Vesti la giubba

Si era abituati a “venerare” una divisa ed i suoi colori, maglie di campioni o di squadre che hanno fatto la storia degli sport. Chi amava una squadra, amava anche la sua maglia. Prima si conservava con attenzione in casa, come reliquia; oggi si acquista con più facilità e meno cura, si indossa anche per passeggiare, si ripone, si ricompra. Anche perché per ragioni di merchandise e di fatturato, oggi le divise sportive sono soggette a cambiamenti repentini, che a volte con grande difficoltà si riescono ad associare al club che rappresentano. Speriamo che un giorno le maglie dei club ritrovino pace, riprendano la loro storia, fatta di miti e di aneddoti e non di solo commercio.

Oppure siamo abituati ad ammirare nelle mostre le divise, armi ed attrezzature militari delle grandi guerre.

Ma la storia ci ha lasciato pure Pagliacci, un’opera realistica ma dura, composta nel 1892, nella quale un contadino della zona, viene invitato a salire sul palco da un gruppo di attori che recitavano di paese in paese. Al contadino viene chiesto di “vestire la giubba”, cioè la giacca del personaggio, per poi salire subito sul palco a recitare nella commedia.

La rincorsa alla divisa oggi pare uno strumento di mostra anche per i nostri politici. Se prima veniva usata esclusivamente per sostituire il cappotto nelle situazioni e nelle missioni dove la praticità nel vestire è cosa importante (scenari di guerra, luoghi di catastrofi naturali ecc.), oggi invece l’uso di una divisa è inflazionato. Nonostante il ruolo di Ministro sia solo una carica dell’ordinamento civile…

Ma “portare” la divisa, per alcuni nostri governanti, persino nei viaggi di rappresentanza all’estero, è ormai una situazione che si ripete con frequenza.

C’è chi denuncia che tutte queste giubbe impropriamente utilizzate, possono essere rubricate come “porto abusivo di divisa”; c’è chi insinua che prim’ancora che essere un omaggio alle forze dell’ordine, indossare la divisa vuol far vedere agli occhi del popolo che, chi la indossa, è un politico diverso dagli altri, perché sorveglia e punisce; c’è chi invece apprezza, perché ritiene che la divisa abbia un alto valore morale, di cui bisogna andare fieri, anche indossandola.

A parte schierarsi, perché allora, visto che siamo anche nel periodo di carnevale, non si può vedere in giro il Ministro della Sanità, con il camice bianco, pur non essendo un medico?

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La musica è musica, è arte

C’è chi pensa anche ad un sovranismo nella musica. Forse potrebbe essere solo uno spot elettorale o un modo per farsi conoscere meglio. Lo vedremo presto.

 La proposta di legge è stata firmata e depositata a Montecitorio dal presidente della Commissione Trasporti della Camera Alessandro Morelli (Lega). La proposta di legge in sintesi dice che le radio nazionali dovrebbero trasmettere più musica italiana, almeno una quota del 33%, cioè su tre canzoni trasmesse una dovrebbe essere di un autore italiano. Oltre a ciò la proposta va ancora più nello specifico, proponendo che il 10% dovrebbe essere dedicato ai giovani autori e alle piccole case discografiche italiane.

Premesso che la maggior parte dei discografici non è assolutamente d’accordo, se vogliamo valutarla seriamente, i primi dubbi pratici non di facile risoluzione, come possiamo trovare sono questi:

  • Per quelle canzoni italiane prodotte all’estero, registrate per esempio negli Usa, cosa si deve fare, sono italiane o no?
  • Per quelle canzoni cantate un po’ in italiano, un po’ in inglese, cosa facciamo?
  • Per i programmi o le reti radiofoniche che si dedicano quasi esclusivamente al blues ed al jazz, come si fa, si tagliano?

Lasciamo da parte l’attuabilità o meno di un provvedimento quasi ridicolo, ed andiamo un po’ sulla filosofia di vita:

  • La musica è musica, non possono esistere delle barriere.
  • La musica deve poter spaziare nella mente, deve poter far sognare, la musica è arte, non può avere vincoli o restrizioni.
  • La musica straniera ha rivoluzionato il modo di pensare di chiunque, siamo cresciuti con i Beatles, con i Pink Floyd ecc.

