Per il 2020 ci vuole coraggio, ma basta ipocrisia!

Basta l’ipocrisia benpensante. Ci vuole coraggio.

La stragrande maggioranza dei nostri politici ormai si rivolge ad un popolo quasi assuefatto a concetti “concreto e subito”, quando invece, soprattutto nelle periferie, i guai sono davvero tanti e di difficile soluzione.

Tutti i colori dei Governi hanno portato soprattutto insuccessi; solo qua e là si è visto qualche piccolo beneficio, ma attribuito solo in dosi minime.

La sinistra democratica italiana non è riuscita ad elaborare proposte coerenti con la propria storia. E’ nelle periferie che la politica di sinistra ha fallito, ed è nelle stesse periferie che oggi la protesta sta monopolizzando il voto, soprattutto con i partiti di destra.

Gli ideali della politica di sinistra sono in fondo alla via, o meglio la rappresentanza politica della sinistra è quasi sparita, anche se nella vita politica la sinistra esiste ancora.

E la destra invece, che sta per sfondare, manda avanti tanti slogan (modifica dei trattati europei, pugno duro contro gli irregolari, abbassamento delle tasse ecc.) che sembrano non essere supportati da studi di fattibilità realizzabili.

Quello che è vero è che la nuova povertà, povertà urbana, nel silenzio si è fatta avanti, perché in Italia si è vissuto sempre con manovrine e governicchi. Sempre.

Bisogna ripartire da zero, con un gruppo di persone, una classe dirigente non solo nuova ma soprattutto preparata e non ipocrita, con profonde basi di democrazia e di diritti civili, che si interroghi sul destino dell’Italia e dell’Europa e che progetti interventi strutturali a medio raggio.

Dando l’esempio, operando con correttezza e giustizia, con provvedimenti intelligenti a lungo respiro, così che anche il popolo, lentamente, nel tempo, modificherà il proprio carattere, che non appare certo dei migliori.

Si utilizzi finalmente la bussola e venga consegnata a persone che non usano maschere diverse a seconda delle situazioni, ma soprattutto che siano coraggiose, per districarsi in questo mondo di ipocrisia.

Questo è il nostro augurio per l’anno che verrà.

La Redazione di Fuga dal Benessere

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Solo istituzioni credibili

La parola giusta forse è “caos”. La politica italiana ha conosciuto tante volte situazioni di confusione, quindi oggi ci troviamo di fronte a niente di particolarmente nuovo.

Al Governo, all’opposizione, nelle coalizioni tra i partiti di Governo o in quelle di opposizione, all’interno degli stessi partiti, vecchi o nuovissimi che siano. E’ un caos, che aumenta le paure e conferma le debolezze di un paese, il cui popolo è lasciato a se stesso.

Nel Governo attuale, ma anche in quello precedente ed in tanti altri passati, ogni mese un problema, ogni mese sempre la ventilata ipotesi che qualcuno possa “staccare la spina”.

Mancano persone responsabili in tanti ruoli chiave del Governo, pochissimi sono i leader politici responsabili, con difficoltà si trovano in Parlamento persone qualificate, prudenti, che ragionano solo per il bene comune del nostro Paese.

Ed i pochi che si lanciano nel denunciare attività di malgoverno e malagestione nei tanti uffici pubblici, locali o nazionali,  anziché essere presi da esempio e promossi vengono puniti, perché la connivenza ed il caos alla fine favoriscono il sistema corrotto italiano.

Ed allora come uscire da questo caos? Chi potrà mai mettere in ordine la nostra pubblica amministrazione, i nostri dirigenti pubblici e gli eletti?

Il Presidente della Repubblica fa quello che può, ma cambiare le cose dall’alto non è mai semplice. In genere per cambiare c’è bisogno di cominciare dal basso, dalle fondamenta. Se non si sistemano quelle, tutto traballa.

Per me una speranza forse c’è. A molti non piacerà, nessuno sa se e come andrà avanti, ma una flebile speranza io la intravedo.

