In poche parole, Milano

La proporzione, che in matematica è un’uguaglianza tra rapporti equivalenti, viene, nel nostro caso, così rappresentata:

Milano: Italia= Londra: Regno Unito

Milano e Londra sono i termini antecedenti, mentre Italia e Regno Unito sono i termini conseguenti.

Tutto questo preambolo matematico per dice che davvero Milano sta diventando una entità a sé rispetto al panorama italiano, come lo è da tempo Londra per il Regno Unito. Milano e Londra, due grandi città, quasi Stati a sé stanti, all’interno di due nazioni che non riescono a contenerne la crescita ed il successo.

Londra, già brevemente raccontata in un nostro precedente pezzo intitolato “In poche parole, Londra”, mentre Milano, mai trattata, da molti viene già definita come città-Stato.

Due le differenze marcate tra Londra e Milano, che però non sono così importanti. Londra è la capitale del Regno Unito ed ha oltre 8 milioni di abitanti, Milano non è la capitale d’Italia ed ha molti meno abitanti, 1,3 milioni.

A proposito di capitale d’Italia, non è proprio il caso di soffermarci sul divario tra Roma e Milano, visto che Roma è totalmente bloccata, mentre Milano è ancora in forte sviluppo, nonostante gli ottimi risultati che già pervengono dai settori sia privati che pubblici (come la gestione dei rifiuti, dei servizi, dei trasporti, l’urbanistica, i conti in ordine).

Milano, in molti dicono, offre trasparenza, c’è un’amministrazione competente e si lavora spediti, così che gli investitori si fidano.

Milano, a differenza dei milanesi, non se la mena, perché è dinamica ed in continuo mutamento.

Milano, nonostante sia una grande città, propone molte zone verdi nelle periferie, come pure offre inaspettatamente zone agricole quasi a contatto con la città.

Milano, città storica ma proiettata al futuro, sembra una realtà di paese, per la semplicità con cui ti accoglie, ma con i servizi delle più grandi capitali del mondo.

Magari Milano, da qui a breve, con l’uscita del Regno Unito dalla Unione Europea, potrà pure sostituirsi a Londra come piazza finanziaria dell’Eurozona.

Insomma, in poche parole, Milano.

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Cercasi top manager disperatamente

La chiave, ogni volta, non è quella giusta.

Dal 1996, la politica ed i governi di turno, si alternano per far trovare a qualche gruppo di volenterosi la chiave giusta per rimettere in sesto e far andare con le proprie “ali” l’Alitalia; ma fino ad oggi nessuno ci è riuscito.

E’ una continua ricerca di soggetti privati o di aziende disposte ad entrare nel capitale della società.

Nel corso degli anni, dal 1996 ad oggi, tante società con presunti manager si sono succeduti ai vertici dell’azienda italiana di trasporto aereo, ma i risultati sono stati e sono ancora oggi negativi. Siamo ben lontani dal pareggio di bilancio nonostante che ci sia stata, aiutata anche dallo Stato, una grande pulizia di bilancio e ottomila dipendenti in meno. Aiuti di Stato che poi si sono scontrati con altre politiche pubbliche che hanno indirettamente danneggiato la compagnia. Ma su questo è meglio soprassedere, per non annoiare troppo.

Ed oggi anche con il governo Lega- M5S ci risiamo, sempre la stessa musica. Tutti alla ricerca di investitori istituzionali o privati che possano tenere in piedi la compagnia di bandiera italiana che, pur non arrivando a capire appieno le motivazioni, va mantenuta in piedi.

Ma Alitalia resta sempre troppo piccola e troppo grande allo stesso tempo, non ha peso sul mercato internazionale, ma anche sul mercato nazionale e quello Ue subisce la concorrenza delle low cost.

Ed allora, da dove ripartire per un nuovo tentativo? A chi dare la chiave giusta per entrare nella compagnia a sistemare le cose?

Ad un top manager, italiano o straniero che sia, che prima di ogni altro cosa, deve essere individuato, deve avere la fiducia illimitata delle istituzioni e dei potenziali soci, a cui va lasciato campo libero, per il risanamento ed il successivo rilancio di Alitalia. Questa è la vera ricerca affannosa che va fatta, prima di ogni altra azione! Individuare un vero top manager disposto a scommettere sull’impresa di rilancio di Alitalia, e farsi convincere dalle sue strategie di azione.

Nel loro piccolo, avete visto come si sono trasformati i musei italiani con i nuovi manager (di cui buona parte stranieri)?

Un valido piano commerciale/produttivo per risanate le casse e mantenerle solide; competere in un mercato fortemente competitivo, con volumi in grado di generare le giuste economie di scala; dimezzare i livelli gerarchici, poche regole e poca burocrazia… Dalla realizzazione di questi importanti punti è iniziato il rilancio e l’internazionalizzazione della Fiat, grazie a Marchionne, top manager indimenticato.

