Airbnb ed i borghi italiani

Airbnb, lo abbiamo già raccontato nel nostro recente articolo “Casa, dolce casa” è ormai una potenza nell’ambito della ricettività mondiale.

Ha talmente le spalle larghe da attivarsi, nel nostro paese, oltre che  per sviluppare e far fruttare il proprio business,anche per rendersi disponibile a partecipare attivamente, con l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, alla valorizzazione di alcuni borghi in difficoltà, luoghi che si trovano lungo tutto il nostro territorio.

Tre borghi (Lavenone in Lombardia, Civitacampomarano in Molise e Sambuca di Sicilia) grazie alla collaborazione fra Airbnb e la comunità locale, hanno avuto spazi pubblici recuperati, come era già stato fatto in precedenza per Civita di Bagnoregio.

Altri venti borghi, uno per ciascuna delle Regioni italiane, sono pubblicizzati da Airbnb a livello internazionale, per mezzo di un sito appositamente dedicato: http://italianvillages.byairbnb.com

Inoltre sempre la stessa società ha pensato bene di promuovere ulteriori venti borghi italiani sui presidi social media di Airbnb. 

Recupero di edifici storici, rinascita di spazi comuni, valorizzazioni delle produzioni regionali, ed in più pubblicizzare a proprie spese attraverso un piano di comunicazione specifica un numero limitato di borghi. Questa è l’attività complementare che Airbnb sta gentilmente offrendo al nostro paese.

E’ vero che ciò può servire a sviluppare ulteriormente il mercato della società americana, ma è altrettanto vero che i benefici alla fine ricadono anche e soprattutto sulla collettività e sul nostro territorio, visto che far rinascere dallo stato di abbandono luoghi affascinanti, pieni di storia e pilastri della conservazione dell’ambiente, rappresenta una priorità assoluta per il nostro paese.

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Bravi, bella idea!

L’idea è del Comune di Portogruaro; il progetto principale è denominato “Una mano amica” e nello specifico l’iniziativa è stata chiamata “Nonno ti vengo a trovare”.

Il campo d’azione è il sociale, soprattutto l’assistenza ai più bisognosi e soli. Avvicinare generazioni, stimolare la solidarietà e perché no, far vedere che tanti ragazzi sono preparati, responsabili e soprattutto maturi; ecco cosa si prefigge il progetto.

Il Comune di Portogruaro è l’attore principale, ma per poter mettere in pratica l’iniziativa ha dovuto trovare una buona spalla: la scuola. Finalmente in questo periodo una bella notizia che proviene dal mondo della scuola!

L’Amministrazione comunale ha infatti richiesto la disponibilità ai dirigenti scolastici delle scuole superiori ad indirizzo professionale della zona, perché l’iniziativa, alla fine, dipende dai ragazzi delle scuole.

Un’esperienza concreta per piccoli gruppi di studenti, disposti ad intervenire, gratuitamente, nelle case di persone che non riescono a fare semplici interventi di manutenzione (esempio sostituire una lampadina, riparare una porta, stringere un rubinetto ecc.).

Gli anziani che non riescono da soli  a risolvere i piccoli guai della casa, a Portogruaro possono dunque rivolgersi agli uffici sociali del Comune, i  quali contatteranno la scuola. Un professore si recherà a casa dell’anziano,valuterà l’intervento decidendo se e quale squadra di ragazzi far intervenire.

Una iniziativa apparentemente di poco conto, ma che invece farà senz’altro bene a tutta la comunità (anziani, ragazzi, professori, amministrazione comunale ecc.).

Bravi, bella idea!

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Chiusure obbligatorie o piena liberalizzazione?

“L’avvezzo e il disvezzo dura tre giorni” ed una volta superato lo sgomento iniziale ed accettato il fatto, la vita scorre ugualmente, anzi, forse scorre meglio.

Il fatto è quello che per esempio in Germania, tutti i negozi (sì, anche Ikea!) ed i supermercati, la domenica sono sempre chiusi.

Faccio il raffronto con la Germania perché ho una famiglia di amici italiani, composta da cinque persone, che vi abita, precisamente a Berlino.

E quando li ho incontrati nel periodo pasquale, mi hanno raccontato che in Germania,  nei giorni intorno al Natale 2017, udite, udite, poiché la domenica (24 dicembre) i negozi erano obbligatoriamente chiusi, così ugualmente lo sono stati per le festività del 25 e del 26 dicembre, i cittadini hanno dovuto affrontare una tre giorni senza alcuna possibilità di rifornirsi. In effetti mi hanno confessato di aver forse ecceduto nel fare gli acquisti in previsione dei tre giorni di chiusura totale, ma comunque alla fine tutto è filato liscio. Per noi italiani, che siamo ormai avvezzi a tutt’altro, 3 giorni a filo di chiusura di negozi e  supermarket, sarebbe una situazione da attacco di panico, oppure da strategia del terrore, con acquisto di un ulteriore congelatore e noleggio di un camioncino, per poter fare la “grande” spesa.