Se pensiamo davvero ad una legge in tal senso, dovremmo allora anche limitare, nelle mostre di pittura, di scultura, gli artisti stranieri da quelli italiani.

La musica è musica, è arte: basta con le fregnacce!

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Una visione a cortissimo raggio (fino a maggio 2019)

All’inizio anche i sindacati si erano quasi “innamorati” delle opportunità offerte dal governo del cambiamento.

Alcuni programmi politici erano visti di buon occhio (reddito di cittadinanza, pensione anticipata ecc.). Nell’analisi del contratto di governo dell’attuale maggioranza il mondo sindacale era rimasto in silenzio, quasi in disparte, perché aveva colto degli elementi positivi per le masse.

Ma sono bastati 10 mesi affinché il  sindacato cambiasse posizione e si risvegliasse bruscamente dal tiepido innamoramento, che ha portato alla manifestazione unitaria di Roma di sabato 9 febbraio. Ci si è accorti di un presunto tradimento.

Così, gli indicatori negativi che in questi mesi sono venuti fuori (rialzo delle spread, bocciatura della prima manovra finanziaria, calo della produzione, recessioni – unici in Europa-, investimenti bloccati, nomine in posti strategici impantanate)  hanno fatto ripensare molti, tra cui i sindacati.

Il vero problema per tutti noi italiani è quello che il programma di questo ultimo governo è un programma con una visione a cortissimo raggio, arriva fino a maggio 2019 (elezioni europee). E’ un programma che non contiene  alcuna strategia economico/sociale per i prossimi 2/3 anni come pure è assente di una visione strutturale sui prossimi 3/5 anni. Perché a maggio, come minimo, potrebbe essere ridiscusso il tutto, ed allora è bene presentarsi all’appuntamento con dei piccoli risultati immediati, anche se di facciata. 

Così la crisi di sistema del Paese Italia, già seria di per sé, si sta facendo ancora più complicata. Altro che social!

Ci sarebbe da pensare alle politiche della famiglia e della scuola, alle politiche industriali, al mondo del digitale, all’ambiente, alle difficoltà del nostro territorio, ecc. ecc. Penseranno a tutto, ma solo dopo maggio 2019 (nonostante che si tratti di elezioni europee, e non politiche) ! Come crediamo che a dopo maggio (ma a data e Governo da definirsi) sarà sicuramente rimandata ogni possibile decisione sulla tanto discussa TAV.

E’ proprio vero che in Italia non si pensa altro che alle prossime elezioni ed alla campagna elettorale. Vecchi politici o politici del cambiamento, la sinfonia è sempre la stessa; si trova la massima soddisfazione nel fare campagna elettorale e nei risultati delle elezioni, nazionali, europee o locali che siano. Poi resta quasi tutto uguale, se non peggio (raramente si vedono dei miglioramenti in giro).  E noi, popolo italiano, dobbiamo vivere con una crisi di sistema,  che pochissimi altri paesi industrializzati al mondo hanno.

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Prima il parcheggio, poi definiamo il resto

E’ proprio così in Italia:

-con l’accertata volontà di incentivare sempre il trasporto su strada per conservare l’indotto della produzione di motori, autoveicoli ed autocarri;

–  con la carenza ed i disservizi dei servizi di trasporto pubblico;

le quattro ruote, nonostante l’introduzione del car sharing, sono sempre più uno strumento fondamentale per tutti (lo vediamo anche dalle pubblicità in tv sulle auto, ricorrenti ed asfissianti), tanto che, prima di prendere decisioni o compiere azioni, ognuno di noi analizza se, come e dove è possibile impiegare o lasciare l’auto. Un po’ viene utilizzata per essere trasportati, un po’ per comodità, ma anche per farsi notare.

Senza parcheggio, di questi tempi, non si fa più niente.

Lasciando da parte la questione dell’inquinamento amplificato da chi gira col mezzo intorno al luogo di destinazione per trovare un posto, la situazione italiana è comunque patologica, visto che oggi transitano circa 37 milioni di auto, un quinto in più di un ventennio fa.

In nessun altro paese europeo ci sono tante auto per abitante come in Italia.  Ed oltretutto c’è il problema che le nostre città sono per lo più piccole e molte sono anche situate in zone dove la morfologia del territorio non è delle migliori per avere spazio.

