Magari fosse solo il numero chiuso il problema!

Abolire o non abolire i test di ammissione all’università? E’ giusto limitare l’accesso ed impedire a tutti di provare a studiare all’università?

Tanti pareri illustri e ben motivati sia per l’una che per l’altra parte. Contro il numero chiuso chi si schiera dice che ciò è incostituzionale, viola il diritto allo studio, costringe tanti studenti a dover scegliere corsi a pagamento oppure a rinunciarvi. E poi i test di ammissione spesso non misurano le effettive competenze della persona.

Chi è invece a favore del numero chiuso crede che spendere miliardi per garantire (più aule, più strumenti, più professori ecc.) a tutti, almeno per provare un corso universitario, sia economicamente contro producente per la società, anche perché le tasse universitarie sono relativamente basse. Ma non solo. Mette in evidenza anche il fatto che se la facoltà di giurisprudenza, per citarne una, avesse avuto il numero chiuso, negli ultimi decenni non ci sarebbero migliaia di avvocati che cercano in qualche modo di accaparrarsi clienti, giocando al ribasso o costruendo cause senza senso, per guadagni di poche centinaia di euro e spesso al nero.

Ma andando oltre, sono veramente pochi coloro, soprattutto nel mondo politico, che rilevano e cercano di risolvere il problema dell’assorbimento nel mondo del lavoro, in Italia, dei laureati.

Da noi il mondo del lavoro riesce a fare una selezione irrazionale, incoerente, quasi assurda. Solo in pochi casi e soprattutto in zone o realtà imprenditoriali  parecchio concentrate, avviene una vera scelta che si basa sugli studi, sulle competenze acquisite e sulle potenzialità.

Quasi nessuno nel nostro paese, Stato incluso, investe sulla produzione dei laureati. Quelli che hanno concluso il ciclo di studi in materie umanistiche ( lettere, storia, beni culturali ecc.) , da un punto di vista di sblocchi professionali, vengono etichettati come “disgraziati”, “sventurati”. Molto difficile entrare nel mondo dell’insegnamento, quasi impossibile entrare nell’ambito culturale della pubblica amministrazione. Non resta che andare a fare panini…

Nessuno li vuole considerare in attività non affini al proprio ciclo di studi, contrariamente ad altri paese dove, come ad esempio in Gran Bretagna, le aziende che ricercano personale valutano un laureato in materie umanistiche alla stregua di un laureato, per esempio, in economica. Recepiscono il titolo di laurea come elemento formativo dell’individuo, poi propongono ai candidati un breve corso attitudinale specifico al lavoro da svolgere, per rendersi conto e per scegliere la persona più adatta alla posizione aperta. Indipendentemente dal titolo di studio.

Da noi ai giovani professionalmente preparati e molto disponibili viene mediamente offerta un ruolo sempre inferiore alle proprie possibilità. Così incarichi un tempo svolti da un perito industriale oggi sono in favore del laureato, per esempio, in chimica, o di un ingegnere. Guai proporre una prospettiva innovativa, che possa far crescere troppo in fretta il giovane laureato!

Ed allora, magari il problema fosse solo il numero chiuso oppure i test di ammissione nelle università! E tutto quello che viene dopo, i nostro politici ed il mondo imprenditoriale, lo sanno, o fingono di non saperlo ?

A proposito di numero chiuso, poi la chiudiamo qua. Nella facoltà di Lingue c’è il numero chiuso per l’Inglese. Ti offrono il russo, il portoghese, ma l’inglese, la madre di tutte le lingue, no, è a numero chiuso. L’inglese, che dovrebbe essere ormai materia parificata all’italiano in ogni ciclo di studi, con l’aggiunta di testi ed esami universitari obbligatori in ogni facoltà.

E’ proprio vero che facciamo di tutto per condannarci a non progredire, per restare nell’incapacità di avvicinarsi ai paesi più evoluti del nostro continente!