Con le liberalizzazioni del Governo Monti viviamo, da diversi anni, con quel qualcosa in più che può sembrare oggi naturale, normale, ma che non lo è affatto.

Nello stesso periodo di Natale 2017 ci sono state catene, a livello nazionale, che in certi centri commerciali hanno avuto un impressionante calendario di aperture. Per esempio… il supermercato non solo rimarrà aperto l’intera giornata della vigilia ma anche mezza giornata a Natale e l’intera giornata di Santo Stefano

Cose a limite dell’assurdo: a volte in Italia è più facile trovare aperto un negozio di generi alimentari, di abbigliamento o un concessionario auto,  in una giornata festiva e fuori dall’orario consueto di apertura, che non per esempio, trovare un oculista al pronto soccorso!

Ed allora come organizzare le nostre città? Imporre chiusure obbligatorie ai negozi, santificando le feste, aiutando la famiglia a vivere anche dei momenti “insieme”, oppure andare avanti con la liberalizzazione per massimizzare la propensione della gente a spendere nei giorni di festa?

Per me,  nonostante il detto  “l’avvezzo e il disvezzo dura tre giorni”,  che nel nostro contesto attuale forse sarebbe troppo duro da assimilare, è comunque necessario gradatamente ritornare agli usi e costumi di un tempo, dove le aperture domenicali o nei giorni festivi dovrebbero contarsi sulle dita di una mano, ed essere davvero straordinarie.

Per poter apprezzare maggiormente il giorno di festa e dedicare il tempo a qualcosa di più interessante e formativo (sport, cultura, arte, spettacolo, volontariato ecc.), anche per migliorare l’aspetto sociale di una popolo, il nostro, che è sempre più incline ad essere inconsciamente indirizzato e controllato da soggetti che, hanno come esclusivo fine, di massimizzare soltanto il profitto personale.

Stefano Bortoli

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Siamo tutti tipi virtualmente virtuali

Totò, nel film “Totò cerca moglie” del 1950, si era già schedato, dicendo: …sono un tipo virtualmente virtuale

Non sappiamo bene cosa intendesse dire con quella frase: se era riferita alla virtù in senso stretto, oppure se indicava, per un evento, la possibilità di accadere, oppure se davvero ravvisava già la nascita del non reale, di una realtà virtuale, che poi avrebbe conquistato la nostra vita.

Perché con l’avvento dell’informatica e delle moderne tecnologie, la realtà virtuale oltre ad essere il nostro pane quotidiano è anche la nostra trappola.

E’ bene non dimenticare mai che, grazie al cellulare, al tablet o al pc, i tanti giganti del web, nostri sorveglianti, controllano la nostra vita e fanno in modo di orientarla.

E mi viene giusto da ridere quando penso alle norme che dobbiamo conoscere ed applicare, come pure ai tanti fogli che dobbiamo firmare, sulla riservatezza e protezione dei dati personali, sulla privacy. Seminari, convegni, tante parole, bla, bla bla….

La verità, come diceva Totò, è che siamo tutti tipi virtualmente virtuali, e questo ci ha portato, a nostra insaputa, a consegnare le chiavi delle nostre esistenze ai tanti controllori che affollano il web (Google, Facebook, Apple, Amazon, Microsoft, WhatsApp, Twitter).

Ogni momento della nostra esistenza oggi,  può essere analizzato, filtrato, scannerizzato, grazie all’opera delle Big Data Companies, società che gestiscono una quantità crescente di informazioni, anche inerenti all’ evoluzione massiva degli usi e delle abitudini della gente.

E’ dura a dirsi, ma di noi conoscono tutto, alla faccia della riservatezza e della protezione dei dati personali. 

E per concludere credo possa calzare un’altra frase celebre di Totò, stavolta nel film – Un turco napoletano – del 1953:  …”Qualche volta sono stato usato, ma non si vede” … 

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Taser o spray al peperoncino ?

Mentre nelle Stati Uniti continua l’escalation della giustizia -fai da te -,  con l’uso delle armi, da noi in tema di prevenzione della sicurezza ci sono alcune novità.

Quando ho sentito la notizia, mi è tornata subito alla mente la frase di un amico carabiniere, del pronto intervento del 113, che un giorno si era confidato,  dicendomi: …Sai, quando sono di pattuglia è sempre più facile imbattersi in gente senza scrupoli, energumeni che hanno poco da perdere, difficilmente controllabili, spesso in preda ai fumi dell’alcol o della droga. Per difendermi io metto in tasca anche lo spray al peperoncino, non si sa mai… (lo spray al peperoncino alla fine è un prodotto che permette di difenderti dalle aggressioni senza arrecare alcun danno irreversibile).

