Un fiume di soldi per un ciclo di studi, che nessuno considera un patrimonio da salvaguardare

Un fiume di parole è passato sulla crisi economica, che ci sta ancora attanagliando. Un fiume di parole è passato sulla mancanza di lavoro e sul tasso di disoccupazione. Un fiume di parole è passato sulla penalizzazione che hanno subito i giovani in cerca di occupazione.

Proprio quest’ultimo punto mi interessa. Il tasso di disoccupazione giovanile negli ultimi mesi, in media, è un po’ sceso ma siamo ancora a percentuali molto elevate (37%) ed in certi regioni, tipo le isole e l’estremo sud, supera ancora il 50%.

Forse il principale errore, nel tempo,  che ha fatto il nostro paese, è stato quello di non dare il giusto valore, anche e soprattutto economico, al percorso di insegnamento.

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Cioè un fiume di soldi (valutati mediamente in 100mila euro a studente) impiegati dallo Stato per ogni ragazzo, per accompagnarlo nel cammino che va dall’insegnamento primario, fino alla fine della formazione secondaria. Questi soldi rappresentano il costo medio pro capite di una scolarità teorica per ogni ciclo di formazione. Se ci pensiamo bene un vero e proprio patrimonio pubblico che, alla fine, anziché essere considerato come tale, come un valore aggiunto per il paese, è abbandonato, lasciato in balia di se stesso. Chi si dimentica di un patrimonio familiare di 100mila euro? Forse pochi.

Poi la crisi mondiale ha fatto il resto, complicando ed inasprendo il nostro contesto.

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Anche le nostre aziende, sulla scia della consuetudine pubblica, hanno di fatto non considerato a dovere i giovani usciti dalla scuola, forse perché “bollati” erroneamente poco adatti al lavoro, ed oltretutto valutati come un peso troppo grande da sopportare, almeno per i primi tempi.

Basta guardare gli stage, quelli pre-crisi, in cui ragazzi delle scuole o alla fine del ciclo di studi venivano inseriti per qualche mese in una realtà lavorativa. In Italia, i giovani a fine corso scolastico,  anziché rappresentare momenti di speranza ed anello diretto tra la scuola ed il lavoro, erano quasi sempre ai margini, di fatto un peso per l’azienda, che effettuava il servizio di ospitare lo studente più che altro per mantenere rapporti di buon vicinato (con le scuole e le istituzioni locali). Oggi invece gli stage sono spesso utilizzati per risparmiare i costi di lavoro dipendente.

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In molte altre nazioni invece, i giovani locali ed i ragazzi italiani trasferiti per cercare lavoro, sono considerati non una arancia da spremere, ma una risorsa su cui investire, una ricchezza per lo Stato e per l’azienda. Ed è per questo che le cose girano un po’ diversamente.

E’ necessario quindi ridare il giusto valore anche economico, come di fatto lo è, al ciclo di studi e alla formazione dello studente. Forse è qua la chiave del nostro problema, che in qualche modo va risolto.

 

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