Con la testa o con la pancia?

Spesso da noi non so se si pensa, se si parla, se si decide con la testa o con la pancia. Facciamo un esempio, semplice semplice, proprio di questi giorni.

Anziché battersi contro lo spopolamento di colline e montagne, contro l’abbandono dei paesi, contro lo stato di degrado di questi luoghi, dove, una corretta manutenzione ed un’attiva agricoltura di montagna avrebbero diverse funzioni, tra cui la resistenza alle avversità sia ambientali che economiche, su cosa si dibatte ad oltranza nelle Regioni e nella Conferenza Stato- Regioni per le zone collinari e di montagna?

Prima sui cinghiali dopo sui lupi. O meglio, dopo i cinghiali, anche sui lupi, dato che dall’emergenza cinghiali, siamo passati a quella presunta dei lupi.

Cacciatori e contadini premono le Regioni per abbattere questi animali che sarebbero dannosi, così che tutta l’attenzione dei dirigenti pubblici e delle forze politiche si sposta su questi temi di secondo piano, quando invece altre questioni, ben più gravi, sarebbero molto importanti ed imminenti.

Tornando alla causa del contendere, per i cinghiali si è appurato quasi ovunque che sono davvero troppi, dannosi e quindi è bene cacciarli; sui lupi invece, sia alcuni presidenti di regione che le associazioni ambientalisti ed animalisti,  sono riuscite per il momento a far mantenere il divieto di caccia, anche perché il lupo, specie protetta, alla fin fine, è il primo cacciatore dei cinghiali. Ed oltretutto, in molti casi, se un lupo attacca le greggi ed uccide le pecore la Regione ne rimborsa il danno all’allevatore. I lupi sono salvi, i cinghiali un po’ meno, ma le nostre colline e montagne sono nei guai.

Lo spopolamento, la crisi delle culture locali, il capitale di conoscenze e le tradizioni vive che si stanno spegnendo, un presidio umano che sta venendo meno, oltre allo spettacolo triste dell’abbandono e dell’inselvatichimento, con diretta conseguenza della mancata protezione dalle frane, dalle valanghe, dalle alluvioni e dagli incendi. Con tutti questi argomenti ci sarebbe da dibattere per mesi, forse per anni, con i tanti esperti che la montagna, ambiente difficile, richiede.

Ciò nonostante sembra che si vada avanti più con la pancia che non con la testa, visto che ci si continua ad accapigliare sui cinghiali e sui lupi, lasciando nell’angolino la salvaguardia dei nostri territori. Sarà tutto orchestrato per sviare l’attenzione dai veri problemi del paese ?

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Roma, una città allo stremo ed il sogno di risanamento

Dal ’93, prima elezione diretta del Sindaco, a Roma si sono alternati alla carica di primo cittadino Rutelli, Veltroni, Alemanno, Marino ed oggi troviamo la Raggi.

Un po’ tutti i colori politici hanno governato: centrosinistra, sinistra, centro destra, Movimento Cinque Stelle. E nonostante che la Capitale abbia anche avuto, in termini economici, ripetuti favori dal governo centrale, i bilanci non quadrano mai, i debiti continuano a crescere ed i servizi offerta al cittadino sono sempre peggiori.

La città è veramente allo stremo delle forze. Al Sindaco attuale, Virginia Raggi, vogliano attribuire la buona fede con cui cerca ancora, dalla nomina del giugno 2016, di “iniziare” il proprio mandato, bloccata dalle tante polemiche, forse anche ingigantite ad arte dai certi poteri forti. Ma diciamolo, il compito assegnatole sembra proprio troppo grande per lei.  Ad oggi, mese di febbraio 2017, non ci resta che constatare tutta la sua inadeguatezza.

Anche perché gestire la cosa pubblica a Roma è impresa veramente ardua. Non importa fare tanti giri di parole. La frase che calza a puntino, tipica di rassegnazione e di rabbia, che ci fa capire la situazione è questa: “è tutto un magna magna”.