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Prima di parlare taci

La comunicazione politica è importante, lo è sempre stata. Oggi oltre ai classici canoni di comunicazione (comizi dal vivo, stampa, tv, Parlamento, libri), provenienti dagli Stati Uniti, sono arrivati anche nel nostro paese, gli strumenti moderni, che aumentano l’impulso di parlare.

Si tratta dei così detti social media, Twitter, Facebook, che rappresentano i mezzi per veicolare i contenuti politico-istituzionali, ma anche per far passare alla massa spaccati di vita privata.

Ma non “cinguettano” un po’ troppo i politici? Per me si, con la conseguenza non sempre positiva di avere un processo di eccessiva personalizzazione della politica.

La voglia di parlare è viva sempre, come è forte l’istinto di parlare subito dopo un fatto, dopo un evento, anticipando gli avversari politici. Oppure di rendere pubbliche esternazioni a freddo, lontane dai fatti o dagli eventi, ma con l’intenzione di indirizzare o creare una nuova strategia.

La nostra classe dirigente spesso vuole dire troppe cose senza però pensare alle conseguenze delle parole, che sono tenute veramente poco in considerazione. Non so se a voi fa lo stesso effetto, ma a me vengono un po’ a noia tutti quelli che si affannano a dire la loro. Preferisco un politico che parla poco, che si prende del tempo in più, ma che alla fine esprime un concetto senza sciocchezze, che non deve essere corretto e che può essere verificato con i fatti o con il tentativo di portarlo in realtà.

Preferisco quanti si prendono il tempo necessario per valutare con attenzione ogni particolare, evitando di trarre conclusioni affrettate. Meglio tacere, meglio pensare prima di parlare.

Saper ascoltare, parlare il giusto, avendo prima ascoltato. Ecco le caratteristiche di un politico vero.  E come diceva Ernest Hemingway, purtroppo, –  “Ci vogliono due anni per imparare a parlare e cinquanta per imparare a tacere.” –

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In Francia i sondaggi ci hanno preso!

A novembre scorso avevamo scritto l’articolo  –Fallimento dei sondaggi: cercasi nuova occupazione per i sondaggisti-. Dopo le scottature della Brexit e di Trump avevamo picchiato un po’ “duro”; ma stavolta dobbiamo dare a Cesare ciò che è di Cesare. Cioè dobbiamo dare atto ai sondaggisti francesi di aver avuto ragione. E non solo in una ma bensì in due occasione, a distanza di 15 giorni .

L’accuratezza delle previsioni è stata tale che anche gli stessi candidati, molto in anticipo rispetto ai risultati definitivi, seguendo gli exit poll, hanno espresso senza indugio le proprie considerazioni e conclusioni.

Ed allora questo buon lavoro, da cosa scaturisce?

Difficile stabilirlo con certezza perché tante sono le variabili in gioco.Innanzitutto può darsi che gli elettori francesi fossero già decisi fin dall’inizio, cioè si pensa che in pochi abbiano davvero cambiato idea negli ultimissimi giorni di campagna elettorale, quando i numeri dei sondaggisti ormai erano pronti da pubblicare.

Oltretutto in Francia nel primo turno di votazioni si è mantenuta una affluenza al voto alta, consolidando le statistiche e rafforzando le previsioni di voto.

Ci sono poi teorie che sponsorizzano la validità dei sondaggi effettuati prevalentemente online rispetto alle interviste telefoniche. Le reputano più sicure, nel senso che l’intervistato al telefono potrebbe nascondere la propria reale intenzione, rispetto ad un click che garantisce la riservatezza.

Altri pensano invece che il mix migliore sia il contatto telefonico, come rafforzativo dell’intenzione di voto online precedentemente effettuata.

Insomma, il voto che sembrava il più incerto di sempre in Francia, si è invece trasformato in un voto che i sondaggi hanno reso stabile.

