Difficile pareggiare la bilancia del “capitale umano”

Con l’espressione “fuga di cervelli” ovvero “cervelli in fuga” si vuole indicare l’emigrazione, verso i paesi stranieri, di persone che possiedono una elevata specializzazione professionale, il così detto  “capitale umano”. Tra parentesi tra quanti se ne vanno dall’Italia in cerca di lavoro, la percentuale di coloro che emigrano senza una laurea è comunque ben oltre il 60% del totale.

Ma per spiegare meglio questo fenomeno, che non presenta solo risvolti negativi per il nostro paese, immaginiamo di avere su un tavolo una bilancia, con due piatti, e poco più in là tante palline, quanti sono i punti in questione. Nel piatto di destra, scelto per caso, andremo ad inserire le palline positive, nel piatto di sinistra invece quelle negativi.

Senza dubbio positiva è la  pallina “formazione”, a dimostrazione che il nostro paese, nonostante i tanti guai della scuola, riesce ancora a formare discretamente molti ragazzi, che poi all’estero, oltre a farsi ben voler, arrivano ad ottenere anche importanti successi. Nello stesso piatto va inserita anche la pallina “ambasciatori”, perché i talenti che trovano uno spazio fuori dai nostri confini,  diventano di fatto, in giro per il mondo, ambasciatori della bellezza, della storia e della professionalità del nostro paese (e ciò dovrebbe rappresentare un punto di forza per tutto il sistema).


Nel piatto di sinistra, nostro malgrado, vanno inserite sicuramente le seguenti palline: “poca meritocrazia”, “poche grandi imprese”, “pochi laureati”, “pochi posti per la ricerca”,

Poca meritocrazia, perché troppo spesso in Italia per i pochi posti di lavoro o di ricerca disponibili sembra già tutto scritto, prima di avviare la selezione. Poche grandi imprese, perché già il tessuto industriale italiano era basato principalmente su piccole/medie aziende a carattere familiare, poi nel corso degli anni, con l’aggravarsi della crisi, le grandi aziende si sono drasticamente ridotte o sono anch’esse emigrate, così che i giovani laureati vanno dove ci sono le grandi aziende e dove c’è un’organizzazione societaria capace di assorbire una elevata quantità di professionalità d’alto livello. Pochi laureati, visto che il nostro paese è tra i paesi meno istruiti d’Europa e se tra i pochi che si laureano, una buona fetta decide di diventare un “cervello in fuga”, l’Italia non può che crescere più lentamente rispetto ad altre nazioni. Pochi posti per la ricerca, perché mancano non solo in fondi, ma anche una visione d’insieme di come gestire le risorse e di come sviluppare il futuro in un periodo medio/lungo. Purtroppo nel nostro Paese i ricercatori sono due volte meno che in Francia e Regno Unito, tre volte meno rispetto alla Germania, nove volte meno rispetto al Giappone, tredici volte meno rispetto agli Usa.

Ma la pallina che lasciamo per ultima e che va ancora a pesare nel piatto di destra e che rappresenta, forse, la nota forse più dolente, è quella che l’Italia non piace ai ricercatori europei. Il Paese non attrae chi si occupa dello sviluppo della ricerca scientifica, decidendo di rivolgersi ad altri stati più organizzati in tal senso (Gran Bretagna, Germania, Francia, Svizzera, Spagna).

La mobilità europea è uno dei pilastri dell’Unione Europea e pertanto anche se tanti nostri “cervelli” vanno all’estero ma ci fosse una compensazione con l’arrivo di altri cittadini europei dello stesso livello, il problema non sussisterebbe.

Andando a vedere le statistiche si capisce però che  esportiamo  “cervelli” ed importiamo soprattutto “braccia” (in prevalenza immigrazione non qualificata da un punto di vista professionale).

Così come possiamo vedere anche dalla foto, la bilancia pende troppo a sinistra, convenzionalmente individuata come parte negativa! 

Per pareggiare i pesi sui due piatti della bilancia, riusciremo a trovare nuove palline da inserire nel piatto di destra, oppure ad eliminare alcune di quelle negative, in quanto ormai superate da situazioni positive? Questo è il grande dilemma!

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