La notizia a cui facevo cenno all’inizio è quella che in Italia è partita in questo periodo la sperimentazione di una nuova pistola che spara scariche elettriche. E’ stata consegnata in dotazione, per essere testata, alla Polizia ed ai Carabinieri di 6 province italiane (Milano, Brindisi, Caserta, Catania, Padova e Reggio Emilia) per un periodo di circa 3 mesi.

Il nome di battesimo è molto lungo, precisamente Thomas A. Swift’s Electronic Rifle, convenzionalmente abbreviato nella sigla Taser.

Spara fino a 7 metri di distanza, potrebbe essere un’arma non letale soprattutto da difesa, perché dovrebbe paralizzare soltanto i movimenti del soggetto colpito, facendone contrarre i muscoli.

Usiamo il condizionale anche perché i sui effetti, sul soggetto colpito, non sono sempre i medesimi.

Negli Stati Uniti la Polizia la detiene da tempo, ma secondo Amnesty International proprio nella nazione americana il Taser avrebbe causato centinaia di morti. Anche l’Onu la classifica nella lista degli strumenti di tortura, e quindi qualche dubbio sulla sua non pericolosità, sussiste.

6 province, 3 mesi, 7 metri: i numeri iniziali del Taser sono questi; vediamo se da noi sarà una soluzione o un nuovo problema.

Attendiamo gli eventi, nel frattempo sarà meglio continuare a … mettere in tasca anche lo spray al peperoncino, non si sa mai…

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Questa sì che potrebbe essere una efficace legge di iniziativa popolare!

La storia ci racconta che siamo ormai all’inizio del 1271 ed ancora non si è trovato un successore di Papa Clemente IV, deceduto nel novembre del 1268.

I pochi cardinali riuniti in conclave a Viterbo da quasi tre anni, per veti incrociati, non vogliono e non riescono ad accordarsi per eleggere un nuovo Papa.

L’insofferenza generale è ormai ai limiti, tanto che una insurrezione popolare porta a sigillare i cardinali in conclave all’interno delle stanze in uso, a far tagliare loro i viveri ed a scoperchiare una parte del tetto del palazzo dove si riuniscono, anche per permettere loro di ricevere il mangiare dall’alto. La storia ci racconta che di lì a poco il nuovo Papa fu eletto.

Anche la storia contemporanea ci dimostra che ci sono evidenti problemi per la formazione di un Governo per il nostro paese. Se un tempo il contesto generale era migliore e si poteva attendere anche diversi mesi per avere un esecutivo nella pienezza dei poteri, oggi con le problematiche che investono l’Italia e con la rapidità con cui si muovono i mercati, ciò non è più possibile.

Ed allora che ne direste di presentare una legge nazionale di iniziativa popolare (per la quale sono necessarie almeno 50mila firme, da presentare alla Corte di Cassazione), con la quale viene annullata l’erogazione di ogni emolumento (stipendio, rimborso spese mandato, rimborso spese telefoniche, rimborso spese viaggio) per tutti i parlamentari eletti ( deputati e senatori ), presidenti inclusi, come pure per il Presidente della Repubblica, per il periodo che intercorre tra la dimissioni del Governo in carica e la nomina del nuovo Governo? No Governo per il paese, no stipendio e si lavora.

Sono sicuro che ciò potrebbe essere uno stimolo importante per arrivare ad una soluzione rapida e condivisa.

Con un Parlamento eletto come questo, che viene definito in maggioranza “populista”, questa legge di iniziativa popolare potrebbe essere, non solo presa in considerazione, ma anche approvata.

Che ne dite? Pensate sia solo una provocazione?

Stefano Bortoli

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Dove gettiamo la gomma da masticare?

Ogni volta che devo gettare un chewing-gum o gomma da masticare o, come si dice in Toscana, una scingomma, ho quasi un rimorso, un senso di colpa, perché sto gettando un rifiuto piccolo piccolo ma così difficile da smaltire. E per i più maleducati, volendo, è un rifiuto facilmente “piazzabile” un po’ ovunque, anche al chiuso.

Nonostante sia minuscola, la gomma da masticare alla fine è “ingombrante”, tanto che nella città-stato di Singapore, dal 1992, è stato attuato un provvedimento estremo. E’ stata messa al bando, cioè ne è vietato l’uso.

I corsi ed i ricorsi della storia ci dicono che prima si è provato a scoraggiarne il consumo (igiene, rischi per la salute ecc.), a cui ha fatto seguito la controffensiva delle  aziende produttrici, attraverso innanzitutto  il lancio delle gomme per il mal d’auto, per il mal di testa e per smettere di fumare e poi proseguita con quelle di nuova generazione (senza zucchero e con dolcificanti ipocalorici, e quindi adatte anche per chi è a dieta e soprattutto non più rischiose per i denti).

