Non qualificarsi ai mondiali di calcio 2018 potrebbe essere il punto di svolta

Con l’avvicinarsi dello spareggio del prossimo novembre, che l’Italia calcistica dovrà affrontare per l’accesso alla fase finale del campionato mondiale di calcio per nazioni, che si terrà in Russia nell’estate 2018, contrariamente alle più alte cariche sportive italiane che, recentemente, hanno rilasciato le seguenti dichiarazioni:

  • Ventura (allenatore della nazionale di calcio italiana): non andare ai mondiali sarebbe una catastrofe;
  • Tavecchio (presidente federazione italiana gioco calcio): non qualificarsi ai mondiali un’apocalisse;
  • Malagò (presidente del Coni): non qualificarsi ai mondiali una tragedia sportiva;                

da semplice cittadino e da uomo di sport ritengo al contrario che, la mancata qualificazione potrebbe invece essere un bene, soprattutto un punto di svolta. Non credo che tale affermazione possa essere considerata una “bestemmia” e vi spiego perché.

Nonostante che in Italia i numeri della pratica sportiva nell’ultimo decennio sono alti, da troppo tempo nel nostro paese lo sport in generale ed il calcio in particolare (che è lo sport nazionale), vivono un periodo di decadenza.

E’ evidente a tutti, anche a chi è lontano dai palazzi della politica sportiva, che oltre alle molte problematiche di natura organizzativa e gestionale (in mancanza di corrette gestioni aziendali), in Italia sono da rilevare due aspetti preponderanti:

1) la mancanza o assoluta inadeguatezza di strutture ed ambienti sportivi per i settori giovanili, per le attività agonistiche, per il semiprofessionismo e pure per il professionismo;   

2) la scarsa valorizzazione dei vivai, visto che in Italia, come tutti sappiamo, il risultato conta più di tutto e pertanto non possono esistere tempi di attesa e di programmazione per la crescita di un atleta o di un giovane sportivo.

Il mondo dello sport nella maggior parte dei casi continua nel suo incedere con …uno zoccolo ed una ciabatta… ed i risultati sono evidenti a tutti. Stadi ed impianti aperti al pubblico semivuoti, poche e vecchie strutture per far giocare i nostri ragazzi, giovani italiani che non riescono ad emergere, anche perché è più conveniente scegliere atleti all’estero: costano meno, sono più tonici e resistenti allo sforzo dei nostri ed hanno meno pretese (forse perché allenati meglio, sia fisicamente che mentalmente). Per esempio nelle prime 6 squadre del campionato di calcio italiano su 11 giocatori che scendono in campo, mediamente 8/9 sono stranieri e così alla fine anche la nazionale si trova, non solo senza campioni, ma anche senza discreti giocatori. Così da rischiare l’esclusione dalla competizione più importante, perché la squadra non è all’altezza delle migliori altre nazionali.

L’esclusione, come già detto, potrebbe diventare il punto di svolta dello sport nazionale. Sarebbe una sconfitta così bruciante da imporre un drastico e repentino cambio di rotta, da cui ripartire.

Ci immaginiamo:

– nuovi dirigenti sia a livello nazionale che regionale, non corrotti e soprattutto non burocrati;

– una nuova gestione e nuove norme legate ad un diverso rapporto pubblico/privato per tutto il mondo dello sport italiano;

– adeguata programmazione di investimenti, che in un arco temporale di 10 anni, dovrebbero portare al completamento di nuove strutture od al rifacimento di quelli ancora presentabili, lungo tutto lo stivale;

–  valorizzazione dei giovani e dei settori giovanili, punto nevralgico da cui ripartire, attraverso anche contributi economici e facilitazioni sia a livello di piccole società sportive come pure nell’ambito del professionismo .

Tanto, in Italia, l’unico modo per rialzarsi è quello di cadere prima a terra. Ed andando avanti ancora con …uno zoccolo ed una ciabatta… questo prima o poi dovrà avvenire. Sarà con i prossimo campionati mondiali di calcio di Russia 2018?

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