La parola “dovere” nella scuola è stata messa alla porta

Nella scuola la situazione sta sfuggendo di mano, come in altri campi. Ma la scuola rappresenta le fondamenta di una nazione, la base per costruisce la società civile. La “campanella“, ma stavolta di allarme, è già suonata troppe volte, non c’è più tempo da perdere.

Il nuovo Governo dovrebbe inserire tra i primi punti del programma, anche se non presente, la questione scuola. Tre righe generiche nel programma, in effetti sono state scritte, ma non hanno nulla a che vedere con la vera e propria emergenza in cui siamo precipitati. La speranza è che qualcuno, laggiù, nei palazzi, se ne accorga.

Va organizzata rapidamente una nuova strategia per invertire la rotta, prima che sia troppo tardi. Ci sono troppi episodi sconvolgenti di ragazzi e genitori, ma non solo. C’è anche troppo buonismo da parte di presidi ed insegnanti, i quali un po’ per paura, un po’ per non avere “grane” sia nei rapporti con le famiglie che da un punto di vista di budget economico dell’istituto, chiudono più di un occhio.

Gli scrutini sono stati fatti, le pagelle sono uscite. Alle superiori tutti o quasi promossi, anche quelli che si presentavano agli scrutini con diverse materie insufficienti. In ogni classe pochissimi rimandati, quasi nessuno non ammesso alle classi superiori, gli altri tutti ammessi alla classe superiore, nonostante che in giro ci siano tanti ragazzi che fanno troppo poco durante l’anno. Ed ogni anno sempre più lassismo e sempre meno scuole competitive e meritocratiche.  

Aiutare può essere giusto (un tempo avveniva raramente), ma regolare no, quello è troppo. Per la dignità del ragazzo che ha bisogno di maturare ed apprendere; per la dignità dei compagni che fanno il loro dovere e vedono altri, un po’  menefreghisti, andare avanti ugualmente senza problemi; per la dignità dei professori che hanno l’obbligo di dare il massimo ma anche di pretendere impegno e,  per ultimo,  per la dignità della scuola, che così facendo perde ogni forma di rispetto e stima.

Anche per tutto questo sono sempre più frequenti gli episodi di violenza da parte di ragazzi e genitori. Fatti sconvolgenti certamente, che però hanno origini non solo dall’ignoranza e dalla pochezza di alcune persone, ma anche e soprattutto dai troppi diritti che sono stati concessi gratuitamente alla massa degli alunni. Questo nel tempo porta solo a pretese, da ottenere anche con la violenza, se necessario.

Ormai la parola “dovere” nella scuola, nella maggior parte degli istituti,  è stata messa alla porta. E ciò aiuta solo ad alimentare l’arroganza e l’ignoranza che si sta moltiplicando sia nel mondo scolastico che nella società civile.

Cosa fare?

Intanto indirizzare presidi ed insegnanti verso un nuovo corso, una nuova strada ben diversa dall’attuale. Un ritorno al passato con maggiore severità e riscontro oggettivo dell’apprendimento, ma con rapporti più diretti e collaborativi insegnante-alunno rispetto al passato, come già da anni si usa fare. Poi infliggendo pene molto più severe sia per i ragazzi che per i genitori irrispettosi e violenti.

Purtroppo siamo sempre più un paese senza responsabilità e, va da sé, senza autorità,  perché le gerarchie sono saltate un po’ ovunque. E per ripartire con il piede giusto, la scuola è senza dubbio il primo fronte da riconquistare.

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Venite gente: case ad un euro!

Le statistiche medie del mese di maggio 2018 ci dicono che i prezzi a metro quadro per immobili in vendita sono stati più alti nella regione della Valle d’Aosta ( € 3.061) e più bassi in Molise (€1.087). Ma questi sono valori puramente indicativi, perché nelle città, sopratutto nelle più grandi,  la realtà è molto più complicata. Per esempio a Roma nelle zone più centrali, si può arrivare a pagare anche € 6.500 a mq, mentre nelle aree di periferia difficilmente si scende sotto i € 3.000 mq; come pure a Milano le zone più importanti toccano anche € 8.000 per mq.

Insomma, è stato sempre difficile acquistare una casa senza avere una parte di disponibilità personali o familiari, ed ancor oggi, nonostante che i prezzi, per effetto della crisi, abbiano subito una certa flessione, persistono fattori negativi che non favoriscono un buon approccio al mercato immobiliare: – gli stipendi, che sono sempre più schiacciati verso il basso, con un costo della vita alto e mai in diminuzione; – il benessere (montato ad arte), che impone, ai più, ogni tipo di spesa, che alla fine riduce al minimo le riserve da destinare all’acquisto di una casa.