Insomma, le scingomme sono ancora presenti e sono di uso comune nella nostra società. Io per esempio la mastico dopo il pasto, in ufficio, per aiutare la digestione.

I test ci dicono che per smaltire naturalmente un chewing-gum gettato nell’ambiente ci vogliono almeno 5 anni. Meglio inserirle nel sacchetto dell’indifferenziato, anche se il problema non è totalmente risolto.

Ed allora cosa fare? Qualcuno sta tentando di trovare una soluzione.

In Argentina per esempio circa 3 anni fa è stato ideato e promosso, grazie all’opera di una scuola di specializzazione universitaria, un raccoglitore, un bidoncino per le gomme da masticare, da installare, a mo’ di cestino dei rifiuti, nelle varie zone delle città, per raccoglierle, con l’idea poi di riciclarle, per ottenere imballaggi ed accessori vari. Il bidoncino è stato chiamato Gum Point. Francamente non ho notizie se l’iniziativa ha avuto un seguito positivo.

Da un po’ di tempo anche in Europa c’è qualcun altro che vuole cercare una soluzione. Siamo in Gran Bretagna e stavolta l’iniziativa è partita da una giovane designer inglese, Anna Bullus, la quale aiutata finanziariamente anche da un’industria produttrice di chewing gum, la Wrigley, ha creato un’azienda, di nome Gumdrop, con la finalità non solo di recuperare le gomme da masticare utilizzate, ma soprattutto per lavorare il materiale raccolto e creare nuovi oggetti. Anche in questo caso ci sono dei cestini appositi, la cui distribuzione si sta piano piano allargando sul territorio inglese.

La Wrigley, oltre che sponsorizzare l’iniziativa, fornisce alla Gumdrop anche gli scarti delle proprie lavorazioni, per sostenere l’attività di rigenerazione di materiale, per realizzare, dai chewing gum riciclati,  contenitori, righelli, pettini e persino scarpe. Bene a sapersi e speriamo che tale organizzazione possa arrivare anche dalle nostre parti.

Scusate, dimenticavo una cosa un po’ frivola. La più grande bolla fatta con una gomma da masticare e documentata nei registri Guinness è di 58 cm di diametro. L’artefice, nel 1994, è stata una donna americana !

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In viaggio, alla ricerca di …

Ripartiamo dalla nostra nuova rubrica “I viaggi di Giorgio e Betta”, che sta riscuotendo un gran bel successo di lettori. Perché oltre a farci vivere l’autenticità di una esperienza, i racconti sono “conditi” da molte belle  foto che rendono davvero l’idea.

E poi, diciamocelo francamente, nonostante il web sia pieno di pubblicità e di resoconti giornalistici di viaggi e di turismo, l’attenzione generale e le potenzialità del settor sono crescenti.

Infatti oltre al turismo di massa, da tempo è nato un turismo o un interesse al viaggio un po’ diverso, basato sul coinvolgimento e quasi sull’avventura . E, dentro queste particolarità, l’esperienza di un viaggio può essere ulteriormente vista sotto numerosi altri aspetti.

Di nuovo c’è la maggiore ricerca di quel “senso locale” e “genuino” che un viaggio può offrire, e ciò può essere vissuto anche e soprattutto allontanandosi dai percorsi più turistici ed esplorando i luoghi meno conosciuti.

Dopo un viaggio è innegabile che siamo tutti un po’ diversi, un po’ più ricchi di qualcosa, soprattutto di esperienze che potrebbero anche influenzare il nostro ritorno al tran tran quotidiano.

E così non di rado sul web appaiono inserzioni di ricerca di personale per aziende del settore turistico che offrono per esempio: …Siamo alla ricerca di narratori coinvolgenti con menti creative, patiti di viaggi, avventura e divertimento! La loro missione sarà imbarcarsi in un’avventura estiva europea di tre mesi e documentare ogni passo dell’esperienza sui nostri social network e blog…

Il viaggio può essere di piacere, di divertimento, di avventura, per conoscere nuove culture o popolazioni, per l’amore verso l’arte o la natura, per la musica o lo spettacolo, per un rito religioso; insomma ognuno ha un motivo personale e molto intimo che lo porta ad aprirsi all’avventura del viaggio, che rappresenta alla fine un elemento importante per la nostra vita.

Sete del sapere e fame di apprendimento; l’esperienza di vita di un viaggio, bella o brutta che sia, apporta comunque dei cambiamenti interiori.

Ecco perché grazie alle moderne tecnologie ed alle tante nuove possibilità concesse dai mezzi di trasporto, oggi sempre più persone sono attratte dall’esperienza di un viaggio.

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