L’idea esplosa quasi per gioco con le Sardine, lanciata e portata avanti da, Mattia, un giovane come tanti altri, trentaduenne spigliato, di Bologna, può sembrare il nulla, ma per me contiene lumi importanti per tutti.

Mattia ed il gruppo di persone che si sono ritrovate a Roma sabato 14 dicembre 2019 non hanno parlato o sparlato di politica o di provvedimenti. Hanno messo giù solo i primi sei punti del loro pensiero.

Che per me, almeno i primi cinque, potrebbero essere le nuove fondamenta di una rinnovata storia politica italiana. Forse sognerò, ma mi piace sognare ed elencarli, perché si possano leggere con attenzione:

  • chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica, invece di fare campagna elettorale permanentemente;
  • chiunque ricopre la carica di ministro comunichi solamente sui canali istituzionali;
  • trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network, sia economica, sia comunicativa;
  • il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini alla verità e traduca tutto questo sforzo in messaggi fedeli ai fatti;
  • escludere la violenza da toni e dai contenuti della politica in ogni sua forma ed equiparare la violenza verbale a quella fisica;
  • ripensare il decreto sicurezza, c’è bisogno di leggi che non mettano al centro la paura

Che dire? Sogno o follia, No, come dice Mattia, solo istituzioni credibili.

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A 10 anni dalla fondazione del M5S resta il no alle Olimpiadi di Roma

Sono da poco trascorsi i 10 anni dalla fondazione del Movimento 5 Stelle (M5S) ed è quindi tempo di un primo bilancio.

Nato a Milano il 4 ottobre 2009 dal comico Beppe Grillo e dall’imprenditore del web Gianroberto Casaleggio, il M5S si è subito proposto come un movimento di liberi cittadini che credevano che il rinnovamento del nostro Paese dovesse ripartire dal basso.

Le aspettative erano tante, anch’io per un po’ di tempo ho creduto e sono stato attratto dalle parole e dalla speranza di buttar giù una volta per tutte i burocrati ed i corrotti, facendo ripartire il paese.

Poi i primi dubbi ho cominciato ad averli con l’utilizzo della piattaforma on line dei militanti ed iscritti del M5S. Poca chiarezza e poca linearità nelle procedure. Così ho deciso di lasciare, ancora prima che il Movimento arrivasse al Governo Centrale o di qualche Ente Locale, esperienze che stanno ancor oggi dimostrando come nella maggior parte dei casi il Movimento ed i suoi componenti siano impreparati e molto lontano dal capire come è possibile risolvere i tanti problemi che attanagliano il paese.

Quindi, raggiunto il decennale della fondazione, restano gravi perplessità e molte ambiguità che si accompagnano a tanti insuccessi, accompagnati da una vera e propria “frana” del consenso, che ancora è da capire a che livello si fermerà.

Un punto a favore del M5 va però riconosciuto e non va dimenticato (come invece avviene per la maggior parte dei comportamenti e delle azioni politiche in Italia) ed è quello di essersi opposto con forza alla candidatura di Roma alle Olimpiadi. Roma “non può permettersele”, ripetevano la sindaca Raggi ed i vertici nazionali.

In effetti è vero, troppi grandi problemi quotidiani tormentano la capitale ed investire in una Olimpiade avrebbe portato altri guai non solo per Roma, ma al Paese intero.

Perché ormai è accertato che le Olimpiadi sono divenute un evento gigante, a cui quasi nessuno vuole più avvicinarsi. Figuriamo se lo può fare un Paese ed una capitale già malridotti.

Perché i rischi di sforamento dei costi sono al 100%, cioè non più rischi ma certezze ed il tasso medio di sforamento, viste le precedenti edizioni, è del 156% rispetto ai costi preventivati.

Io ci andrei piano con la cartellonistica trionfalistica, di propaganda politica, che si incontra ovunque sui monti del Veneto, “grazie Zaia”, per la designazione delle Olimpiadi invernali Milano – Cortina 2026.