Confermati i sondaggi, vediamo ora di confermare l’Europa unita, nel vero significato per cui i padri fondatori l’hanno fondata.  

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Chi potrà ristabilire la certezza del diritto?

Le settimane appena trascorse in politica sono state quelle delle “ore notturne“, cioè della confusione venutasi a creare sul testo riguardante la legittima difesa all’interno delle proprie mura domestiche, contenuto approvato, al momento, dalla Camera dei Deputati. Di giorno no, di notte si, quando ci possiamo difendere? Pare che nel testo la congiunzione “ovvero”, utilizzata per due volte a breve distanza abbia creato confusione nell’interpretazione. Se non ci capiamo già dall’inizio, nelle Aule dove si legifera, figuriamo cosa può succedere fuori!

Questo è solo l’ennesimo caso di leggi prodotte dal nostro ordinamento, non solo incomprensibili, ma quasi illeggibili, non solo per gli esperti di diritti, che si ingegnano per arrivare alla giusta interpretazione, ma anche per gli stessi legislatori che la propongono.

A parte gli errori che molte volte presentano, molte leggi vengono proposte con un linguaggio giuridico che soltanto il burocrate “padrone” di tale testo, alla fine, è il solo in grado di interpretare e se vogliamo, di usare a proprio piacimento.

Se un tempo la nostra classe politica era abbastanza preparata o almeno aveva fatto una lunga gavetta prima di arrivare in Parlamento e c’erano comunque i medesimi problemi di linguaggio giuridico, figuriamoci cosa può succedere oggi, dove buona parte dei rappresentati dei cittadini ha una limitata istruzione, una generale superficialità e soprattutto un bagaglio culturale approssimativo.

Ma qualcuno giustamente obbietterà che le leggi non vengono mica scritte dai parlamentari o dai Ministri!

In effetti è proprio così: ci si affida a funzionari, dirigente, burocrati per professione, club di magistrati amministrativi e contabili, i quali, tutti assieme,  accudiscono parlamentari e membri di Governo nello svolgimento delle loro funzioni.

Così a volte i testi passano e vengono convertiti in legge nonostante che buona parte delle persone presenti in Aula non saprebbero minimamente spiegare cosa hanno votato, con situazioni in cui il solo burocrate autore della legge è l’unico in grado di interpretarla.

Tutto questo groviglio evidenzia in generale la poco professionalità e porta ad insinuare che molti decreti e leggi siano puro frutto della scaltrezza degli autori e dei gruppi di potere; testi che vengono predisposti ad arte affinché i malcapitati interessati si debbano per forza rivolgere ai consulenti per comprenderne il significato.

Ed allora non ci resta che concludere ricordando il principio del nostro ordinamento giuridico che sta alla base della certezza del diritto, con il quale una norma giuridica deve essere formulata in modo chiaro ed essere soggetta ad una interpretazione univoca, ed ogni persona deve essere in grado di prevedere le conseguenze giuridica della propria condotta.

Dalle basi di questo principio dobbiamo partire per istruire e formare i giovani, che un domani saranno la nostra classe dirigente. Peccato che negli ultimi anni insegnare “Diritto” ed “Educazione Civica” nelle scuole più che realtà è diventato soltanto un sogno…

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Il nuovo punto di incontro tra banche ed aziende

Le aziende e le banche. Si, ritorniamo di nuovo sull’argomento perché nonostante il tempo inesorabilmente trascorra, non si è trovata ancora la quadra. Gli strascichi della crisi, o per meglio dire, la ristrutturazione mondiale che nel sistema industriale, economico e finanziario è stata prodotta con la crisi, pare non abbia delineato la nuova missione ed il futuro delle aziende e delle banche rimaste in Italia.