Ed allora come uscirne?

Senza dubbio va ricostruita una classe dirigente, che porti ad avere una amministrazione pulita efficace. Ma per far ciò ci vuole tempo, ci vogliono diversi anni. E nel frattempo?

Se l’attuale Sindaco arriverà prima o poi ad alzare bandiera bianca, io faccio una proposta un po’ provocatoria, ma necessaria per rimettere in carreggiata in qualche modo la “città eterna”.

Propongo (forse meglio dire sogno), per un quinquennio, un organo monocratico, un soggetto nominato dal Governo, di fatto un commissario prefettizio, una persona preparata, uno con le così dette “palle”, un tipo che viene da fuori, un soggetto non influenzabile, lontano dagli intrallazzi politici, il quale, coadiuvato da un gruppetto di esperti (non indigeni, anche stranieri, provenienti da importanti esperienze di gestione della cosa pubblica in altre grandi metropoli europee o mondiali ) specializzati nei settori chiave (ad esempio bilancio, mobilità, rifiuti ),  possa, in un tempo ragionevole, togliere non solo il “marcio” da Roma, ma far nuovamente ripartire la grande macchina della pubblica amministrazione e della gestione dei servizi .

Nel frattempo il compito della politica dovrà essere quello, non di stare a guardare, ma di ricostituire con attenzione e cura una nuova classe dirigente locale romana, che, alla fine del mandato dell’organo monocratico, potrà riprendere in corsa, dopo nuove elezioni, un sistema pubblico rigenerato e soprattutto già rodato, così da continuare ad operare speditamente.

Ancora un sogno. Ci piacerebbe davvero riproporre un giorno, con orgoglio, la frase di Albero Sordi, grandissimo attore e comico, nato a Trastevere: Roma non è una città come le altre. È un grande museo, un salotto da attraversare in punta di piedi.

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Il nostro strano bel paese

Il nostro è davvero un paese strano, a volte intrigante, spesso inspiegabile. Il nostro è un paese con molte sfaccettature, belle e brutte, buone e cattive, tristi ed allegre.

Il nostro è un paese in cui non è facile fare figli, un posto che non sembra adatto ai giovani volenterosi (viste le grosse difficoltà di inserimento nel mondo sociale e del lavoro) e alle donne, che si trovano non solo raramente nei ruoli chiave della società ma che, soprattutto al sud, difficilmente riescono a trovare lavoro. Ma soprattutto è un paese senza meritocrazia, dove è sempre più facile che si puniscano i soldati ma non i generali. Da noi ovunque ci sono strutture precarie dove al primo temporale… si allaga tutto, come pure, guardandolo attentamente, appare come un paese senza memoria e verità, ma soprattutto senza futuro. Il nostro è un paese dove la crisi si è fatta sentire in maniera pesante sull’economia italiana e nelle tasche dei cittadini. Le sofferenze bancarie sono tante, tutti i centri di sostegno per l’indigenza sono in emergenza; le richieste di cibo, vestiario ed aiuto economico per contribuire alle utenze ed agli affitti sono ovunque in aumento.

Ma nel contempo il nostro è anche un paese di persone buone, cordiali ed amabili, di talenti straordinari; è un luogo dotato di straordinarie bellezze, tra i più belli del mondo, un luogo  adatto per i ricchi. Il nostro è un paese con sempre più gente che nelle strade ci guarda dall’alto, visto che le vendite dei così detti “suv” sono in continuo aumento.  E’ pure un paese benestante, perché da noi quasi l’80% delle famiglie (percentuale tra le più alte d’Europa) è proprietario di almeno una casa. E poi come non far caso ai ristoranti ed alle pizzerie, quasi sempre piene, difficilmente prenotabili a ridosso delle più importanti festività. Il nostro è anche un paese dei biglietti aerei riservati con molti mesi di anticipo, ormai come fossero biglietti dell’autobus … perché in giro per il mondo, l’italiano non manca mai. E poi la tecnologia, con i centri commerciali presi d’assalto ed i consumi in continua crescita. E, vada come vada, all’estetista, non possiamo certo rinunciare (piuttosto una pizza in meno!).