Ed allora come affrontare l’ostacolo dell’acquisto di un immobile, che a volte rappresenta il sacrificio di una vita?

Oggi, oltre ai sistemi (mutui, locazione con riscatto finale, aste ecc.) che tutti conosciamo, ce n’è un altro. Non è applicabileo ovunque, ma insomma, lungo tutta la penisola, le opportunità iniziano ad essere diverse.

Ci vuole però un po’ di intraprendenza ed  adattamento.

Il motto “case ad euro” sta cominciando a contagiare tanti comuni e sempre più numerosi cittadini, non solo italiani, ma anche stranieri. Rappresenta soprattutto un’iniziativa per cercare di fermare il degrado dei paesi a causa dello spopolamento.

Come funziona? In certi paesi l’Ente comunale ha organizzato che i proprietari di case (situate in paesi o zone un po’ disagiate)  sottoutilizzate o inutilizzate per i quali il bene rappresenta solo un costo, oppure  gli immobili da tempo abbandonati per i quali non è più accertabile la proprietà, possano essere ceduti o lasciati al Comune ad un prezzo simbolico, il quale Comune poi le inserisce nel circuito della case che possono essere acquistate ad 1 euro.

Alcuni esempi li troviamo a Gangi in Provincia di Palermo, Pizzone nei pressi di Isernia, Montieri e Fabbriche di Vergemoli in Toscana, Carrega Ligure vicino ad Alessandria, Patrica in provincia di Frosinone, Caprarica in provincia di Lecce, Nulvi in provincia di Sassari e, sempre in Sardegna, a Ollolai, nella zona della Barbagia.

Proprio su quest’ultimo paese c’è da fare un’annotazione. Sconosciuto ai più, l’iniziativa della case ad 1 euro ha attirato prima l’attenzione della tv Cnn, poi della tv olandese Rtl , che sta preparando un reality con 5 famiglie olandesi con bambini al seguito disposte a vivere nel paese per un po’ di tempo. 

Per chi è disposto a fare almeno un pensierino all’iniziativa, c’è comunque da mettere nel conto che, acquistando la casa ad un euro, ci si impegna a fornire un dettagliato progetto di ristrutturazione e rivalutazione della casa, a sostenere le spese notarili per la registrazione, le volture e l’accatastamento, a far partire i lavori dal momento dell’ottenimento di tutti i permessi, fino poi ad abitare l’immobile.

Intorno all’iniziativa c’è interesse, c’è fermento ;in tanti si stanno offrendo per acquisire gli immobili.

Chi si fa avanti, deve però analizzare e gestire non solo le questioni riguardanti l’immobile. C’è da valutare la distanza e la possibilità di lavorare abitando in paesi che spesso si trovano in zone disagiate, come pure deve capire come organizzare la vita non avendo nelle vicinanze servizi di primaria importanza, come ad esempio gli asili, le scuole, i supermarket.

Come dicevamo prima, l’occasione è ghiotta ma ci vuole tanto spirito di adattamento, ma anche iniziativa e disponibilità a ritornare alle origini, vivendo lontano dal caos ma vicino alla natura ed a un nucleo di persone, i paesani, persone forse semplici ma di cuore.

Che ne dite: Il gioco vale o non vale la candela?

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Per avere stabilità? A volte basta la sola strategia politica

A mente fredda ripensiamo per un attimo agli ultimi tre mesi del dopo elezioni.

Le poltrone dei parlamentari hanno ondeggiando paurosamente, soprattutto nel periodo precedente alla formazione del Governo. Tutti, Presidenti della Camere inclusi, si erano appena seduti, stavano trovando la “giusta postura”, quasi non avevano ancora aperto il quaderno ed il tappino della biro. Ma l’aria, improvvisamente, si era fatta troppo pesante e, aprendo le finestre dei palazzi per prendere una nuova boccata, si sentiva subito che entrava un forte vento, che cambiava spesso direzione, senza spiegazione.

Un giorno si diceva di andare presto a votare, l’altro si diceva che non era necessario e si doveva andare avanti così. Arrivavano folate di vento inaspettate da ogni fronte che rappresentavano la tentazione di accaparrarsi, con nuove elezioni, nuovi seggi; ma subito dopo c’era il ripensamento per la fatica fatta di aver conquistato la poltrona, che faceva desistere dall’idea, oltre alla preoccupazione di come calmare i mercati finanziari.