Servono sempre nuovi parcheggi, posti auto, box, garage, nonostante che i posti auto disponibili siano in valore assoluto di più rispetto alle auto in circolazione. Ciononostante, non si trova parcheggio.

Perché il problema è quello che tutti si riversano con la propria auto, nelle ore di punta, nei medesimi luoghi (vie di circonvallazione, ospedale, scuola, centro storico la sera o nel weekend, aeroporti ecc.), così che i posti disponibili non possono essere mai sufficienti.

Chi acquista una casa, chi vuole aprire un’attività commerciale, chi vuol raggiungere un luogo, prima deve sempre analizzare la situazione per capire se è in grado di utilizzare e posteggiare l’auto. Nel caso in cui si capisca che non ci sarà vita facile per l’automobilista, spesso e volentieri si rinuncia, perché l’auto da noi è, al momento, fondamentale. Perché i trasporti pubblici non sono integrati e sono carenti, con le bici ci sono tanti rischi di essere investiti, a piedi non ci sono i marciapiedi ecc. ecc.

Alla fin fine i pochi che sono felici di questa situazione sono coloro che hanno scommesso nel business legato al parcheggio.

È importante indovinare la location … Ti affitto un parcheggio all’aeroportoTi affitto un posto al coperto in pieno centro… ma, quando ben prevista, il rendimento dell’investimento è superiore rispetto alla stragrande maggioranza degli investimenti commerciali e finanziari dei comuni mortali.

Infatti, a meno che l’auto non rimanga quasi sempre ferma al solito posto, per poter circolare e parcheggiare senza problemi, in Italia, ci vorrebbero dai 3 ai 5 posti auto per ogni macchina. 

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Attenzione bene a non bisticciare, anche per sbaglio, con la Cina

L’attuale Governo è in effetti del cambiamento. Lo vediamo anche nei rapporti internazionali. L’Italia ed i suoi Governi di un tempo, rappresentavano una importante fonte diplomatica; mediatori, tessitori, facilitatori, chiamatela un po’ come volete, ma la diplomazia italiana era apprezzata ed attiva nei rapporti internazionali e nei tanti conflitti sparsi per il mondo.

Oggi le cose sembrano un po’ mutate. Il nuovo Governo italiano, in questi primi mesi di lavoro, sembra che voglia rendere difficile la vita un po’ a tutti. I problemi nel mondo sono tanti, ogni Stato ha i suoi punti di forza ma anche le sue debolezze, che in alcuni casi sono veri e propri lati oscuri. Per tali motivi sarebbe facile arrivare allo scontro un po’ con tutti, ma credo non convenga; meglio lavorare da un punto di vista diplomatico anziché cercare il muro contro muro.

Ma i fatti di questi ultimi mesi parlano chiaro.

Oggi siamo di fronte ad una grossa crisi diplomatica con la Francia, la prima dopo la seconda guerra mondiale. Ma non solo.

La Germania si sta defilando dalla missione europea nel Mediterraneo in polemica con l’Italia, dopo che il nostro Governo ha iniziato a rendere impossibile lo sbarco nei porti italiani degli immigrati.

Nella crisi del Venezuela, l’Italia ha posto il veto su un documento comune con gli altri Paesi della UE, impedendo di presentarsi con una posizione unitaria.

Queste le controversie recenti più importanti. Insomma, gli atti ostili non mancano, mentre sarebbe necessaria più diplomazia nel far sentire le proprie ragioni e le proprie posizioni. Ma forse il problema è nei soggetti che si rendono responsabile di simili atteggiamenti; non sembrano così pronti da prevedere quali conseguenze dannose per lo Stato, le aziende ed i cittadini italiani potrebbero arrivare.

Pertanto, poiché a volte ai membri del Governo scappano frasi o parole che andrebbero trattenute, nonostante le buone ragioni, vogliamo mettere tutti in guardia su un punto.

Attenzione bene non solo a questionare, ma anche soltanto a scherzare troppo con i cinesi.

Perché innumerevoli sono le acquisizioni realizzate nel nostro paese dai nuovi signori del capitalismo orientale. Negli ultimi cinque anni hanno investito 10 miliardi, rilevando aziende in vari settori: dalla meccanica, alla moda, allo sport, come pure rastrellando partecipazioni in tanti altri campi.