Il nostro strano bel paese.

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I corpi intermedi che fine faranno?

Nella vita non si può contare solo su noi stessi; tutti lo abbiamo sperimentato in tante occasioni. Abbiamo bisogno degli altri, sia per vivere che per condividere i successi e le disgrazie.

Così le società civili occidentali da tempo si sono giustamente organizzate con i così detti corpi intermedi. Nome un po’ strano, raramente viene pronunciato, che può voler dire tante cose come nulla. La loro funzione è nobile e nel concreto sono rappresentati da tutte quelle associazioni, quei movimenti che mobilitano adesioni e consenso, che poi si esprime nell’ambito istituzionale e nelle relazioni sociali.Hanno come missione quella della responsabilità sociale, che è importante per garantire la coesione e la governabilità delle moderne società.

Alcuni esempi di corpi intermedi li possiamo trovare nel sindacato, nei partiti, nelle associazioni di categoria ( industriali, commercianti, artigiani ecc.), nelle associazioni sportive e così via.

Veniamo al dunque. I corpi intermedi sono stati uno dei pilastri, nel nostro paese, dell’organizzazione sociale del secolo scorso, fautori di tante battaglie che hanno portato al raggiungimento di benefici e privilegi per la popolazione e per certe categorie, forse neppure sognate.

immagineMa nel XXI secolo, quello di oggi, purtroppo, la decadenza, non solo economica, ma di ideali e valori, da noi ha investito anche i corpi intermedi, che rimangono solamente gli stessi forse nei simboli ed in parte nella struttura, ma che nei fatti non riescono più a mettere in pratica la loro funzione di effettivo raccordo per la gestione delle reciprocità sociali. Ciò non è così in altri paesi, soprattutto del nord Europa, dove, al contrario, il loro peso si è accresciuto.

Il tessuto sociale si è sgretolato e l’insieme delle organizzazioni di rappresentanza, soprattutto nell’ultimo decennio, non ha fatto “muro” ma è andato dietro a tale situazione. Non solo, i corpi intermedi non esprimono più quel pluralismo di opinioni e di scelte che caratterizza le moderne democrazie, ma il loro intervento è spesso tardivo, poco convincente ed autorevole. I modi di fare che li caratterizzavano (rivendicazioni, mediazioni, presidi), sono soltanto un lontano ricordo.

La loro funzione sociale sta venendo meno, così che molti singoli individui pensano di far da sé oppure si rivolgono sempre più spesso a qualcuno che “conta” per risolvere il loro problema, oppure cercano soluzioni e conforto dal mondo di internet dove è possibile trovare tutto ma anche il contrario di tutto.

Sono convinto che se oggi si facesse un sondaggio in strada a 10 persone di diversa età ed estrazione, chiedendo i nominativi delle persone che sono attualmente in carica nelle funzioni nazionali di segretario dei sindacati più importanti e di presidente dell’associazione degli industriali, non credo che arriveremo a tre risposte. Un tempo non sarebbe stato certo così. Infatti come non ricordare personaggi come Lama, Marini, Benvenuto, Vittorio Merloni, Giovanni Agnelli, Sergio Pininfarina….

Questo è solo un piccolo esempio; ma allora, i corpi intermedi, di questo passo che fine faranno?

Stefano Bortoli

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In tempo di crisi …il food

In tempo di crisi ci sono comunque attività che nascono, che spopolano, che diventano di successo.

Siamo nel settore alimentare dove il così detto “Food” (non quello stellato, ma quello comune) tiene abbastanza bene, in quanto, se si rinnova quel poco che basta, è ricercato.

Se le saracinesche dei negozi che hanno fatto la storia del luogo si abbassano definitivamente, se i grandi marchi si spostano nei centri commerciali, il “food” resta in campo, per ridare vita a zone delle città che andavano via via spegnendosi e per accontentare i tanti turisti che si affacciano nei nostri centri.