Ora con l’insediamento del nuovo Governo c’è bonaccia, almeno all’interno dei rami del Parlamento. Vediamo quanto durerà questa stagione. 

Ma allora, cosa davvero serve per avere stabilità?

A volte può bastare anche un consenso popolare limitato. In Italia ne abbiamo la prova.

Per approfondire meglio dobbiamo fare un passo indietro nella storia politica italiana, rivisitando il percorso di un leader, per certi versi intrigante.   

Figura contraddittoria, da alcuni dipinto come un grande politico, da altri come un grande corrotto, da alcuni visto come causa del forte aumento del debito pubblico, da altri come perno della crescita economica italiana che portò la nazione a far parte del G7(il gruppo dei paesi più industrializzati).

Si potrebbe continuare ancora molto, a descrivere i pro ed i contro di una figura, quella di Bettino Craxi, che dalla fine degli anni settanta e fino a metà degli anni ’90, ha fatto la storia del nostro paese.

Ma quello che mi preme dire oggi, guardando il contesto politico attuale, riguarda, le caratteristiche di un vero stratega e politico di razza.

Craxi è riuscito a precorrere i tempi, innanzitutto dando una nuova impronta, più progressista e moderna al partito, ma soprattutto riuscendo a mantenere il potere ed i posti di comando per quindici lunghi anni, con un’azione politica lenta ma incisiva, rivolta sempre nella stessa direzione. 

Restare al comando di una nazione, anche se in coabitazione, per quindici anni, non sarebbe un elemento particolarmente significativo ed unico, ma la sua unicità sta invece nel fatto che Bettino Craxi ed il suo partito hanno mantenuto il potere nonostante che le preferenze alle elezioni politiche non abbiano mai superato la soglia del 15%, ma anzi il partito mediamente oscillava soltanto tra il 10% ed il 12%. Insomma, per farla breve, le poltrone possedute in Parlamento erano poche.

Al Governo prima con il pentapartito, poi con il quadripartito, il PSI di Bettino Craxi, è riuscito, per quindici lunghi anni, a tenere sotto scacco tutto il Parlamento, ed in particolar modo un partito un po’ in declino, come la DC, che vantava comunque percentuali di consenso ancora ragguardevoli (non sotto il 32%, con punte anche del 40%). Ago della bilancia nel confronto tra DC e PCI, il PSI ha avuto il suo massimo splendore soprattutto tra la nascita del primo governo a guida socialista presieduto dallo stesso  Bettino Craxi, nell’agosto dell’83, e la fine del suo secondo governo, in data 01/04/1987, periodo durante il quale, con il suo partito, è riuscito a controllare i principali posti di potere sia a livello nazionale che locale.

Lasciamo da parte anche le successive vicende giudiziarie e l’esilio o la latitanza, a seconda delle opinioni. A me quello che interessa mettere in evidenza, ricordando Craxi, è la sua visione politica di essere riuscito a fare l’arbitro indiscusso di un sistema politico, quello italiano, nonostante il basso consenso elettorale.

Mentre, dopo le recenti elezioni tutto è divenuto aleatorio e ribaltabile da un momento all’altro. I partiti, anche quelli con buone percentuali di consenso, si dimostrano parecchio instabili, nonostante mettano in piazza  il proprio modello di agire, che appare veloce e sicuro (ma a volte poco riflessivo). Inoltre in giro ci sono presunti leader che vanno fieri nell’ esporre la linea politica del proprio partito, dicendo che con “solo” il 19% di preferenze alle elezioni politiche non si può stare al Governo, si deve rimanere in disparte e guardare gli altri, che “devono” governare.

Mah, sarà … a volte oggi mi sembra tutto così incomprensibile …

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Forza Islanda!

Ci siamo. Il 14 giugno, tra due giorni,  si apriranno i mondiali di calcio Russia 2018. Qualcosa bisognerà pur fare, non possiamo restare così, neutrali, quasi amorfi, di fronte alla manifestazione più importante del gioco del calcio.

Io mi associo, lo dico pubblicamente. Lo avevo già deciso senza alcun condizionamento in tempi non sospetti (mio figlio può confermarlo). Poi quando ho saputo che anche la Gazzetta delle Sport ha adottato gli “azzurri del nord“ e che il Capo di Stato islandese ha ricambiato con affetto, il sostegno che verrà dato alla squadra dell’Islanda, non mi sono sentito neppure più solo, ma in buona compagnia. Ma non solo, indagando ho trovato altri siti mobilitati per stare vicino al paese scandinavo, come per esempio Mondiali.it.

