Riprogettare il mondo di domani attraverso il business sociale

“Un mondo a tre zeri”  è un libro pubblicato recentemente,  scritto da Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006 ed ideatore del microcredito. Sensibile ai bisogni degli ultimi, Yunes in questo libro illustra la sua idea per migliorare il mondo, per renderlo più vivibile ed equo, facendo tanti esempi e proposte realizzabili (che in alcune zone si stanno cominciando a mettere in pratica).

Senza scendere nei particolari delle sue proposte e dei suoi interventi già in atto in tanti paesi del mondo, che sarebbe troppo lungo ed impegnativo raccontare, mi piace però citare alcune sue espressioni presenti nel capitolo di chiusura del libro, che rispecchiano fedelmente la situazione dei nostri giorni : 

Nel’ultimo decennio, abbiamo visto il nostro mondo barcollare da una crisi all’altra: disastri finanziari, carestie, carenza di energia, catastrofi ambientali, conflitti militari, ondate di rifugiati, instabilità politica crescente. Leader populisti chiedono la costruzione di muri fra un paese e l’altro, chiedono che le nazioni abbandonino di colpo le unioni internazionali costruite in decenni di diplomazia e di grandi speranze di pace e prosperità condivise. E’ tempo di riunire il mondo per affrontare insieme questa serie di crisi in modo ben pianificato e ben orchestrato – di cogliere questo momento come la nostra migliore occasione per progettare e realizzare una nuova architettura economica e e finanziaria, perché questi tipi di crisi non si ripresentino più, perché annosi problemi globali vengano affrontati in modo decisivo, e le incoerenze e le mancanze dell’attuale ordine economico e sociale vengano finalmente riparate.L’aspetto più importante di questa nuova architettura economicamente globale sarà la possibilità di portare a completamento il quadro teorico del capitalismo, edificato solo a metà, incorporando il secondo tipo di attività, il business sociale, e rielaborando la teoria sulla scorta del riconoscimento che tutti gli esseri umani sono imprenditori e non semplici fornitori di forza lavoro…

…Abbiamo avuto la fortuna di nascere in un’epoca di grandi possibilità, un’epoca di tecnologie stupefacenti, di grande ricchezza e di potenzialità umane illimitate. Le soluzioni a molti dei problemi più urgenti del nostro mondo, come la fame, la povertà e le malattie, che hanno afflitto l’umanità sin dagli albori della storia, ora sono alla nostra portata. La maggior parte di queste soluzioni può essere accelerata con la creazione di un nuovo nuovo ordine economico che comprenda quello strumento potente che è il business sociale

 …Un giorno sono convinto che ci saranno banche di business sociale, società di intermediazione di business sociale e fondi di capitale di rischio di business sociale, che forniranno di routine, i capitali per questo settore…

E per Yunus il business sociale, non è altro che …un’azienda che non distribuisce dividenti, ma è dedita alla risoluzione dei problemi umani

 

 

 

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Dai francesismi agli inglesismi

Il fascino delle parole straniere da noi c’è sempre stato, anche e soprattutto nelle più alte sfere sociali.

Fino a mezzo secolo fa tante sono state e, ancor oggi lo sono , le parole e le espressioni francesi utilizzare comunemente nella lingua italiana. Molti i francesismi, che hanno cercato di influenzare ed hanno attratto gli italiani, convinti di usare espressioni di un certo fascino, anche per essere considerati,  in un certo qual modo,  “interessanti”.

Ne ricordiamo solo alcune (dato che le parole in uso sono moltissime): bouquet (mazzo di fiori), boutique (negozio di abbigliamento), brochure (opuscolo), silhouette (profilo, contorno), toilette (bagno pubblico).

Ma con la progressiva perdita di centralità del francese in europa e nel mondo, la cui influenza si è andata va via via restringendo a specifici ambiti, anche la quantità dei francesismi, pur restando significativa, in Italia, ha subito una busca frenata.

Ma non perché si è pensato di ritornare alla lingua italiana, ma perché si è stati travolti dalla globalità e dalla tecnologia che hanno fatto propri i termini inglesi.

Così oggi le parole straniere più usate sono quelle inglesi, non solo in Italia, ma in quasi tutte le parti del mondo. Gli inglesismi più diffusi, anche se non troppo datati, sono sulla bocca di tutti. Da noi ormai anche un novantenne arzillo ti può porre la domanda …cosa fai nel weekend ?…,  passando del tutto inosservato.