Bistrot, stuzzichini, pub, pizzerie, ristorantini, sushi bar, paninerie, paninoteche: le inaugurazioni si susseguono oppure c’è chi,  già presente, si rifà il look o raddoppia gli spazi, investendo. Per non parlare poi delle tante bancarelle e degli street food (cibo da strada) di alta qualità, con una ristorazione davvero “made in Italy”, presenti durante le manifestazioni o gli eventi pubblici.

Sempre aperti, con un giusto rapporto con il prezzo, i locali al tempo della crisi si sono convertiti al low cost, ma non solo. Infatti il loro successo è dovuto anche all’investimento in qualità dei prodotti offerti,  come pure non disdegnano quel pizzico di creatività, che nel nostro popolo è sempre presente.

Anche grazie alle possibilità di promozione offerte dal web, i locali, nonostante siano frequentati soprattutto dalle nuove generazioni, sono amati e coinvolgono sempre più persone di tutte le fasce di età.

Esperti di food, non si nasce, ma lo si diventa, anche grazie a tutta la comunicazione che bene o male ruota intorno al cibo.Così capita spesso che per sedersi a pranzo oppure a cena, nonostante il tempo di crisi …bisogna prenotare per tempo…

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Nonostante tutto esistono ambienti di lavoro eccellenti

Dopo tanti articoli che abbiamo fatto, tutti incentrati sulle difficoltà di trovare un posto di lavoro e sulle critiche agli ambienti di lavoro, stavolta abbiamo deciso di guardare dall’altra parte della barricata. Vogliamo parlare delle aziende che presentano ambienti di lavoro eccellenti, almeno per sognare un poco.

La premiazione delle Migliori Aziende del 2017, per cui lavorare in Italia, si svolgerà venerdì 3 marzo 2017.

L’ Ente che si occupa di tale classifica è Great Place to Work, istituto nato 16 anni fa, presente in molte parti del mondo (in Italia ha un ufficio a Milano), che collabora con numerose aziende innovative e di successo, per creare, studiare e accreditare gli ambienti di lavoro eccellenti.

E questo fa sì che, diffondendo la prospettiva positiva di molte aziende, ovunque si trovino, è più facile raggiungere e veder crescere altre realtà disposte a proseguirne le orme .

Great Place to Work parte dal concetto che ogni realtà aziendale possa diventare un ambiente di lavoro eccellente, venendo fuori da quel mare di situazioni di lavoro mediocri che giornalmente si incontrano, partendo dal fatto che le aziende ormai non possono più permettersi di non ascoltare il parere dei propri collaboratori. Soprattutto dai suggerimenti e dai sentimenti dei dipendenti è possibile fare innovazione, trattenere i talenti ed attrarne di nuovi.

La classifica finale delle migliori aziende è originata in gran parte dal giudizio delle persone che, compilando il questionario, assegnano alla loro azienda il titolo di Best Workplace. I risultati del questionario pesano per i 2/3, mentre il restante terzo è legato all’analisi delle pratiche di gestione delle risorse umane, che vengono descritte dalle aziende nel questionario.

Ci sono più classifiche a seconda dell’entità aziendale: – grandi aziende con oltre 500 collaboratori; – medie aziende tra 50 e 500 collaboratori; – piccole aziende tra 20 e 49 collaboratori.

Per il  2016, in Italia, la classifica è stata vinta rispettivamente dalla multinazionale Dow (www.dow.com ) , dalla Cisco (www.cisco.com) e dalla Criteo (www.criteo.com ). Perché?

Dow Chemical, nella categoria grandi aziende, è gruppo manifatturiero statunitense che in Italia impiega oltre 660 persone (un terzo donne). Primi nella classifica Great Place to Work perché ogni individuo è fondamentale per l’organizzazione come pure l’azienda investe continuamente nella valorizzazione delle competenze, delle esperienze e delle specificità professionali, al fine di creare una cultura dell’innovazione e della ricerca, della responsabilità e della diversità.