Anche perché alla fine i mondiali sono sempre i mondiali. Hanno quel qualcosa in più che per un breve ma intenso periodo ti fa evadere, sognare, sperare, volare alto.

Lo dimostra il fatto che anche il gioviale e pimpante Capo di Stato islandese, Gudni Johannesson, uomo di una terra dura, lontana ed apparentemente un po’ distaccata dal resto del mondo, ha ancora un vivissimo ricordo delle serate di luglio ’82, con l’Italia Mundial. In quel periodo era in vacanza a Rimini con la famiglia,  ed ancora oggi rivede gli abbracci del Presidente Pertini, i clacson delle auto impazzite, tutta la gente per strada. Un qualcosa di nuovo, mai visto prima dal vivo. Ma soprattutto con la festa capì che il gioco del calcio in certi frangenti può unire e far sognare.

E questo, nel piccolo, sta succedendo anche all’Islanda, che dopo la prima e più che positiva partecipazione agli Europei, si appresta a debuttare anche ad un mondiale di calcio.

E poi diciamocelo: come non appassionarsi ad una squadra così affabile, che all’europeo francese conquistò le simpatie di tutti, anche grazie al “Geyser sound”, il battito di mani ritmato dei tifosi e giocatori islandesi !

Stefano Bortoli

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Alla scrivania oltre l’orario: allora c’è un problema

L’ossatura delle imprese lungo lo stivale è composta ancora prevalentemente da piccole/medie aziende di tipo familiare, ed appunto perché la caratteristica della familiarità è ben radicata, si tende a far vivere il lavoro e la presenza nelle aziende alla vecchia maniera, a mo’ di famiglia. E questo modo di gestire le cose non pare più tanto al passo con i tempi, come pure è molto diverso rispetto agli standard europei più evoluti.

Da noi, parliamo del privato ( lasciando da parte il capitolo “ferie”, che implicherebbe un ampio approfondimento), a meno che non si tratti di una multinazionale, finito il lavoro ed arrivati all’ora in cui si può uscire, è preferibile restare alla scrivania. Anche perché può capitare, non per caso,  di avere  riunioni nel tardo pomeriggio, che si prolungano ben oltre l’orario di chiusura. Come se il costo dello straordinario (quando è contemplato), non fosse poi un ulteriore costo per l’azienda. 

Meglio sempre restare… così si fa bella figura, …così vedono che lavoro tanto, …così non si attrae su di noi gli sguardi dei capi e dei colleghi…,  che osservano silenziosamente. Mah, …chissà davvero cosa pensano, certamente non mi daranno il premio, se alla mia ora vado via velocemente

Si rimane, si prolunga, quasi si finge. Tempo sprecato, ore buttate, a volte costi inutili per l’azienda. E tutto ciò ruota attorno ad una reputazione del tutto discutibile.

Anche perché tutti gli studi ci dicono che è sconveniente lavorare troppe ore, visto che più si lavora in una giornata, più i rendimenti decrescono; in pratica ogni ora trascorsa in più, è meno produttiva di quella precedente.

Le fatidiche 40 ore settimanali nel privato, da noi, sono più che una fine, un inizio. Da quel momento scatta la vera soddisfazione (per gli altri nel vederti all’opera).

Ed invece si dovrebbe agire,iniziando dai contratti integrativi o dagli accordi di fabbrica, per ridurre le ore base settimanali,  per far lavorare più soggetti, soprattutto per favorire l ‘inserimento dei giovani. Lavorare meno, lavorare tutti : questa la teoria di tanti economisti per combattere le difficoltà occupazionali nell’era tecnologica.

Per non parlare poi delle persone di sesso femminile che potrebbero anche pensare ad una maternità, oppure a gestire in prima persona i bambini all’uscita, nel primo pomeriggio, da scuole o asili. Tutto ciò viene visto come un fastidio o una risorsa tolta all’attività lavorativa, che potrebbe subire dei contraccolpi.

E poi , in Italia, trovare un’occupazione per una donna che vuole, per esigenze familiari, lavorare part time, potrebbe essere molto più complicato di una disposta ad impiegarsi full-time. Io avrei detto il contrario, la realtà dei fatti però è questa.