E cosa pensare quando qualcuno ti dice …vado a fare shopping … Quasi nessuno si permette più di dire … vado a fare acquisti…

Per non parlare poi dei termini  location, computer, manager,  mission, welfare, stop,  ecc. ecc.

Il massiccio influsso dei termini inglesi lo notiamo o essendo talmente ben inseriti nella lingua italiana non ce ne accorgiamo più ?

La risposta è evidente a tutti, anche perché come già detto sopra, l’italiano nel corso dei secoli si è arricchito di tante, forse troppe, parole straniere, che hanno reso ormai, la nostra lingua, non più pura,  ma imbastardita.

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Pronto, chi parla?

Pronto cosa, pronto chi? Se ci pensiamo bene è davvero un’usanza un po’ strana il modo di rispondere al telefono in Italia, anche se la parola “pronto” può davvero indicare la nostra predisposizione ad essere pronti ad ascoltare il nostro interlocutore.

Nella lingua inglese invece, chi risponde al telefono usa il termine “hallo”, che è un modo di salutare, come il nostro “ciao”, mentre per esempio in Svizzera chi risponde al telefono utilizza il proprio cognome (anch’io a volte mi sono imbattuto in colleghi italiani che rispondevano al telefono alla maniera svizzera, forma molto professionale).

 Ed allora perché da noi si è introdotto il “pronto”?   

Sembra che l’usanza risalga ai primissimi tempi della telefonia, quando tutti i collegamenti telefoni dovevano obbligatoriamente passare da un intermediario, un operatore, un centralinista, che tentava di prendere la linea e poi avvisava l’abbonato quando il collegamento con l’altra parte era “pronto”, cioè quando il contattato era “pronto” a ricevere la chiamata.

E’ anche vero ormai che oggi, con le moderne tecnologie, non solo è bypassata la trafila del centralino, ma è possibile sapere in anticipo chi ti sta chiamando, così da regolare l’approccio e  la forma della risposta, ma ancor prima capire se è il caso o meno di rispondere.

Stefano Bortoli

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Il viaggio della vita

Un proverbio arabo recita…“si risolve camminando!”

Il così detto mondo evoluto, industrializzato, è un mondo apparentemente di benessere, di ricerca e di appagamento dei desideri. Siamo in un periodo storico dove, per molti,il bisogno fondamentale è considerato quello di soddisfare i propri desideri, qualsiasi essi siano. Così è sempre più facile trovare delle persone e o società, le così dette “nuove professioni”, che vogliono rappresentare i facilitatori, per chi è alla ricerca di qualcosa, di una prima o di una ennesima meta.

Una di queste professioni, anche perché attinente al periodo estivo, è lo psicologo dei viaggi, o meglio dire, il Travel Coaching.

Dove andare e con chi andare in vacanza in questo momento della nostra vita? Ce lo dice il Travel Coaching.

Abbiamo bisogno di essere ascoltati e consigliati perché il dubbio di dove andare in vacanza e come spendere al meglio, per appagare realmente i propri desideri, che a volte, non sono così tanto nitidi, è assillante? Rivolgiamoci allo psicologo dei viaggi.

Quale meta ideale, quale viaggio ideale, per provare la giusta esperienza in un particolare momento,  per cercare sensazioni ed emozioni ? Chiamiamo il Travel Coaching, ci darà una mano.

Quanti interrogativi ci circondano! Quante pressioni ci schiacciano! I momenti duri della vita, per tutti, sono tanti ed a volte possono mettere in dubbio anche la scelta di una semplice vacanza.

In molti si muovono seguendo i media o in base a quello che dicono parenti, amici, colleghi; insomma non hanno una visione basata sui propri gusti ed esigenze, ma su quello che si sono costruiti o che gli è stato messo addosso. Ma questo accade non solo nei viaggi, ma anche nella vita.

Uno scrittore americano, John Steinbeck, con un giro di parole ci fa capire il nesso tra viaggi e vita: “non sono le persone che fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.

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Da Dalton a daltonico il passo è breve

Sapete da dove proviene il termine daltonico o daltonismo?

Intanto ricordiamone il significato: anomalia nella visione dei colori, che non permette di distinguerli.

Neanche a farlo a posta il termine daltonico trae origine dal un signore inglese, tale John Dalton, poi divenuto scienziato chimico, fisico e meteorologo (nato nel 1776 e morto nel 1844).

Dopo parecchi anni della sua vita, Dalton, si rese conto che stava vedendo il mondo in maniera differente rispetto agli altri. Infatti, solo nel 1794, lo scoprì all’improvviso, quando indossò, ad una cerimonia, ignaro del colore, un abito rosso vivo al posto di uno nero, impostogli dalla fede quacchera, così che gli altri partecipanti lo rimproverarono per l’errore.