Le voci e le inchieste già parlano di inconvenienti, ritardi e costi preventivati parecchio lievitati, come pure il motto di “tecnologiche e green” sarà tutto da appurare.

Che altro dire: che Dio ce la mandi buona!

Stefano Bortoli

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Il mito della velocità

Ovunque l’impazienza, i ritmi frenetici e lo stress si fanno sentire. E questo tante volte può
comportare soluzioni sbagliate e danni persino al vivere civile.
 
Ad ogni livello dal più alto (Governo), al più basso (semplici comportamenti di ogni singolo individuo)
c’è da stare al passo con i ritmi frenetici che la società ci chiede. Altrimenti si dimostra di non essere
all’avanguardia e competitivi.
 
C’è quasi la paura di perdere tempo che rende difficile anche il godersi l’attesa, perché la società
istiga all’impazienza.
 
Non si tratta di restare fermi, ma di ponderare bene le cose, a volte rallentando.
 
Leggete qua sotto che scherzetto fa l’impazienza, il ritmo frenetico, il non ponderare certe decisioni.
E’ da ridere.
 
 
Due mail Pec emesse da una banca e ricevute da un’azienda cliente (che chiaramente non aveva ancora aderito all’iniziativa):
 
28 novembre 2019
Gentile Cliente, venerdì 13 dicembre 2019 alle ore 16,30 presso la Sua filiale, festeggeremo insieme l’arrivo del Santo Natale. Saremo lieti della Sua presenza. E’ gradita conferma.
 
3 dicembre 2019
In riferimento alla nostra precedente comunicazione in data 28 novembre 2019, visto le adesioni superiori alle attese, La informiamo che, per ragioni di sicurezza, il brindisi di Natale previsto per il giorno venerdì 13 dicembre alle ore 16,30 non si potrà effettuare. Cogliamo l’occasione per formulare
in anticipo i nostri auguri di Buone Feste. Con i migliori saluti.
 
Vi immaginate quanti clienti si sono precipitati nel confermare, visto che i giorni “buoni” per la
conferma erano soltanto venerdì 29 novembre e lunedì 2 dicembre?
 
Forse il primo passo da fare è invece il divorzio dal mito della velocità.
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Attenzione, mai prendersela con il Vernacoliere!

Con il Vernacoliere non si scherza, è bene saperlo. Sembra un controsenso ma è la verità.

Il Vernacoliere, come dice la dizione esatta, è un mensile di Livorno di satira, umorismo e mancanza di rispetto in vernacolo livornese e in italiano, nato nel 1982.

La vendita delle copie è l’unica fonte di reddito del Vernacoliere, sul quale è del tutto assente la pubblicità, per una precisa scelta editoriale.

Rappresenta in termini “tecnici” un … dito nell’occhio (o meglio … nel culo) dei potenti d’ogni scuderia e d’ogni cilindrata.

Ed allora, anche se ti arriva lo sberleffo, che è nel dna del mensile e del suo direttore Mario Cardinali, è bene stare alla larga e soprattutto non ribattere, perché le … vie del Vernacoliere sono infinite…

Ora il leader della Lega Matteo Salvini, che ha la “dipendenza” dal parlare troppo, recentemente se l’è presa su Twitter per appunto con il Vernacoliere, reo di averlo preso in giro sulla locandina ed all’interno del mensile.

Possiamo prendercela con tutti, ribattere all’infinito a tutti, ma il Vernacoliere vi consiglio di lasciarlo perdere.

Salvini, per essersi sentito attaccato, ha scritto contro il Vernacoliere queste parole: Per carità, satira e ironia sono il sale della vita ma perché tirare in ballo la Madonna?

Come se il primo a tirare in ballo la Madonna non fosse stato lui.