Ed allora, per Alitalia, prima di tutto, va ricercato, in giro per il mondo, un vero, non presunto, top manager, disposto a scommettere tutto sul rilancio della compagnia, a cui va lasciata carta bianca in tutto ( e questo è un avvertimento importante per il nostro mondo politico!)

Dopo viene il resto, altrimenti non ci potrà essere soluzione.

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All’arrivo, al fotofinish…

Come in un sogno, ormai è una gara.

Analisti, esponenti politici nazionali e locali, imprenditori, membri di associazioni, la chiesa, i cittadini.

Ognuno ha il suo “atleta” che vorrebbe lanciare e fare arrivare primo, atleta portatore di un “testimone” che nella nostra immaginazione potrebbe risolvere uno dei tanti gravi problemi dell’Italia. Ad ogni atleta quindi un problema, un grave problema che il nostro paese non riesce a risolvere. Poi si aspetta la gara.

Ed ognuno spera che alla fine riesca a prevalere il suo, di atleti, cioè di convincimenti.

Nella gara i 5 sicuri atleti con “testimone” sono questi:

  1. se si risolvono i gravi problemi della giustizia tutto filerà liscio;
  2. combattere e smantellare definitivamente l’evasione fiscale, così l’Italia sarà su un altro piano;
  3. fermare l’emigrazione dei nostri giovani, strettamente connessa alla mancanza di lavoro, al precariato ed allo sfruttamento del lavoro, per un nuovo benessere generale;
  4. avere periferie non più degradate e quindi ordinate, funzionanti, socialmente attive, per rimettere in moto il paese Italia;
  5. uno Stato senza più burocrazia e corruzione, che porti ad agevolare e snellire ogni attività ed ogni iniziativa.

Per chi gareggia in atletica leggera, sa che nella pista di atletica ci sono 8 postazioni per 8 atleti contendenti.

Noi, al momento, allo start ne abbiamo collocati 5, ma è molto facile aggiungerne altri tre.

Facciamo mente locale tutti assieme e proviamo a completa la batteria di partenza.

A me per esempio ne vengono in mente un paio …le infrastrutture ed i trasporti da riammodernare con progressivo allentamento dalla morsa delle auto, … la risoluzione definitiva del problema dei rifiuti soprattutto nelle grandi città…

Il sogno è troppo bello: tutti e 8 gli atleti giungono all’arrivo al fotofinish, con lo stesso tempo, tutti vincitori, perché i problemi sono stati ben affrontati e smantellati ed il paese, oltre che ad essere al centro del mondo per la cucina e per il turismo, riacquista il ruolo e la posizione che gli compete in Europa e nel mondo.

Stefano Bortoli

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Scuola: due morti su cui riflettere

.Negli ultimi decenni, lentamente, ma progressivamente, nel mondo della scuola siamo passati dall’insicurezza e dalla fragilità degli alunni, non sempre compresa, a tanti, troppi episodi in cui in ruolo sociale ed il rispetto per gli insegnanti viene calpestato, sia dagli stessi alunni, che dai loro genitori.

Questo capovolgimento ha portato a nudo situazioni in cui a volte gli insegnanti da missionari si sono, loro malgrado, trasformati in martiri.

Innanzitutto va detto che la tutela della salute psicofisica del docente è a carico del datore di lavoro, che altri non è se non il dirigente, il quale, però, a sua volta, in alcuni casi, è anch’esso oggetto di maltrattamenti verbali o fisici.

Quest’anno, nel periodo precedente la fine dell’anno scolastico 2018-2019, due fatti estremamente gravi hanno colpito il mondo della scuola italiana.

Fatti, la cui conclusione è stata tristemente la stessa, ma che hanno avuto origini diverse tra loro. Fatti, sì raccontati, ma in forma troppo marginale, sui quali è bene continuare a riflettere, anche perché non si pensi ad una semplice questione di sicurezza, ma bensì all’ onore da difendere, nei rari casi in cui il professore non abbassa la testa.

Storie, che lasciano non solo due vittime, ma anche tanta tristezza ed agitazione tra quanti sono stati, bene o male convolti in queste vicende, storie che mai potranno dimenticare.

Dicevamo, due fatti.

Uno, in cui un professore del «Gian Battista Vico» di Napoli, accusato di aver avuto rapporti sessuali con due ex allieve non ancora quindicenni, si è ucciso con un colpo di pistola, dopo aver lasciato un privatissimo biglietto scritto alla moglie ed ai figli. Con questa morte non ci potrà più essere, purtroppo, una verità giudiziaria.