Invece nel resto d’Europa, soprattutto dalle Alpi in su, se un lavoratore (dirigenti e manager inclusi) resta più a lungo del dovuto alla scrivania, vuol dire che c’è un problema. Problema che può essere o dell’azienda (di organizzazione) o del lavoratore (che non è in grado di svolgere in tempo congruo il proprio compito). 

Come è normale vedere mezzo ufficio svuotarsi alle 15.30 perché i genitori, spesso le madri,  devono andare a prendere i bambini all’asilo.

Ah, dimenticavo. Anche la notizia di una futura maternità, in molti paesi,  viene accolta da tutti, datori di lavoro compresi, come una festa (da noi un po’ meno).

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Parlarne è riduttivo, per capire bisogna visitarlo

L’amico Mariano mi ha raccontato molto, ma non tutto, perché le cose da dire sarebbero troppe e nonostante tutto, non esaustive. 

Con una gita organizzata, in pullman, una domenica di maggio, Mariano è andato alla scoperta di Fico, la fabbrica italiana contadina, il più grande parco agroalimentare al mondo, inaugurato a Bologna lo scorso novembre.

Partiamo dalle sensazioni e dalle realtà negative, toccate con mano. Perché tutto il resto è solo da lodare.

Per essere una bella domenica di maggio il grande piazzale per il parcheggio del pullman e delle auto era davvero poco affollato. Meno di una ventina di pullman erano presenti, come pure le auto non erano molte. Altra cosa da considerare, gli alti costi che si sostengono nel caso si decida di mangiare o comprare qualcosa, anche un semplice panino. Ma attenzione, i prodotti offerti sono tutti di primissima qualità.

Andiamo alle sensazioni positive.

Aperto tutti i giorni dalle 10 alle 24 con ingresso gratuito, il parco, grandissimo, facilmente raggiungibile, è stato costruito con la massima cura e senza badare a spese. In questo luogo tutto è un’eccellenza, non solo i prodotti da gustare. Spazi enormi, strutture bellissime, organizzazione ed accoglienza quasi perfetta, pulizia al top (anche i bagni non sono da meno), attenzione meticolosa ad ogni minimo dettaglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Negozi, ristoranti, zone per lo svago, lo sport, la didattica, grandi aule per convegni, per corsi. Ed ancora, ogni tipo di lavorazione e produzione di alimenti e bevande visibile al pubblico attraverso vetrate. E come dicevamo prima, i prodotti offerti, da acquistare o gustare direttamente sul posto, sono tutti di primissima scelta, delle vere e o proprie eccellenze.

E poi nella parte più esterna, ampissima, raggiungibile a piedi o con dei mezzi appositamente offerti dall’organizzazione, allevamenti di ogni tipo di bestiame, vitigni, produzione di frumento, di ortaggi ecc. Tutto rigorosamente selezionato e gestito con la massima attenzione e cura.

In tutto 100mila mq, circa 700 dipendenti diretti, oltre a quasi 4000 persone che lavorano nell’indotto. Numeri non da poco.

Si può dire, senza ombra di dubbio, che la filiera agroalimentare italiana è stata chiamata a raccolta nel parco di Bologna, dove è al massimo splendore.

Qualcuno per tagliar corto si limita a fornire la versione che siamo di fronte ad un grandissimo supermercato e poco più. Ma questo giudizio sarebbe troppo riduttivo e semplicistico rispetto all ’imponenza, alla ricercatezza ed all’eccellenza che vi si trova visitandolo.

Appena mi sarà possibile vi andrò personalmente, perché per rendersi davvero conto c’è da percorrerlo. E speriamo che il parco, per poter continuare nella sua missione, sia sempre più conosciuto e visitato, perché è grandioso e la gestione necessita di sostegno e partecipazione.

Qualche foto dell’amico Mariano ci dà un’idea degli ambienti e delle strutture.

Stefano Bortoli

 

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Tutti dentro

E’meglio che non sia localizzato; per tale motivo non faremo mai riferimento a nomi, date, attività, luoghi che possano comprometterlo.

Lo abbiamo incontrato per caso in una zona di transito, lo abbiamo conosciuto ed apprezzato, è di nazionalità turca. Persona buona, conviviale, democratica, politicamente corretta. Anche se non ha mai compiuto atti o azioni al di fuori della legge, ma anzi è stato apprezzato nell’importante ruolo che ha ricoperto fino al giorno della pensione, il nostro interlocutore, nonostante l’età avanzata, ci ha detto che si tiene “alla larga” dalla sua terra. Per il solo fatto di non essere d’accordo con le scelte del Presidente turco Erdogan. E siccome preferisce un clima non troppo rigido, avendone le possibilità economiche, sei mesi vive in una modesta casa in Italia, mentre nel restante periodo dell’anno in una isola fuori dall’ Italia, nel Mediterraneo, in una altrettanto modesta e piccola casa.

