Ottavo reportage dall’Angola

Giocare a calcio in Africa.

Il calcio è lo sport nazionale dell’Angola ma la sua nazionale risulta essere classificata solamente al 137° posto nel ranking mondiale delle nazionali FIFA.

Anche se il calcio in questo paese è anni luce indietro rispetto a quello a cui siamo abituati osservandolo da vicino se ne apprezzano aspetti sorprendentemente positivi. Qua in Africa, dove non esistono i giochi moderni e si devono accontentare di poco o nulla, con una palla riescono a divertirsi per giornate intere. Il campo da calcio viene popolato ogni giorno e diventa punto di ritrovo per i giovani, anche la partita meno interessante e di scarsa qualità riesce ad avere un buon numero di spettatori.

 

Ho potuto apprezzare questo aspetto sin dai primi giorni della mia permanenza in Africa durante le mie passeggiate quotidiane, il campo da calcio si svuotava solamente dopo il tramonto, quando l’assenza di luce solare non permetteva più di vedere nitidamente il pallone. Accanto all’unica strada asfaltata della zona e a circa un km da casa mia c’è uno dei due campi della zona: una distesa di terra e sabbia molto grande delimitata da solchi scavati nella terra al posto delle linee e con le porte costituite da due pali piantati verticalmente, senza traversa né rete.

Le squadre rivali indossano quasi sempre completini di squadre europee di qualità scadente visivamente falsificati comprati nella più vicina città per pochi spiccioli.

Passata la prima settimana di ambientazione, la gente del posto ha iniziato a conoscerci, e un giovane lavoratore dell’ospedale ha invitato me e Marco a giocare una partita nel pomeriggio di domenica 14 ottobre. Quella domenica si sarebbe giocata la partita dipendenti dell’ospedale (medici e infermieri) contro studenti di infermieristica.

 

Ci siamo vestiti come meglio potevamo e siamo andati a giocare.

Non avevo mai provato l’ebbrezza di giocare alle 16.30 sotto il sole con 35/40° su un campo polveroso e immenso, dove conta solo correre e arrivare prima sul pallone.

Dopo i primi minuti mi sono reso subito conto che non sarei arrivato alla fine della partita, avevo già la bocca impastata ed il fiatone. Accanto a me i ragazzi del posto si buttavano su tutti i palloni, correvano sulle fasce e spazzavano il pallone dall’altra parte del campo con la speranza di mandarlo sui piedi dell’attaccante. Ogni tanto bevevo un goccio d’acqua e giocavo cercando di risparmiare le energie. Guardavo sempre dove mettevo i piedi perché il campo era pieno di buche e zolle di sabbia che mi preoccupavano parecchio. Anche Marco era in difficoltà come me, ci scambiavamo sguardi di intesa senza parlare, stavamo facendo una fatica tremenda.

Ai lati del campo un centinaio di persone assistevano alla partita e tifavano la propria squadra. Anche io e Marco avevamo i nostri tifosi/e del posto che non conoscevamo e che quando toccavamo palla gridavano il nostro nome.

Alla fine del primo tempo e dopo 45 minuti di gioco perdevamo 3 a zero. Colto da un sentimento di rassegnazione e di stanchezza ma soddisfatto e contento di non essermi fatto male, ho deciso di uscire e non sono più rientrato. Marco, forse per orgoglio italiano, ha fatto anche il secondo tempo che è durato meno di 45 minuti quando il sole se n’era andato e non era più possibile giocare.

Alla fine della partita siamo stati salutati e abbracciati da tutti i giocatori, ci hanno ringraziato per la nostra presenza e ci hanno invitato a tornare a giocare quando vogliamo. Anche se eravamo gli unici bianchi ci siamo sentiti fin da subito ben accettati e integrati, sia i compagni che gli avversari sono sempre stati sorridenti. È stata un’ottima occasione di sport e di integrazione. Sono tornato a casa con il sorriso sulle labbra. Mi domando cosa sarebbe successo in una situazione invertita dove due ragazzi neri venuti da molto lontano avessero giocato in una partita di calcio in Italia, sarebbero andata a finire allo stesso modo?

Beniamino Bortoli

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