Ma non solo. Esportiamo abbastanza verso la Cina, ma ancora non è sufficiente per le nostre potenzialità, ma soprattutto importiamo molto. La Cina è il terzo Paese del mondo per valore delle merci che l’Italia importa dall’estero, dopo Germania e Francia.

Nel piccolo, ma poi non troppo, l’esempio dell’azienda di moda Dolce e Gabbana ne è una recente prova. Non si può pensare di fare delle campagne pubblicitarie trattando i potenziali clienti (cinesi) come degli idioti. E’ bastato quello per mandare in rovina un progetto commerciale di grande portata. Così, nell’imminenza di una importante sfilata della stessa casa di moda in Cina, le modelle e tutti gli ospiti hanno deciso di boicottare l’evento, che poi è stato ufficialmente cancellato dal Governo Cinese.

Allora, attenzione bene a non bisticciare, anche per sbaglio, con la Cina che, nonostante tutto è un Paese trainante, non solo per noi ma anche per il mondo intero.

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3 giorni di viaggio, 12 ore per avere un buon lavoro

Partiamo dal finale.

Appena arrivato a Stoccolma, il tempo di scaricare l’auto, sistemare alla meglio i bagagli nella casetta affittata; poi una dormita per recuperare le energie dopo il lungo viaggio. Il mattino seguente, di primo mattino,  contatta l’azienda, chiede se può essere ricevuto, viene accolto subito, un piccolo test sulla professionalità e conoscenza del software ed alla fine: assunto! 12 ore di permanenza a Stoccolma sono bastate per trovare un buon lavoro.

Perché l’azienda in questione, nonostante sia una piccola realtà (circa 30 dipendenti) recentemente ha vinto il primo premio nazionale sulla flessibilità del modello di organizzazione aziendale e del personale.

Facciamo qualche passo indietro.

Siamo in centro Italia, in una piccola provincia con un buon tenore di vita.

Due giovani under 30, due nomi di fantasia: Anna e Marco. Marco del posto, laurea triennale in ingegneria, un lavoro non definitivo in un’azienda di software; Anna di origini svedesi ma nata in Italia, occupata in un laboratorio di una pasticceria della città.

Con il tempo maturano l’idea di trasferirsi in Svezia, dove Anna ha ancora parenti ed amici, viste le origini. Perché in Italia, nonostante ai due non manchi nulla, vivendo ancora nelle rispettive famiglie, è evidente che ci sono poche possibilità di emergere, come altrettanto difficile è la via per arrivare a costruirsi una famiglia “normale”.

Da lì il progetto prende forma. Viene scelta Stoccolma, viene prenotata una casa da tenere in affitto e soprattutto va cercato per entrambi un nuovo lavoro.

Internet aiuta. Anna scrive ad alcune pasticceria e laboratori della città, Marco ricerca sul web se a Stoccolma esiste una realtà che lavori sul programma software conosciuto. L’azienda per lui ci sarebbe; il ragazzo gli invia una mail di presentazione. Pochi giorni dopo arriva la risposta: l’azienda è disposta a conoscerlo. Quando sarà a Stoccolma dovrà farsi vivo con l’azienda per un colloquio diretto. Per Anna solo contatti ma nulla di più per ora.

Martedì 29 gennaio è il giorno della partenza per Anna e Marco, in auto, dall’Italia, destinazione Stoccolma. Tre giorni di viaggio, a tappe, con l’auto carica di bagagli e di affetti personali.

Giovedì 31 sera l’arrivo nell’appartamento affittato. Da qui la storia la conoscete già.

Manca ancora di sapere, dopo aver sistemato casa, quanto tempo impiegherà Anna per trovare un’occupazione. Ci informeremo presto. Noi scommettiamo che non passerà molto. 

Si riempiono pagine, talk show e comizi con l’emergenza immigrazione, quando la vera emergenza da noi sta diventando l’emigrazione degli italiani. I numeri non possono essere smentiti. Di questo passo chi resterà nel nostro paese per tirarlo avanti in maniera decente?

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Il chiodo fisso delle prossime elezioni

E sì che Salvini lo scorso dicembre a Roma, durante una manifestazione della Lega, aveva anche citato De Gasperi: “Uno statista pensa alle prossime generazioni non alle prossime elezioni”.

