I sindacati, fanno il bene dell’Italia?

Nel mondo del lavoro, ancor oggi che siamo negli anni duemila, la situazione è molto complessa. In ogni paese, nazione, nelle attività lavorative, si ritrovano scenari a volte completamente diversi tra di loro, in base al contesto: normalità, sfruttamento, privilegi.

Restringiamo per un attimo lo sguardo sul nostro Paese, che ci interessa da vicino.

Soprattutto mal pagati, ma tante volte anche sfruttati e ancor peggio minacciati. Sono tante, nei vari settori del mondo del lavoro, le categorie di lavoratori così dette “deboli”, che troppo spesso, per diversi motivi, non possono neppure accedere all’assistenza sindacale, per veder almeno riconosciuti i pur minimi diritti, tra cui la dignità di uomo e di lavoratore. Ed ogni crisi acuisce il problema.

Ma da noi ci sono anche categorie di lavoratori, in particolare nel settore pubblico e nelle grandi aziende, che ben supportati dalla categoria sindacale, molte volte arrivano ad avere diritti ben oltre ogni limite di decenza. I sindacati, in questi contesti, si interessano ai lavoratori fino all’estremo confine (a volte anche nei casi di colpa grave del lavoratore), ma non sempre si occupano dell’interesse generale, cioè delle necessità del cittadino/utente. Troppo modesta l’attività sindacale che spinga affinché le funzioni di lavoro siano adeguatamente coperte per offrire un servizio decoroso per la collettività , affinché le attività siano svolte in un tempo adeguato, affinché chi è assegnato al front office si adoperi con cortesia a risolvere i problemi della cittadinanza.

Prendiamo l’emergenza Covid-19. Nel pubblico ancora oggi, mese di luglio, in cui fortunatamente la situazione in Italia è sotto controllo, stiamo riscontrando come i sindacati spingano e supportino le decisioni dei dirigenti della pubblica amministrazione di mantenere a livelli massimi le misure precauzionali, di contenimento e contrasto del rischio di epidemia.

Per i sindacati quindi, così come per i dirigenti (soggetti a responsabilità nei casi in cui nei loro reparti possa accadere qualcosa), non ci sono le condizioni per il ritorno alla normalità delle attività pubbliche, nonostante che tutto il resto del Paese cerchi di riprendere quella quotidianità di vita (che potrebbe purtroppo anche non bastare) per risollevare i cittadini dalla povertà e la nazione dai debiti.  Così i servizi per i cittadini, già carenti prima della pandemia, sono oggi ridotti all’osso (a volte non si trova neppure l’osso!). Così al rischio pandemia, da marzo si è aggiunto il rischio derivante dal blocco dei servizi pubblici, tante volte vitali per continuare a sperare nel mantenimento o nella ripartenza di una attività lavorativa.

E più si racconta che la situazione economico/sociale generale è delicata e per molti è drammatica, e più i sindacali pubblici premono per il mantenimento dello stato di massima emergenza socio/sanitaria, con un atteggiamento quasi di irresponsabilità, meglio dire di strumentalizzazione del virus, per mantenere gli uffici pubblici chiusi e la gente a casa a farsi gli affari propri o quasi. Ed allora mi torna in mente la frase, forse poco diplomatica, che periodicamente mio nonno mi ripeteva, nel contesto degli anni ’70, dove le battaglie sindacali erano all’ordine del giorno: i sindacati sono la rovina dell’Italia! Ed io che mi domandavo: Sarà vero quello che dice mio nonno?

Anche il noto giuslavorista e più volte parlamentare, Pietro Ichino, non ha usato mezzi termini per rappresentare lo smart-working svolto dai dipendenti pubblici durante la pandemia: «Nella maggior parte dei casi è solo una lunga vacanza pressoché totale, retribuita al cento per cento».

Se vogliamo salvare il Paese, smettiamola tutti di far finta di non capire i problemi che realmente viviamo!

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