Nella sua nazione la situazione di pericolo non cenna a placarsi. A volte può bastare una battuta in un bar, un commento che possa essere intercettato lunga la strada, oppure anche la sola supposizione di qualcuno, vicino al potere. Con la scusa di cacciare i presunti oppositori, rei di aver organizzato il golpe, poi fallito nel 2016, si è ormai perso il conto delle persone arrestate o meglio dire, “epurate”. Sembra uno sproposito, ma si parla già di oltre 150mila persone imprigionate, cittadini di ogni ceto sociale. Militari, magistrati, poliziotti, medici, insegnanti, semplici operai; per non parlare poi dei giornalisti.

Tutti dentro. Questo sembra essere lo slogan e l’attività più “gettonata” degli ultimi due anni in Turchia. Gli arresti di massa possono raggiungere anche le mille persone a settimana. Basta una semplice presunzione di essere oppositore.

Questa tremenda situazione interna,quasi surreale,  viene troppo spesso sottaciuta dal resto del mondo, in quanto gli interessi economici e politici che ruotano intorno allo stato turco sono tanti, essendo la Turchia posizionata in una zona geografica troppo importante e strategica per gli equilibri del mondo.

Ma nonostante tutto,  la nazione è ancora viva da un punto di vista economico e sociale.  Pur avendo un alto debito, una crescente ed alta inflazione (legata alla svalutazione della lira turca) ed una non trascurabile disoccupazione, la Turchia attraverso i contributi governativi alle imprese, i finanziamenti privati e i crediti internazionali, continua ad investire in importanti infrastrutture pubbliche ed in opere private (costruzioni ed industria). Solo per citarne uno, entro la fine del 2018 sarà aperto il nuovo aeroporto internazionale di Istambul, vero crocevia del mondo.

Ed allora: come dobbiamo identificarla ? Forse si tratta di un regime industriale.

Ma non solo. I prossimi investimenti pubblici riguarderanno anche la costruzione, già prevista, di più di 200 carceri, lungo tutto il territorio.

A sentire questa ultima notizia, ripensando al nostro interlocutore turco, persona perbene, si resta impietriti e non riusciamo neppure più ad andare avanti nel racconto. Ci dispiace.

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Cesarine: non solo più un hobby

Per chi ha un po’ di tempo, per chi ha un po’ di spazio in casa, per chi ama ospitare e, soprattutto, per chi ha passione e memoria storica nel portare avanti le tradizioni culinarie delle nostre regioni, questo è il momento buono per farsi avanti.

Perché da una idea di salvaguardare le tradizioni locali, le ricette e l’ospitalità di casa, ne è nata una vera e propria attività imprenditoriale, che sta crescendo. Perno centrale un sito web (www.cesarine.it), a cui ruota attorno lo staff della società che gira l’Italia per selezionare gli attori principali del progetto: Le Cesarine.

Le Cesarine è il nome che identifica quegli uomini e quelle donne che, esperti di tradizioni culinarie locali, dietro compenso, sono selezionati per organizzare eventi di cucina a loro domicilio. Home restaurant, corsi di cucina, show cooking: ad ognuno la sua prova (del cuoco).

Ma attenzione bene. Non basta solo la buona volontà ed un po’ di presenza, ci vuole anche tanta sostanza, perché i clienti si aspettano molto. Anche perché i coupon (che corrispondono ad un pasto) scaricabili dal sito, sono tre, da un minimo di 45 ad un massimo di 100 euro a persona. Così al gruppo imprenditoriale che ha ideato questo servizio, non resta altro che selezionare accuratamente gli esperti conoscitori delle  tradizioni gastronomiche regionali, che possono garantire i  veri piatti tipici della cucina italiana.

Entrare o non entrare a far parte del del primo network italiano di cuoche/i casalinghe/i ? Accogliere persone da tutto il mondo, far fruttare la passione per la cucina, condividere con gli ospiti le ricette tipiche del territorio ed i piatti che si tramandano in famiglia da generazioni? O continuare con i soliti incontri conviviali tra amici e parenti?

A voi la scelta. A noi non resta che ricordare la scadenza del 30 giugno per candidarsi come nuova Cesarina della propria città (al momento il sito ne contiene circa 400).

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