Ma questo è il Governo del cambiamento, ce lo hanno detto in tutti i modi,  e poi lo vediamo e lo sentiamo ogni giorno anche noi: si cambia idea velocemente su tutto.

E chi si oppone (se non politico)  o contesta i provvedimenti che il Governo ha assunto o vorrebbe assumere, viene liquidato, per tagliar corto, con questa frase: …- se non è d’accordo si candidi alle elezioni…

  • Di Maio: Se Bankitalia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima si volta si presenti alle elezioni con questo programma;
  • Salvini: Boeri (Presidente dell’Inps) si dimetta, poi si candidi (dopo l’audizione alla Camera di Boeri sui provvedimenti del Governo in materia di pensioni);
  • Salvini: giornalista a Strasburgo gli chiede delle sue assenze al Parlamento Europeo e lui si infuria e risponde … se vuole far politica si candidi…;
  • Salvini: un suo tweet che parla di arresti fa perdere le staffe al procuratore capo di Torino Armando Spataro; gelido il ministro: … vada in pensione o si candidi…

Questi sono solo alcuni dei momenti  in cui il pensiero dei nostri governanti, come un chiodo fisso, va verso le future elezioni (forse anche per comodità e per approssimazione).

Certamente non si può chiedere a nessuno di rinnegare le proprie convinzioni; in ogni caso chi vuole governare un Paese non può e non deve essere schiavo delle proprie certezze ed essere convinto che tutto il bene è dalla sua parte. Deve anche sapere ponderare le critiche (soprattutto se provengono da esperti non politici), che potrà controbattere con argomentazioni mirate, a dimostrazione che la ragione è dalla sua parte.

Cercando, con fatica, di rimuovere il chiodo fisso delle elezioni e delle candidature, che nel nostro Paese, sfortunatamente per noi umili cittadini, influenzano, troppo spesso, il comportamento e le decisioni di chi è al Governo sia nazionale che locale.

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Gli attacchi terroristici e l’audience

Di queste cose è bene parlarne in momenti di tranquillità (si fa per dire, visto cosa accade giornalmente nel mondo)  e non quando ci troviamo di fronte ad un evento specifico.

Ogni qualvolta negli ultimi anni in Europa avviene un’azione terroristica, ne viene dato ampio risalto da tutti i media del continente per diversi giorni, anche con una programmazione straordinaria. Se invece il fatto accade fuori dall’Europa, nella maggior parte dei casi, passa la notizia in pochi secondi.

Peccato, tante persone oneste, italiane e non, volenterose ed anche preparate, in certi casi si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma va tenuto conto che, la probabilità di essere coinvolti in un attacco terroristico, corrisponde più o meno a quella di essere colpiti da un fulmine.

Infatti dopo l’undici settembre del 2001, i morti nel mondo occidentale per atti terroristici non dovrebbero superare il migliaio di persone, mentre, per esempio, i morti che ogni anno ci sono solo sulle strade italiane per incidenti, sono di alcune migliaia.

Se poi andiamo negli Stati Uniti e leggiamo le statistiche sulle persone uccise con armi da fuoco, troviamo dei numeri impressionanti. Circa 11mila omicidi ogni anno con armi da fuoco, a cui si devono aggiungere i morti causati da chi spara ad una massa di persone, le così dette stragi di massa, che settimanalmente si ripresentano, in zone affollate (scuole, supermercati ecc.).

Quindi, porre tutta questa attenzione mediatica verso alcuni fatti terroristici, come ad esempio l’ultimo caso di Strasburgo o ai tanti precedenti, fa senz’altro il gioco delle testate giornalistiche, per attirare lettori ed aumentare le vendite, ma soprattutto favorisce e non di poco, i gruppi terroristici ed i loro fiancheggiatori, che prendono slancio per progettare nuove azioni.

Ed oltretutto questo risalto mediatico genera nella popolazione una falsa rappresentazione della realtà, visti i numeri che abbiamo citato sopra.

Non si capisce allora perché, per avere un po’ più di audience, deve essere offerto ai cittadini un servizio di informazione così fuorviante che, come dicevamo sopra, è pure una pubblicità indiretta all’estremismo ed a quanti, emarginati,  pensano di avvicinarvisi.

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