L’altro, in cui il preside di otto scuole veneziane, tra cui il noto liceo Marco Polo di Venezia, si è suicidato, ingerendo del veleno, dopo essere arrivato all’esasperazione. La sua gestione era sotto attacco da settimane. Professori, genitori e studenti, avevano appena indetto uno sciopero d’istituto, perché contrari all’accorpamento delle classi terze e quarte, che sarebbero diventate da 25 alunni, in ambienti, come quelli all’interno di un palazzo storico di Venezia, non molto conformi agli standard scolastici. La decisione era comunque stata presa dal provveditore, ed il preside non si era opposto.

Per diversi motivi, i due insegnanti, di cui uno dirigente scolastico, uomini colti ed appassionati del proprio lavoro e molto attivi nella vita sociale, a molti mancheranno, ma ad altrettanti resteranno sempre vicino, come un’ombra.

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Hong Kong ha stupito

Mai vista una simile protesta democratica, mai vista tanta partecipazione.

Per me i giorni intorno a metà giugno 2019 resteranno nella storia, perché la voglia di una vera democrazia ha portato un fiume di persone in strada, a manifestare.

Le immagini riprese all’alto, dai grattacieli, sono ancora nella mia mente, perché  impressionanti.

A Hong Kong il numero esatto di persone che erano a manifestare non lo sappiamo, ma il 16 giugno, circa il 30% della popolazione c’era. Forse 2 milioni di persone.

E nonostante che il governo locale avesse dato dei cenni di apertura, a seguito della manifestazione della domenica prima, 9 giugno, dove i partecipanti erano pressappoco la metà, si è andati avanti, in quanto non contenti di semplici rassicurazioni.

Ma per cosa manifestava il popolo?

Per una legge da approvare che consentirebbe l’estradizione di sospettati verso la Cina, norma che viene vista come una minaccia all’autonomia della città e delle persone, a cui si è aggiunta la richiesta di dimissioni del capo dell’esecutivo di Hong Long, Carrie Lam, per non avere difeso gli interessi della regione e del suo popolo.

E dalla Cina? Al momento silenzio totale e nessuna forma di rappresentazione degli eventi sui media del paese, che sono stati tenuti nascosti al popolo.

Un fiume di gente per una protesta popolare, in una regione, quella di Hong Honk, ex colonia britannica, che il primo luglio 1997 è stata riconsegnata, a seguito di accordi internazionali, alla Cina.

Regione in cui la democrazia regnava ormai da tempo, che il potere cinese vuole invece frenare e limitare.

Altre importanti proteste della popolazione ci sono state e ci sono ogni anno (anche in questi giorni), nel giorno dell’anniversario, primo luglio, in cui la Cina è divenuta sovrana sul territorio, azioni in favore di una maggiore libertà ed indipendenza. Ma la manifesrazione di metà giugno è stata diversa. 

In questo caso la partita ancora è aperta, ma il fiume di gente in marcia verso la libertà e la democrazia, comunque vada,  non potrà essere mai fermato, dimenticato o cancellato. 

Stefano Bortoli

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Da noi anziché distese… Verdi, quasi il deserto

I veri vincitori delle elezioni europee, al di fuori dell’Italia, impossibile negarlo, sono stati quelli del partito dei “Verdi”, che nel parlamento di Strasburgo hanno conquistato 70 seggi, 18 in più rispetto alla scorsa legislatura.

In tanti paesi d’Europa stanno crescendo, con percentuali a doppia cifra: in Germania sono volati al 21%, in Francia sono arrivati al 12%, nel Regno Unito al 11%, in Belgio al 15%.

Ora come ora possiamo considerarli come la vera alternativa ai sovranisti di destra, al posto delle forze tradizionali di centro e di sinistra.

Le linee guida del progetto del movimento dei Verdi in tutta Europa poggiano sui seguenti pilastri: combattere il cambiamento climatico eliminando il carbone, promuovendo l’efficienza energetica con l’uso delle energie rinnovabili al 100%, avere un’economia verde, garantire un reddito minimo ai cittadini europei, rafforzare la democrazia nelle istituzioni, difendere il diritto di asilo, promuovere un’Europa femminista e stoppare le esportazioni di armi.

Ecco la sostanza politica dei Verdi, apprezzata pure dagli italiani residenti all’estero, che hanno votato il partito per il 10% (mentre all’interno del nostro paese Europa Verde ha conseguito solo il 2% circa).

Così in Italia, si può affermare che anziché distese Verdi, abbiamo quasi il… deserto.

Perché i temi ambientalisti sono visti ancora come un vincolo, come una ristrettezza economica e di sviluppo, quasi come una infelicità sociale, per dire peggio, come un movimento di “rompi c…..i”. Si, anche questa è l’Italia.