Cisco Italia è stata la migliore azienda in cui lavorare nella categoria medie aziende, nel nostro paese. A chi va a lavorare in Cisco viene proposto un patto, che si chiama People Deal basato sulla centralità dell’individuo e il suo benessere, sul rispetto delle aspirazioni, delle diversità, della possibilità di dare spazio alle proprie passioni e su un impegno reciproco per crescere insieme, a livello professionale e umano.  Cisco vuole che i propri dipendenti stiano bene, ma soprattutto vuole essere il luogo in cui i migliori talenti del paese desiderino venire a lavorare. La cultura aziendale prevede collaborazione, formazione continua, flessibilità, rispetto per l’equilibrio fra lavoro e vita privata e servizi per i dipendenti.

Nella categoria piccole aziende al vertice del 2016 troviamo Criteo, società presente con una sede italiana solo dal 2012, che con i suoi 24 dipendenti ha da subito dimostrato grandi potenzialità organizzative dal punto di vista delle risorse umane. In Criteo Italia, i dipendenti sono accolti in un ambiente di lavoro eccellente e di respiro internazionale e sono stimolati a realizzare le proprie ambizioni, le proprie idee e i propri sogni tramite contest interni, programmi di interscambio con altre sedi Criteo nel mondo e Team Building. In più, oltre a lasciare ad ognuno la possibilità di esprimersi, in Criteo si creano relazioni molto profonde tra i dipendenti, aiutate dai benefit, dagli eventi a sfondo sociale come l’aperitivo a Dialogo nel Buio e gli eventi interni che vengono organizzati una volta al mese per tutto il team. Il tutto in un ambiente di lavoro sereno e stimolante.

Fa bene e dà un po’ di morale, di speranza, sentire queste notizie. Alla fine il Great Place to Work è un ricoscimento simbolico ma che riempie di orgoglio l’azienda e quanti vi lavorano. E non solo, può essere uno stimolo per molte altre aziende, concorrenti e non, per dare centralità alla condivisione dei valori aziendali con i propri collaboratori, oltre che avere riguardo al benessere dei lavoratori stessi.

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… sono solo frasi ad effetto

I presunti nuovi leader forti che troviamo in giro per il mondo cercano di conquistare le masse puntando soprattutto su frasi ad effetto.

Premono l’opinione pubblica per un ritorno all’autarchia (autogoverno, autosufficienza economica, in cui non sono presenti relazioni commerciali con l’estero e l’ecosistema economico nazionale non è influenzato dalle tendenze internazionali), crediamo soprattutto psichica, visto che nel XXI questo tipo di progetto ci appare irrealizzabile.Usano soprattutto parole come protezionismo, nazionalismo, razzismo, autonomia, piena indipendenza, economia chiusa, muri, frontiere.

Tutti termini che vanno ad investire campi come l’immigrazione, l’industria, gli scambi commerciali, la politica, il sociale, l’economia, l’occupazione. Proclami che in tanti cominciano a considerare seriamente e che hanno come effetto intermedio di vedere trionfare alle elezioni, in alcuni casi, questi nuovi leader, a parole protezionisti.

Nella maggior parte dei casi si presentano arroganti, arringano le folle con frasi di rottura e di rottamazione dei vecchi sistemi, anche se pensandoci bene le loro teorie sono più che altro difensive e non offensive, in quanto programmano di chiudersi all’interno dei propri confini.

Ma come dicevamo all’inizio, in un mondo circolare come quello di oggi, dove è possibile vedere nitidamente ogni giorno, in ogni settore, la spinta alla costante interdipendenza tra popoli, economie e fonti, effetto di un processo di globalizzazione ormai inarrestabile, come è pensabile che si possa ritornare ad una politica e ad una economia chiusa? Con la globalizzazione in atto e con il commercio elettronico mondiale, è difficilmente immaginabile un ritorno ai dazi, alle barriere, all’attento controllo dei confini. Dopo la trasformazione e le aperture che ci sono state nel mondo, anche per merito della tecnologia, non è credibile di tornare indietro chiudendoci a riccio su noi stessi.

