Arbitro di calcio: palestra di vita o esperienza scioccante?

Nel corso di questi anni ho assistito a tante partite di calcio nell’ambito giovanile, arbitrate sempre più spesso da ragazzi o ragazze pari età dei giocatori, o poco più grandi. In alcuni casi anche di età inferiore rispetto ai giocatori.

Ragazzi o ragazze che a partire dai 15 anni, se attratti dall’arbitraggio, dopo aver superato un corso ed un esame finale, diventano, fin dalla loro prima esperienza, giudice unico dei campi sportivi di provincia. Una responsabilità molto grande, visto l’ambiente che circonda il mondo del calcio nel nostro paese.

I primi tempi, i giovani arbitri, vengono a volte visionati da membri della locale associazione arbitri, che oltre a valutare le loro prestazioni, nell’intervallo o a fine gara possono dare dei consigli. Ma con il tempo tale supporto si dirada.

Così il novello arbitro, ogni fine settimana, va a fare visita ai campi sportivi in cui pensa di trascorrere qualche ora di sport, di aggregazione e di svago. Tante gare di calcio arrivano alla fine serenamente, senza grossi intoppi. Altre volte invece possono scorrere bene fino ad un certo punto, poi tutto ad un tratto può salire la tensione. Oppure ci sono gare che possono divenire difficilmente controllabili, a volte ingestibili.

Quante volte mi sono detto tra me e me: …quel povero arbitro, ma chi glielo ha fatto fare di arbitrare e quanto meno prendere degli insulti …

Pubblico polemico ed irrispettoso (che neppure si accorge che ha che fare con un ragazzino), dirigenti ed allenatori a volte veementi, ragazzi polemici, irriguardosi o in alcuni casi già violenti. Attacchi verbali, scontri fisici, risse, intimidazioni. Insomma un giovane arbitro (sarebbe già molto complicato per un adulto esperto) si può ritrovare a dover decidere in pochi attimi se e come affrontare o giudicare situazioni per niente semplici, che potrebbero scontentare una o entrambe le parti in causa (anche perché gli occhi sono soltanto due), passando così da giudice ad accusato numero uno.

Ci sono alcuni genitori che mal tollerano l’attività arbitrale dei propri ragazzi, temendo che possano verificarsi episodi di violenza verbale o fisica anche ai loro danni.

Conosco persone che dopo diversi anni di servizio arbitrale hanno abbandonato. Troppo lo stress, troppe le situazioni da controllare e qualche situazione a limite dello shock. Conosco persone che invece mi continuano a ripetere che se hanno un simile autocontrollo in tante situazioni difficili lo devono all’arbitraggio, perché fare l’arbitro di calcio, oltre che rappresentare un servizio per lo sport, rende migliori, più completi. Una vera palestra di vita, che soprattutto allena le abilità mentali.

Ho sentivo il bisogno di scrivere questo pezzo perché sabato 10 febbraio 2018 ho assistito in Toscana, a Lucca, ad un bruttissimo episodio nel calcio giovanile.

Mai mi ero trovato in tanti anni a simili comportamenti anti sportivi, conditi da una lucida cattiveria. Una partita di campionato Allievi ( 16/17 anni), dove i giocatori della squadra ospite di Carrara, ormai quasi sicuri perdenti, in svantaggio di due gol a 10 minuti dalla fine, hanno fatto degenerare la partita in una maxi rissa, coordinando un’azione( da diverse zone del campo) di aggressione verso i padroni di casa. La punta dell’iceberg è stato il fatto che un ragazzo di casa, caduto a terra negli scontri, è stato più volte colpito volontariamente alle testa con diversi calci. La fortuna o il caso ha voluto che il ragazzo riportasse solo un trauma cranico, oltre a varie contusioni.

In tutto questo parapiglia si è trovato anche l’arbitro, un bravo ragazzo appena maggiorenne, che si è dovuto prendere anche la responsabilità di far concludere la partita prima della fine del tempo regolamentare, dato che in campo non era possibile riportare la calma.

Lo shock dei presenti all’incontro è stato forte. Al giovane arbitro anche l’ingrato compito di verbalizzare quanto visto ed accaduto, in una giornata triste, di un mondo, quello del pallone, con tante illusioni ma soprattutto miserie.

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