Godiamoci i colori dell’autunno, fino a quando ci sarà permesso

Si continua a dire che non ci sono più le stagioni di una volta. Ci sono troppi picchi di temperatura, così che anche l’autunno è parecchio accorciato.

L’autunno è la stagione del giallo, del rosso e dell’arancione, con sfumature cromatiche che dovrebbero sempre tinteggiare i nostri panorami ed i nostri boschi.

Ma in futuro ciò potrebbe scomparire.

Perché estati calde e senza piogge hanno effetto su tutta la vegetazione. Le piante si indeboliscono, sono facilmente attaccabili da parassiti e, anche se non malate, non sempre riescono ad offrirci quelle tonalità che qualche anno fa potevamo vedere in autunno.

Allora godiamoci queste belle foto del nostro fotografo ufficiale Giorgio Petri, scattate qualche giorno fa nella zona del Passo delle Radici, Piandelagotti, sull’Appenino Tosco-Emiliano.

 

 

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Non qualificarsi ai mondiali di calcio 2018 potrebbe essere il punto di svolta

Con l’avvicinarsi dello spareggio del prossimo novembre, che l’Italia calcistica dovrà affrontare per l’accesso alla fase finale del campionato mondiale di calcio per nazioni, che si terrà in Russia nell’estate 2018, contrariamente alle più alte cariche sportive italiane che, recentemente, hanno rilasciato le seguenti dichiarazioni:

  • Ventura (allenatore della nazionale di calcio italiana): non andare ai mondiali sarebbe una catastrofe;
  • Tavecchio (presidente federazione italiana gioco calcio): non qualificarsi ai mondiali un’apocalisse;
  • Malagò (presidente del Coni): non qualificarsi ai mondiali una tragedia sportiva;                

da semplice cittadino e da uomo di sport ritengo al contrario che, la mancata qualificazione potrebbe invece essere un bene, soprattutto un punto di svolta. Non credo che tale affermazione possa essere considerata una “bestemmia” e vi spiego perché.

Nonostante che in Italia i numeri della pratica sportiva nell’ultimo decennio sono alti, da troppo tempo nel nostro paese lo sport in generale ed il calcio in particolare (che è lo sport nazionale), vivono un periodo di decadenza.

E’ evidente a tutti, anche a chi è lontano dai palazzi della politica sportiva, che oltre alle molte problematiche di natura organizzativa e gestionale (in mancanza di corrette gestioni aziendali), in Italia sono da rilevare due aspetti preponderanti:

1) la mancanza o assoluta inadeguatezza di strutture ed ambienti sportivi per i settori giovanili, per le attività agonistiche, per il semiprofessionismo e pure per il professionismo;   

2) la scarsa valorizzazione dei vivai, visto che in Italia, come tutti sappiamo, il risultato conta più di tutto e pertanto non possono esistere tempi di attesa e di programmazione per la crescita di un atleta o di un giovane sportivo.

Il mondo dello sport nella maggior parte dei casi continua nel suo incedere con …uno zoccolo ed una ciabatta… ed i risultati sono evidenti a tutti. Stadi ed impianti aperti al pubblico semivuoti, poche e vecchie strutture per far giocare i nostri ragazzi, giovani italiani che non riescono ad emergere, anche perché è più conveniente scegliere atleti all’estero: costano meno, sono più tonici e resistenti allo sforzo dei nostri ed hanno meno pretese (forse perché allenati meglio, sia fisicamente che mentalmente). Per esempio nelle prime 6 squadre del campionato di calcio italiano su 11 giocatori che scendono in campo, mediamente 8/9 sono stranieri e così alla fine anche la nazionale si trova, non solo senza campioni, ma anche senza discreti giocatori. Così da rischiare l’esclusione dalla competizione più importante, perché la squadra non è all’altezza delle migliori altre nazionali.

L’esclusione, come già detto, potrebbe diventare il punto di svolta dello sport nazionale. Sarebbe una sconfitta così bruciante da imporre un drastico e repentino cambio di rotta, da cui ripartire.

Ci immaginiamo:

– nuovi dirigenti sia a livello nazionale che regionale, non corrotti e soprattutto non burocrati;

– una nuova gestione e nuove norme legate ad un diverso rapporto pubblico/privato per tutto il mondo dello sport italiano;

– adeguata programmazione di investimenti, che in un arco temporale di 10 anni, dovrebbero portare al completamento di nuove strutture od al rifacimento di quelli ancora presentabili, lungo tutto lo stivale;

–  valorizzazione dei giovani e dei settori giovanili, punto nevralgico da cui ripartire, attraverso anche contributi economici e facilitazioni sia a livello di piccole società sportive come pure nell’ambito del professionismo .