E’ evidente a tutti che la globalizzazione ha abbattuto la povertà estrema, ha ridotto le diseguaglianze. Non per niente i pochi paesi rimasti protezionisti sono ridotti veramente agli stenti (ad esempio la Corea del Nord).

E’ altrettanto vero che i problemi in giro sono molti: immigrazione non controllata e non gestibile, criminalità diffusa, disoccupazione e difficoltà sociali crescenti. Ma non pensiamo che tutto ciò sia possibile risolverlo con il protezionismo.  

Nel mondo tira un’aria di rifiuto di libero scambio (forse perché in giro è più facile sentire chi fa la voce grossa): “Britain first” e “America first” sono gli slogan più gettonati degli ultimi tempi. Saranno frasi ad effetto che si ridurranno poi a provvedimenti solo di facciata? Ancora non lo sappiamo, staremo a vedere, anche se la Cina ha già fatto capire che nel caso fossero imposte limitazioni e dazi alle proprie merci, la stessa nazione non perderebbe un istante per applicare la legge del taglione: “occhio per occhio, dente per dente”, ripagando con egual moneta i provvedimenti ad essa contrari.

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Inglese & informatica, due saperi per il futuro

Qualunque siano le figure ricercate (ambito tecnico, legale, amministrativo, sociale ecc.)  le aziende al passo con i tempi e con orizzonte anche oltre confine, includono, quasi sempre, nelle offerte di lavoro, le seguenti richieste:

…inoltre, sono necessarie ottime competenze informatiche e la conoscenza fluente della lingua inglese e di almeno un’altra lingua…

… devono conoscere bene la lingua inglese e quella tedesca, e avere dimestichezza con Office ed Excel…

… si richiedono ottima conoscenza degli strumenti informatici e buon Inglese…

Inglese ed informatica: queste sono senza dubbio le fondamenta di un bagaglio professionale che è sempre più ricercato nel mercato del lavoro. Avere una buona conoscenza della lingua inglese e dell’informatica permetterebbe a tanti di non solo di trovare un posto di lavoro, ma alla fine anche di poter scegliere tra diverse opportunità di impiego.

Questa oltre ad essere una constatazione è anche un appello forte e chiaro che rivolgiamo a tutti i ragazzi delle scuole, ai giovani universitari, a chi ha appena concluso gli studi, a chi è senza lavoro e deve trovare soluzioni per rimettersi in gioco, a chi vuol migliorare la propria vita professionale.

Ed è un appello anche al mondo della scuola, che relega troppo spesso tali materie come secondarie, quando l’ambito lavorativo le considerare ormai fondamentali. E siamo certi che ci sarebbe fin da subito il consenso dei ragazzi, anche perché è ampiamente dimostrato che servono a tante cose.

Ma nella scuola, anche se ultimamente si sta tentando, con alterne fortune, di sburocratizzare un po’, non sempre ci sono i laboratori con i pc per tutti, non sempre c’è una linea internet adeguata, che permette di lavorare senza intoppi o perdite di tempo, non sempre ci sono insegnanti sia di informatica che di lingua (soprattutto madrelingua) in grado di trasmettere quella marcia in più ai ragazzi. Ma è necessario trovare rimedio, perché ciò è possibile; quanto manca per essere al passo con i tempi non è poi così lontano. Molto spesso basterebbe soltanto guardare le cose da un’ottica diversa, quella più vicina al mondo del lavoro, ed adeguarsi di conseguenza. 

Così dopo aver constatato giorno dopo giorno, da tante fonti, che l’inglese e l’informatica sono diventati  elementi del bagaglio professionale quasi indispensabili, riteniamo molto importante specializzarsi in questi due ambiti, soprattutto costruendo una base solida, che nel tempo poi potrà essere migliorata, man mano che l’attività o la specializzazione acquisita lo renderà necessario.

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