Nonostante l’effetto positivo che si è avuto con le iniziative di Greta Thunberg, il nostro popolo, nella maggioranza dei casi, pare legato alle problematiche dello star bene nel proprio orticello, con un occhio ed un orecchio rivolto più che altro alle tasse, all’occupazione, ai migranti e non percepisce minimamente, come avviene invece nelle altre nazioni europee, come la sfida ambientalista, sia collegata allo sviluppo economico ed all’innovazione, nel rispetto dell’ambiente.

Per tutti questi motivi i Verdi da noi non prosperano.

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L’ ignoranza e l’analfabetismo funzionale, deficit ben interpretati dai nuovi leader

Il sociologo, chi propone ed attua il marketing di vendita e il marketing politico, chi studia il comportamento delle masse. Insomma, in tanti oggi lavorano e si muovono tenendo conto che, in base a quanto riferisce l’Istat, il 72% della popolazione italiana non è in grado di interpretare e sintetizzare un articolo o un discorso breve.

Siamo quindi di fronte a due particolari deficit. La prima è l’ignoranza funzionale, cioè la situazione in cui persone che hanno studiato, fanno comunque fatica a ricordare e mettere le cose in relazione fra loro. La seconda è l’analfabetismo funzionale, in cui troviamo persone disposto a credere a tutto, non riuscendo a valutare la bontà o meno di quanto letto o ascoltato.

Così quello che oggi è più preoccupante è il fatto che molti dei leader politici che sono là, a decidere il nostro presente ed il nostro futuro, agiscono in maniera opposta al significato del termine ed all’incarico loro assegnato.

Infatti per leader si intende il capo, chi conduce, la guida di un partito o di uno schieramento politico o di un movimento culturale, perché capace, con la propria personalità e le proprie idee, di saper convincere ed accompagnare un gruppo di persone.

Ma essendo pervasi da ignoranza ed analfabetismo funzionale, ai moderni leader è stato consigliato di invertire il loro ruolo.

Cioè non più cercare di convincere il popolo, gli elettori della bontà delle proprie idee e dei progetti futuri, ma andare a dire quello che gli elettori vogliono invece sentirsi dire.

Così che siamo arrivati al punto estremo in cui i leader possono essere considerati come followers (seguaci) di un popolo, dato che inseriscono nella loro piattaforma politica le ansie e le preoccupazioni riscontrate in giro.

Allora resta difficile soffermarci su ragionamenti complessi per cercare di risollevare il paese; e questo, purtroppo, la politica lo riflette drammaticamente.

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Il coraggio di diventare soci imprenditori

Lo Stato ed in seconda battuta gli economisti, dovrebbero accettare, favorire e sviluppare un sistema di questo genere. Visto che ci vuole coraggio.

Il coraggio è quello di diventare soci imprenditori di aziende a rischio chiusura (con un business che può prevedersi ancora  positivo), attraverso l’impegno diretto e l’utilizzo, da parte dei dipendenti, oltre che della propria opera, anche della liquidazione e dell’indennità di disoccupazione provenienti dall’azienda che si trova in una procedura giudiziaria.

Dal 1986 con la Richard Ginori, sono tante ed avvincenti le storie di rivincita di dipendenti che con la formula di una cooperativa, hanno trovato la strada per mantenere in vita aziende dei più svariati settori, società che nella maggior parte dei casi si sono consolidate, ma non solo, sono anche cresciute. E’ proprio così, dato che le statistiche nazionali ci dicono che per le aziende rilanciate dai soci lavoratori, nei primi 10 anni di vita la percentuale di fallimento è inferiore al 15% (contro il 70% delle nuove aziende, denominate start-up).

E nonostante ciò non si capisce come mai l’attenzione e l’interesse generale verso questa forma di rilancio dell’economica e del lavoro sia “freddo”, lasciato soltanto all’intraprendenza ed alla testardaggine di qualche lavoratore. Non si capisce come mai i nostri economisti e lo Stato facciano fatica ad accettare un sistema di questo genere, che potrebbe risolvere tanti problemi agli italiani.

Perché nelle aziende cooperative, paragonate alle aziende private, c’è maggiore senso di responsabilità e un’alta efficienza (che non viene imposta ma viene naturale per effetto della ricreata autostima e dignità del lavoratore) e perché un lavoratore licenziato ed in attesa di occupazione costa e parecchio allo Stato, mentre con la società rigenerata non pesa sulla collettività continuando a versare contributi ed a far girare l’economia .

Così oltre alla salvaguardia dei posti di lavoro, quando i lavoratori si riprendono l’azienda e la fanno ripartire, ci sono molti altri effetti sociali e politici, che troppo spesso oggi vengono sottovalutati e sottostimati.

Ed allora, sarà il caso che i nostri pubblici amministratori ed economisti comincino a fare una riflessione, da tradurre poi in provvedimenti legislativi che possano sostenere il coraggio di quanti sono disposti anche a diventare soci imprenditori dell’azienda per cui hanno sempre lavorato come dipendenti.

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