Le imprese italiane, nella maggior parte dei casi ancora parecchio arretrate da un punto di vista dei metodi di lavoro e del coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali aziendali, inconsapevolmente soffrono della loro ermeticità nel condividere all’esterno notizie e numeri che potrebbero essere invece apprezzati o vagliati per favorire nuove forme di aiuto, visto che il mercato, ormai globalizzato, periodicamente rilascia qualcosa di nuovo, che non sempre è facile controllare o soltanto capire con prontezza.

Le banche invece, che negli ultimi anni si sono giustamente adeguate dal punto di vista dell’informatizzazione dei servizi, stentano a trovare la loro giusta nuova collocazione nei mercati che, non solo sono profondamente mutati, ma risentono oltretutto delle numerose “scottature” che il sistema finanziario stesso si è voluto in certi casi quasi auto-procurare.

Così molte aziende e quasi tutti gli istituti di credito stanno ancora vagando in cerca di un punto di incontro, che al momento pare ancora lontano. E questa incertezza purtroppo continua a far perdere quote significative di mercato per tutti.

Ed allora nuovamente ci rifacciamo al sistema tedesco, strutturato in maniera tale che le banche arrivano a partecipare attivamente e consapevolmente alla gestione dell’impresa sua cliente, cercando di interpretarne i risvolti e le necessità, anche attraverso un’adeguata copertura finanziaria. Di fatto un consulente, oppure ancor meglio lo possiamo chiamare con un ulteriore socio, che segue molto da vicino, quasi giorno per giorno, l’andamento reale dell’attività industriale o commerciale. Processo questo che alla fine porta ad un risultato positivo sia per l’azienda che riceve assistenza e sostegno finanziario, che per la banca che effettua i propri impieghi di capitale, con la consapevolezza di aver scelto la clientela con cognizione di causa.

Dunque il punto di incontro sembrerebbe trovato. Aziende che arrivano ad aprirsi all’esterno rendendosi trasparenti in tutto e per tutto, anche attraverso una più efficiente organizzazione generale e banche che si adeguano a ciò, formando personale o ancor meglio attingendo dal mercato vicino all’impresa, per assistere quasi quotidianamente soprattutto le aziende più tentennanti, al fine di provare a rivitalizzare sia il settore industriale/commerciale che di riflesso anche quello creditizio.

E’ inutile, come sta avvenendo oggi, che le banche vadano ad offrire somme a chi non ne ha bisogno, non prendendo in considerazione quanti invece sono alla ricerca di finanziamenti, come pure è altrettanto vero che per poter essere aiutate, le aziende devono poter giocare a carte scoperte, permettendo alla controparte finanziatrice di capire come davvero stanno le cose, per poi partecipare senza più dubbi o incertezze alle attività strategiche di rilancio.   

Da dove cominciare per poter cambiare e raggiungere il punto di incontro tra imprese e banche? Prima di tutto dalla mentalità della classe dirigente sia dell’impresa che della banca che deve rivedere oltre ai programmi ed alla organizzazione, anche il modo di approcciare un mondo, quello dei mercati, completamente cambiato. Oltrepassato questo scoglio tutto sarà più semplice e veloce.  

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Cercasi disperatamente organizzatore di giochi olimpici

Eravamo da poco entrati nell’autunno 2016, quando Virginia Raggi, Sindaco di Roma, ribadiva il suo «no» alle Olimpiadi di Roma del 2024.

La notizia pareva una soluzione da irresponsabili, il Coni ed il Governo non l’avevano presa bene, mentre i più contenti parevano essere le altre città rivali, che perdevano per strada un concorrente, che aveva alzato bandiera bianca.

La polemica è andata avanti pesantemente ancora per alcune settimane, con la povera Raggi sempre al centro dell’attenzione; poi sulla vicenda dei Giochi Olimpici a Roma è calato il silenzio, nessuno ha più tirato in ballo la questione.

Anche perché sotto silenzio o quasi, sono passate altre notizie sulla falsariga di quella di Roma,  riguardanti l’organizzazione dei giochi, che però hanno interessato altri attori, stavolta stranieri.