Il fatto è che nel numero di dicembre 2019 un articolo spiega che in redazione sarebbe arrivata una lettera da quella Santa donna di Maria, che scrive: caro Vernacoliere c’avrei da mandare a quel paese un certo Matteo Salvini, quel chiacchierone che mi porta sempre per bocca, che sbaciucchia sempre il mio figliolo. Ma cosa vuole, ma chi lo conosce? E sulla locandina, la civetta del giornale, a caratteri cubitali “Artro che ‘r core ‘mmacolato di Maria! La Madonna scrive al Vernacoliere: per favore, mandate Sarvini affanculo per me. Io le parolacce ‘un le posso di’”.

Appena ricevuto il tweet di Salvini, non si è fatta attendere la risposta di Cardinali : “Ah dici che saremmo noi che disturbiamo la Madonna? Dè, via Salvini, e allora te la lasceremo disturbare solo a te”

Attenzione, mai prendersela con il Vernacoliere!

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…Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…

Sembra proprio il vissuto del testo della canzone di Gino Paoli.

Un’idea partita da uno dei quattro, Matteo, che poi ha interpellato gli altri tre amici.

4 ragazzi che un po’ per scherzo e un po’ per sfida, si sono messi a fare un po’ di lavoro manuale per arrangiare qualche pesciolino. Poi hanno organizzato un passaparola sui social e via, così è nato l’impegno di scendere in piazza, per una occupazione simbolica di spazi urbani, per non lasciare tutto il campo alla linea salviniana.

Tutto questo è partito per caso, nessuno sapeva quante persone sarebbero accorse in piazza Maggiore a Bologna in quel giorno di novembre, precisamente il 14, proprio in contemporanea all’avvio alla campagna elettorale della Lega in Emilia Romagna, per il voto delle regionali del 26 gennaio prossimo.

Forse solo 4, con quattro pesciolini in mano, forse qualcuna in più. Mah, chi lo sa?

Invece quella sera del 14 novembre in Piazza Maggiore sono accorse più di 10mila persone, gente comune, senza bandiere, senza slogan di partiti, ma con lo slogan …l’Emilia Romagna e Bologna non abboccano…

Sardine, questo è il nome con cui si è pensato di ribattezzare i 4 ragazzi promotori e tutta la piazza di Bologna. Perché la sardina vive generalmente in acque aperte, ma si può trovare sia lontano che vicino alle coste.

Dopo il primo attimo di sbandamento, per il neppure sognato, per i 4 ragazzi è venuto il momento della riflessione. Ma anche quello è durato ben poco, perché i gruppi di sardine si sono moltiplicati e si sono dati appuntamento ogni qualvolta Salvini era in visita ed in comizio in ogni altra città.

Al di là del loro colore politico, tanta gente senza bandiere, tanto entusiasmo e tanta coscienza popolare, che sembrava persa, smarrita.

Lo “squalo” Salvini ed il suo entourage insinuano che tutto quanto è stato organizzato dal PD.

Ma i giovani promotori si proclamano innocenti ed accettano prove che possano contraddire le loro tesi, pronti a scusarsi.

Le sardine come pesci, oltre ad essere pesci comuni e miti, hanno la peculiarità di unirsi insieme a tanti altri pesci, in banchi nei quali si stringono gli uni agli altri. Così come il popolo di sardine nelle piazze, un popolo mite ma deciso, nel contrastare apertamente la linea di Salvini come pure nel cercare un interlocutore valido.

Le due righe più significative del loro manifesto, scritto in fretta e furia, recitano: sfidare con la partecipazione civile, l’impegno in prima persona e la coscienza critica la retorica della comunicazione vuota. Senza insulti, né violenza.

Certamente il movimento è più a sinistra che a destra, ma quello che conta è che in Italia la società civile si è appena risvegliata dal torpore.

Oggi ci sono decine di piazze in Italia pronte ad agire spontaneamente alla retorica del populismo con la creatività e con la richiesta di una politica più giusta e reale.

E questo è uno dei pochi segnali positivi di questi ultimi anni.

