Ma i voti, a scuola, valgono più?

La pandemia si è interposta negli ingranaggi di un sistema che girava già ai limiti della tenuta. Lo scontento sociale era già alto prima, figuriamoci dopo, dove la forbice tra i ricchi ed i poveri si è allargata ancora ed il gruppo dei bisognosi è sempre più ampio.

La situazione economico/sociale è giustamente sulle prime pagine dei giornali e nei talk-show.

Ma la pandemia si è interposta pure nel mondo della scuola, funzione primaria di un paese avanzato. Tutti sappiamo ormai che dove non c’è istruzione c’è degrado e le possibilità di sviluppo di una comunità sono molto limitate.

Nel nostro Paese da troppi anni ormai la scuola pubblica è sempre più provvisoria ed in difficoltà sia nelle strutture che nella qualità dell’insegnamento e nei livelli di valutazione (che sono da qualche anno molto al ribasso).

E della scuola in questo periodo si è parlato davvero poco, senz’altro meno del distanziamento degli ombrelloni al mare.

Anche perché la politica di governo, con provvedimenti apparentemente conciliatori, si è apprestata a tagliare al minimo presentabile l’esame di maturità. Ma non solo, l’unica cosa certa è stata fin da subito che tutti sarebbero stati promossi.

Ma che fretta c’era di comunicare che tutti, proprio tutti, sarebbero stati promossi?  A che tipo di funzione è stata relegata l’Istruzione scolastica, che dovrebbe preparare all’impegno, all’organizzazione, alla vita futura per una cittadinanza attiva?

E’ vero che forse si è pensato di preservare quei ragazzi che per ragioni di contesto familiare non potevano seguire le lezioni o sviluppare il programma da casa, ma queste dovevano essere considerazioni fondamentali da tenere di conto solo al momento degli scrutini finali, alunno per alunno!

Come fa una comunità a crescere nella rettitudine e nell’impegno se poi cominciamo a dubitare che neppure i voti valgono più?

 

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