Dopo Roma, anche Budapest, Boston ed Amburgo hanno ritirato la candidatura per ospitare i Giochi Olimpici estivi del 2024, soprattutto perché l’opinione pubblica era contraria, oltre ai problemi legati all’insicurezza della spesa e agli introiti .

A questo punto rimangono Los Angeles, che ha frettolosamente ha sostituto Boston e Parigi, il cui sindaco, sig.ra Hidalgo, pare sia la sola che ha le idee molto chiare su come organizzare e gestire un simile evento, utilizzando soprattutto strutture esistenti.

Ma lo stesso problema dell’organizzazioni dei giochi olimpici si è avuto anche per quelli Invernali del 2022. Dopo una serie di rinunce, tra cui la città di Stoccolma, le uniche candidate erano rimaste quelle di Almaty in Kazakistan e Pechino in Cina, la quale alla fine si è aggiudicata la competizione ( dopo aver già ospitato nel 2008 le Olimpiadi estive, prima città al mondo ad ospitare sia quelle estive che quelle invernali). Per le Olimpiadi invernali del 2026, al momento resta in corsa solo Sion (Svizzera), il che conferma la sempre crescente diffidenza verso questo tipo di eventi (anche se la ratifica finale della candidatura di Sion dovrà forse passare da un vero e proprio referendum popolare, che al momento non sembra per niente scontato).

In tanti danno la colpa alla distribuzione dei ricavi televisivi, che il Comitato Olimpico Internazionale ha stabilito nel 70% a proprio favore e soltanto per il restante 30% al paese ospitante, ma la preoccupazione per i costi spesso incontrollabili e le difficoltà crescenti di una organizzazione e di un controllo anche della sicurezza che deve essere meticoloso, tarpano le ali all’entusiasmo che un tempo le candidature ai giochi olimpici potevano offrire.

Così non ci resta che fare annunci mirati, nella speranza che qualche città possa soffermarvi l’attenzione e decidere, senza troppo pensare ai vari risvolti, di affrontare una simile manifestazione.

 

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Si è avuta una vera e propria esplosione di turismo !

Dai giorni precedenti la Pasqua 2017 si è avuto subito il sentore che stava per finire il riposo invernale e ci si preparava ad uscire dal letargo, anche perché, la primavera, accompagnata dalla bella stagione, pareva giunta.

In effetti se ci avete fatto caso, anche guardandovi attorno, il periodo tra la Pasqua e l’ultimo festa del primo maggio ha visto tantissima gente riversarsi all’aperto, sfruttando le occasioni concesse dai ponti e le tante possibilità che il nostro paese riesce ad offrire, sia vicine che lontane.

In alcuni casi solo per mezza giornata, in altri per una giornata, in altri ancora per una notte oppure per più giorno, in moltissimi si sono spostati, andando alla ricerca di qualcosa di nuovo e di interessante.

Quindi, nel periodo appena trascorso, possiamo dire senza ombra di dubbio che si è avuta una vera e propria esplosione di turismo.

Così i ponti stanno diventando d’oro non solo per gli operatori turistici che possono lavorare a pieni giri, ma anche per il turista stesso che ha atteso, con fiducia, questo periodo per interrompere il tran tran quotidiano. A parte le zone terremotate (Umbria, Lazio, Marche), dove il problema contingente, purtroppo,  si è fatto sentire, in Italia prospera il turismo legato alle bellezze naturali e paesaggistiche, ma anche quello culturale o relativo ai prodotti agroalimentari di eccellenza.

Il settanta per cento dei turisti va alla ricerca soprattutto di aree costiere o zone di montagna, ma anche di colline laghi e fiumi, mentre il restante trenta,  preferisce centri d’arte e di cultura. E nel nostro paese, per fortuna, c’è di tutto un po’.