A quel punto decise di indagare sul proprio difetto visivo, arrivando alla conclusione che la mancata percezione dei colori dipendesse dalla decolorazione del liquido del bulbo oculare; inoltre, essendo sia lui che suo fratello daltonici, dedusse che tale condizione era ereditaria.

Attualmente il daltonismo, purtroppo, non è curabile.

Ed allora ricordatevi almeno le origini; potreste fare bella figura, raccontandone la storia!

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Settimana lavorativa ridotta: solo un lontano sogno?

Loro sono stati i pionieri. Loro chi e di cosa?

Loro sono la Perpetual Guardian, una media azienda di servizi della Nuova Zelanda con oltre 200 dipendenti. Pionieri perché hanno esplorato per alcuni mesi un nuovo modo di intendere il lavoro, un progetto denominato 4 Day week

I primi mesi del 2018 hanno lanciato un esperimento, che può definirsi una vera e propria “prova mondiale”. Hanno concesso a tutti i dipendenti la possibilità di lavorare 4 giorni per settimana, dal lunedì al giovedì, essendo pagati comunque per una settimana lavorativa di 5 giorni.

E questo perché? Perché il suo fondatore, un tale Andrew Barnes, ha voluto testare l’effetto che avrebbe avuto sulla vita della persona, lavorativa e non.

Lasciare più spazio alla vita personale, soprattutto agli impegni familiari, per poi avere la massima collaborazione nei giorni in cui si è effettivamente a lavoro.

A giugno sono state tirate le conclusioni che hanno portato a risultati molto incoraggianti.

L’80% dei dipendenti ha riferito di sentirsi meno stressato, più soddisfatto in generale, con la conseguenza di risultare più produttivo ed impegnato sul lavoro. Perché avendo un giorno in più a disposizione,  le tante incombenze familiari, a volte prima condotte durante l’orario di lavoro, vengono ora concentrate nel giorno di ferie avuto gratuitamente nella settimana.

Così la Perpetual Guardian sta lavorando per portare in modo permanente la settimana lavorativa di 4 giorni, sperando che il loro modello ispirerà altre aziende vicine e lontane.

Non sappiamo se alla fine l’eco di tale idea potrà giungere anche nel nostro continente, visto che la Nuova Zelanda è una terra così lontana, dove i primi uomini sono arrivati tardissimo, più o meno un migliaio di anni fa. E l’iniziativa sembra più che altro un sogno, vedendo in giro i tanti modi in cui il personale viene sfruttato, con la scusante della crisi mondiale.

In Italia c’è da dire che un giurista e membro del Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna, Piergiovanni Alleva, per combattere la disoccupazione, stava lavorando ad una proposta di legge per ridurre la settimana lavorativa da cinque a quattro giorni, per cercare di combattere il fenomeno della disoccupazione, sfruttando uno strumento già esistente e cioè il contratto di solidarietà espansiva, con l’intento di creare un posto di lavoro in più ogni quattro occupati. Anche questa sarebbe una iniziativa interessante da sviluppare.

Forse è tutto un lontano sogno…che arriva dalla Nuova Zelanda.

No, non è così. Perché segnali ci sono anche nel vecchio continente. In Germania, alla Jobroller di Straubing, dallo scorso ottobre, un’azienda di reclutamento del personale con una decina di dipendenti, il capo ha messo in pratica una iniziativa simile ai 4 Day week. Lavorare 30 ore per settimana invece di quaranta, con lo stesso stipendio, però su cinque giorni. Ma ad un’unica condizione. In ufficio è severamente vietato l’uso del cellulare, come pure è impossibile connettersi a facebook, whatsapp ed inviare mail personali. Ed inoltre non si può fare la pausa pranzo.

Due turni a scelta: dalle 8 alle 14 oppure dalle 11 alle 17. Sei ore filate lavorate ma pagate otto, in cambio di nessuna distrazione.

Settimana lavorativa ridotta: non solo un lontano sogno…

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L’orgoglio di stare nelle retrovie

Oggi in tanti, in troppi, vogliono stare in prima linea, anche perché le moderne tecnologie lo permettono e lo amplificano. E’ semplice sbandierare ai quattro venti idee, progetti, successi o presunti tali, per farsi vedere sempre più bravi e grandi, come pure può essere facilitata l’azione per coprire errori o mancanze, deviando la realtà. Singoli cittadini, associazioni, aziende, un po’ tutti,  tendono a divenire in qualche modo “pubblici” e “pubblicizzati”, a seconda delle necessità.

