano i mezzi per veicolare i contenuti politico-istituzionali, ma anche per far passare alla massa spaccati di vita privata.

Ma non “cinguettano” un po’ troppo i politici? Per me si, con la conseguenza non sempre positiva di avere un processo di eccessiva personalizzazione della politica.

La voglia di parlare è viva sempre, come è forte l’istinto di parlare subito dopo un fatto, dopo un evento, anticipando gli avversari politici. Oppure di rendere pubbliche esternazioni a freddo, lontane dai fatti o dagli eventi, ma con l’intenzione di indirizzare o creare una nuova strategia.

La nostra classe dirigente spesso vuole dire troppe cose senza però pensare alle conseguenze delle parole, che sono tenute veramente poco in considerazione. Non so se a voi fa lo stesso effetto, ma a me vengono un po’ a noia tutti quelli che si affannano a dire la loro. Preferisco un politico che parla poco, che si prende del tempo in più, ma che alla fine esprime un concetto senza sciocchezze, che non deve essere corretto e che può essere verificato con i fatti o con il tentativo di portarlo in realtà.

Preferisco quanti si prendono il tempo necessario per valutare con attenzione ogni particolare, evitando di trarre conclusioni affrettate. Meglio tacere, meglio pensare prima di parlare.

Saper ascoltare, parlare il giusto, avendo prima ascoltato. Ecco le caratteristiche di un politico vero.  E come diceva Ernest Hemingway, purtroppo, –  “Ci vogliono due anni per imparare a parlare e cinquanta per imparare a tacere.” –

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