Diversi i fattori che hanno aiutato: la stagione che invoglia a stare all’aperto, la possibilità di avere qualche giorno di riposo dal lavoro, ma anche il mercato digitale, cioè il web, che non va tralasciato, in cui si moltiplicano articoli, pubblicità, diari di viaggio, che raccontano, con minuziosi consigli ed accattivanti foto, anche per le zone meno note; informazioni, queste, che hanno fatto da traino ad un boom turistico degli ultimi 15 giorni, per certi versi quasi inaspettato.

Facendo meravigliare anche i pochi operatori dei molti luoghi meno conosciuti, che in alcuni casi si sono trovati impreparati a gestire la situazione contingente. Ma per il futuro anch’essi si organizzeranno certamente per tempo, perché il turista, come vediamo, è alla ricerca di sempre nuove esperienze ed emozioni.

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Alzi la mano chi ha beneficiato della crisi e della chiusura di imprese

La legge dice che i compensi sono in … percentuale all’attivo realizzato, alle dimensioni del passivo e, se l’attività prosegue, al fatturato e agli utili…

Flussi di soldi, i pochi rimasti nelle casse o nei beni da dismettere di attività disastrate, che in buona parte, lentamente sono confluiti o stanno confluendo nelle tasche di pochi noti professionisti; avvocati, commercialisti, consulenti di varia natura, i quali sono entrati nelle grazie o del Tribunale o degli imprenditori in difficoltà.

Tra coloro che hanno goduto e stanno godendo della crisi economica e finanziaria che ha investito in pieno le aziende, c’è un numero esiguo di  professionisti incaricati (curatori, commissari giudiziari, liquidatori, consulenti per la realizzazione dei piani di risanamento o per la ristrutturazione del debito), che nonostante i loro clienti siano finanziariamente a terra, arrivano a  percepire compensi di tutto rispetto (per usare un eufemismo).

E più riescono ad avere incarichi in grandi aziende o grandi gruppi e più ci guadagnano, senza limiti o tetti. Perché così vuole la legge, che se ne strafrega del senso della misura e dell’equilibrio. Noi ci limitiamo a dire che, in tanti casi, si arriva a cifre che non stanno né in cielo né in terra.  

L’esempio più eclatante è stato quello di Enrico Bondi, che in 26 mesi di incarico di commissario straordinario del gruppo Parmalat, alcuni anni fa,  ha incassato la “modica” cifra di 33 milioni di euro.

E’ giusto anche ricordare l’impegno dello studio che assiste il professionista e la responsabilità dello stesso nel compiere alcuni atti nello svolgimento dell’incarico, ma tale impegno e tale responsabilità la ritroviamo in molti altri lavori, che invece sono pagati con cifre parecchio inferiori.

Oltretutto i professionisti nominati si avvalgono sempre di collaboratori esperti ed altri pari grado a cui affidano specifici incarichi, che rendono più semplice la vita dell’ attore principale, i quali vedono però distribuite nel loro piatto solo porzioni limitate di una bella torta di compensi che è già stata quasi interamente decisa in favore di un unico soggetto.

Così buona parte delle somme che potevano essere destinate alla massa dei poveri creditori, se ne vanno per la procedura o per i consulenti che hanno redatto i piani, i quali, nella maggior parte dei casi, si reggono in piedi non con solide “fondamenta”, ma con veri e propri “stecchi di legno”.

Mediamente le procedere legali di chiusura delle attività nel nostro paese durano tanti anni ed alla fine il professionista incaricato dimentica anche la resa complessiva di quel particolare lavoro, visto che vengono incassati molti cospicui acconti, a cadenze irregolari.

Per la gioia dei professionisti della lobby dei libri in tribunale, sul territorio italiano le procedure per liquidare una società sono tanto complesse quanto onerose, ed il fallimento resta un marchio che accompagna tutta la vita dell’interessato, quando,  in molti altri paesi,  la stessa procedura è invece gestita in maniera più snella, oltre ad essere vissuta come un evento legato più che altro al rischio d’impresa.

 

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