Cercasi disperatamente organizzatore di giochi olimpici

Eravamo da poco entrati nell’autunno 2016, quando Virginia Raggi, Sindaco di Roma, ribadiva il suo «no» alle Olimpiadi di Roma del 2024.

La notizia pareva una soluzione da irresponsabili, il Coni ed il Governo non l’avevano presa bene, mentre i più contenti parevano essere le altre città rivali, che perdevano per strada un concorrente, che aveva alzato bandiera bianca.

La polemica è andata avanti pesantemente ancora per alcune settimane, con la povera Raggi sempre al centro dell’attenzione; poi sulla vicenda dei Giochi Olimpici a Roma è calato il silenzio, nessuno ha più tirato in ballo la questione.

Anche perché sotto silenzio o quasi, sono passate altre notizie sulla falsariga di quella di Roma,  riguardanti l’organizzazione dei giochi, che però hanno interessato altri attori, stavolta stranieri.

Dopo Roma, anche Budapest, Boston ed Amburgo hanno ritirato la candidatura per ospitare i Giochi Olimpici estivi del 2024, soprattutto perché l’opinione pubblica era contraria, oltre ai problemi legati all’insicurezza della spesa e agli introiti .

A questo punto rimangono Los Angeles, che ha frettolosamente ha sostituto Boston e Parigi, il cui sindaco, sig.ra Hidalgo, pare sia la sola che ha le idee molto chiare su come organizzare e gestire un simile evento, utilizzando soprattutto strutture esistenti.

Ma lo stesso problema dell’organizzazioni dei giochi olimpici si è avuto anche per quelli Invernali del 2022. Dopo una serie di rinunce, tra cui la città di Stoccolma, le uniche candidate erano rimaste quelle di Almaty in Kazakistan e Pechino in Cina, la quale alla fine si è aggiudicata la competizione ( dopo aver già ospitato nel 2008 le Olimpiadi estive, prima città al mondo ad ospitare sia quelle estive che quelle invernali). Per le Olimpiadi invernali del 2026, al momento resta in corsa solo Sion (Svizzera), il che conferma la sempre crescente diffidenza verso questo tipo di eventi (anche se la ratifica finale della candidatura di Sion dovrà forse passare da un vero e proprio referendum popolare, che al momento non sembra per niente scontato).

In tanti danno la colpa alla distribuzione dei ricavi televisivi, che il Comitato Olimpico Internazionale ha stabilito nel 70% a proprio favore e soltanto per il restante 30% al paese ospitante, ma la preoccupazione per i costi spesso incontrollabili e le difficoltà crescenti di una organizzazione e di un controllo anche della sicurezza che deve essere meticoloso, tarpano le ali all’entusiasmo che un tempo le candidature ai giochi olimpici potevano offrire.

Così non ci resta che fare annunci mirati, nella speranza che qualche città possa soffermarvi l’attenzione e decidere, senza troppo pensare ai vari risvolti, di affrontare una simile manifestazione.

 

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