In pochi con orgoglio sanno stare nelle retrovie, anche quanti avrebbero invece di ben donde di dimostrare la propria forza ed il proprio successo.

Un caso, forse tra i più importanti, ci proviene dalla storica industria dolciaria piemontese, la Ferrero, proprietaria di tanti marchi conosciutissimi in ogni parte del mondo (Kinder, Nutella, Tic Tac, Estaté ecc.). Nata nel 1942, come semplice pasticceria, nel corso degli anni si è evoluta ed ingrandita al punto che oggi è una multinazionale; terzo gruppo mondiale fra le aziende dolciari mondiali, con 30mila dipendenti, 22 stabilimenti sparsi in ogni parte del mondo e un’ottantina di società controllate e consolidate.

Ma perché abbiamo presentato la Ferrero come caso quasi anomalo, nonostante sia famosissima ed apprezzatissima in tutto il mondo?Perché anche se in pochi lo sanno, come dicevamo, l’azienda,  come filosofia, preferisce stare nelle retrovie, ben operando ma senza tanti proclami.

Il gruppo Ferrero è un insieme di società modello, che non vuole perdere la propria identità nazionale e che fa di tutto per privilegiare la sicurezza e la salute dei lavoratori in ogni parte de mondo, ponendo la massima attenzione anche per evitare lo sfruttamento del lavoro minorile da parte delle aziende fornitrici.

Ma non solo questo, visto che, per non dover ridurre la qualità del prodotto in favore del fattore “redditività”, la proprietà aziendale ha sempre respinto le avances di una quotazione in Borsa. Situazione davvero molto rara per un’azienda di simili dimensioni. Perché la Borsa è sì vero che dà maggiore visibilità, dà maggiori opportunità finanziarie e di investimento, ma dà anche maggiori pressioni sui risultanti di bilancio che trimestralmente devono essere presentati agli investitori sia pubblici e privati, che spesso va a discapito della qualità e delle drastiche regole sociali che l’azienda si è imposta.

La storia della famiglia Ferrero, che ancor oggi, alla terza generazione, accompagna l’azienda, per l’appunto familiare, senza cedere alle lusinghe ed alle proposte provenienti da ogni parte del mondo, è una storia importantissima, di un grande successo, costruito con tenacia e con orgoglio.

Ma la sua unicità sta nel fatto di stare nelle retrovie.

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E’ diventato il giro d’affari più redditizio per i gruppi criminali

Le forze di polizia e la magistratura di tutto il mondo sono state sempre impegnate nella lotta ai traffici illeciti che arricchiscono i gruppi malavitosi.

Giorni, mesi, anni, di indagini e costi elevati a carico della collettività, per capire e sgominare le bande, le organizzazioni e le vie di percorrenza di queste attività.

I traffici più ricorrenti e più ricchi fino a pochi anni fa sono stati quelli della droga, della prostituzione e del tabacco, ed ogni anno i valori dei traffici illeciti sono cresciuti, perché la spesa ha sempre continuato ad aumentare.

Da qualche anno però si è aggiunto un nuovo capitolo, quasi peggiore degli altri, che in poco tempo è diventato il giro d’affari più redditizio, per i gruppi criminali.

Il traffico di esseri umani.

Centinaia di migliaia (il numero esatto è impossibile da calcolare) di esseri umani ogni anno vengono, nel migliore dei casi sequestrati, reclutati, scambiati, nonché trasportati, trasferiti ed in qualche modo alloggiati ed accolti; dietro lauto compenso.

Nel peggiore dei casi, utilizzati per lo sfruttamento lavorativo, sessuale, e per l’espianto degli organi. Da rabbrividire al solo pensiero…

Il traffico di esseri umani si collega con il grande problema delle politiche migratorie che viviamo giornalmente in Italia, in Europa, ma anche nel resto del mondo.

E’ bene ricordare che sono trascorsi 27 anni dal primo grande sbarco sulle coste italiane, nel 1991, prima a Brindisi in marzo, poi a Bari in agosto. Quasi 50mila persone di origine albanese in pochi giorni arrivarono in Italia, lasciandosi alle spalle una nazione, a quel tempo, allo sbando e senza futuro.

Da quel momento si è innescato un processo evolutivo mondiale,  che sta coinvolgendo soprattutto mafie e migranti. Perché il traffico di esseri umani, alla fine, è diventato il giro d’affari più redditizio per i gruppi criminali.

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