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Sembra in apparenza più bello

Come dice mio zio novantenne…il mondo si è capovolto…

Le sicurezze di un tempo sono state accantonate con la scusante del progresso e della tecnologia, come accantonate lo sono state le battaglie delle corporazioni in difesa delle categorie più deboli e o più povere, in quanto distratti dalle tante opportunità (viaggi, auto, strumenti tecnologici di alto livello ecc.), a cui tutti possiamo accedere, anche a costo di contrarre debiti.

Intanto godiamocela, poi a pagare ci penseremo! Si, godiamocela, perché il progresso coinvolge tutti!

Mi fa strano, per esempio, sapere che molte donne che lavorano facendo servizi di pulizia nelle case o negli uffici (un lavoro abbastanza umile), in casa propria chiamano a pulire a pagamento una donna.

Mi fa strano sapere che c’è gente che ordina comodamente da casa, in pantofole, la pizza con il cellulare, che di lì a poco gli verrà recapitata. Chi ordina è al calduccio, tranquillo, senza rischi e non paga granché in più. Chi consegna è esposto non solo al freddo ma anche a tanti altri rischi, con compensi da “fame”.

Come pure è semplice con un “click” ordinare le più svariate merci per farle recapitare il giorno dopo a casa, da padroncini che hanno stampato in volto l’ansia del “clock”, del tempo di consegna.

Al consumatore, ricco o delle categorie più deboli che sia, sembra di vivere in un universo meraviglioso: basta una parola, un “touch” sul cellulare o un “click” al computer per comandare e per soddisfare i propri bisogni. Più nessuna fatica e perdita di tempo.

Solo che dietro e dentro a questo universo meraviglioso, c’è qualche amico, qualche parente, un familiare, un conoscente. Meglio dire un lavoratore, con un problema, non da poco.

Il problema oggi è quello che si è unito il peggio del dipendente con il peggio del precario: cioè guadagno poco e non ho più sicurezze.

Una volta lo schema invece era: io sono precario, non ho la sicurezza ma almeno guadagno tanto; io sono dipendente guadagno meno ma ho più sicurezze.

Il mondo si è capovolto, è vero, sembra in apparenza più bello, ma non lo è, e per di più nel capovolgersi alcuni tasselli si sono scambiati di posto e sono andati a finire nel posto sbagliato.

Stefano Bortoli

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Meno siamo e più si cementifica

E’ strano.

Si racconta che c’è da salvaguardare il pianeta e per far ciò bisogna consumare meno plastica e carta, moderare l’uso dell’acqua in casa, rinunciare all’automobile e spostarsi con i mezzi pubblici (in Italia è un’impresa), prestare attenzione alla raccolta differenziata, ridurre il consumo di carne e latte (per rallentare gli allevamenti intensivi), ecc. ecc.

Poi se andiamo a leggere gli studi della superficie terrestre ed in particolare del nostro paese, vediamo subito che continua imperterrita la cementificazione dei terreni e tante volte non di terreni qualsiasi. Perché si cementifica anche su quelle superficie di elevato valore naturale, che sarebbero in grado di fornire cibo di qualità, assorbire il carbonio e produrre biomasse.

Nonostante che il comparto industriale in Italia sia in perenne declino e che il calo demografico sia talmente evidente da preoccupare gli studiosi per la tenuta tra qualche decennio del sistema paese Italia, i cambi di destinazione d’uso con la crescita delle aree industriali e commerciali e residenziali sono una fotografia impietosa.

Insomma, meno siamo e meno lavoriamo e più si cementifica. Mah! Questa poi non la capisco, anche se capisco che i Comuni hanno perennemente bisogno di soldi per coprire i bilanci  e gli oneri di urbanizzazione fanno sempre comodo.

Invece le parole d’ordine dovrebbe essere: non si cementifica più, al contrario si riutilizzano aree dismesse e contenitori esistenti ma vuoti.

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