Tanto, in Italia, l’unico modo per rialzarsi è quello di cadere prima a terra. Ed andando avanti ancora con …uno zoccolo ed una ciabatta… questo prima o poi dovrà avvenire. Sarà con i prossimo campionati mondiali di calcio di Russia 2018?

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Investire o non investire nel mattone. Con Housers è per tutti.

A volte ci possiamo sentire grandi con pochi euro, anche con soli 50 euro.

Un tempo chi aveva soldi investiva nel mattone senza pensarci troppo. Poi la recessione e le tante tasse che lo Stato italiano ha imposto, non solo hanno stoppato la corsa ma in certi casi hanno creato proprio un’ansia da vendita, che ha fatto andar giù i prezzi, anche troppo gonfiati. Ora lentamente sta ricrescendo un certo interesse per merito del calo dei valori di mercato, soprattutto da parte di chi è alla ricerca della prima casa e di chi pensa di investire per poi affittare gli alloggi, ai tanti turistici che arrivano nel nostro paese.

Ma la maggior parte della gente non possiede i capitali per entrare in un settore riservato solo a pochi.

Invece con il crowdfunding, tradotto in finanziamento collettivo, dalla Spagna è sbarcata in Italia, da poco tempo, una piattaforma informatica, che dà una opportunità di risparmio e, perché no, una opportunità di investimento nel mattone. A tutti.

Si proprio a tutti, visto che si può investire anche la modica cifra di 50 euro.

Il suo nome è Housers e, dopo aver iniziato, come dicevamo,  in Spagna,  è entrato in Italia. Poi si dirigerà verso il Portogallo.

Housers investe negli immobili residenziali delle principali città europee del sud Europa, sceglie immobili che possiedono buone possibilità di crescita, può ristrutturarli, affittarli o può decidere di rivenderli.

Chi si unisce all’iniziativa versa una somma il cui limite minimo è 50 euro. Poi decide i tempi dell’investimento, che variano da oggetto ad oggetto. Oltre al capitale investito, riceverà gli interessi commisurati all’effettiva rendita dell’immobile e/o sulla plusvalenza generata dalla sua vendita.

Ma quel che conta è che l’investitore scegli l’immobile su cui investire i propri risparmi. Ed attraverso la piattaforma web si ha sempre il pieno controllo dell’investimento. L’investitore decide dove, quando e quanto investire e può vendere le sue quote in ogni momento.

Alla fine con poco si può diventa comproprietari di un appartamento nel centro di Milano, Valencia, Barcellona o Madrid, avendo per i propri risparmi anche un rendimento  medio  ad oggi stimato al 4%.

Così con Housers, il mattone è per tutti!

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Che ne sarà del servizio degli “autobus del cielo”?

La più famosa società europea degli “autobus del cielo”, compagnia low cost irlandese (è inutile nominarla, tanto la conoscono ormai tutti ed in questi giorni è più che mai su tutti i media), quella che ha cambiato i nostri modi di fare turismo, di lavorare e studiare, accorciando le medie distanze, è inutile nasconderlo, ma in questo periodo sta avendo delle evidenti difficoltà interne.

Un po’ più di semplici “turbolenze”, visto che si stanno ripercuotendo soprattutto non sui passeggeri in volo, ma su quelli rimasti a terra.

Il problema delle ferie è stata una iniziale scusa, una giustificazione da presentare al pubblico degli utenti e degli investitori, ma sotto sotto c’è altro..

L’azienda in questione è attività da oltre 30 anni; ha iniziato come piccolissima compagnia con la sola rotta Dublino/Londra. Poi è cresciuta progressivamente nel tempo anni ed ha sempre saputo gestire al meglio le politiche commerciali, la puntualità, i tempi e perché no i turni di lavoro. Va ricordato che i dipendenti sono più di 10mila, un bel numero, non c’è che dire.

Ma forse oggi una buona parte di questi dipendenti, dopo aver fatto tanta gavetta ed aver lavorato in posti di responsabilità con remunerazione economica parecchio inferiori alla media del mercato, ha deciso che era il momento giusto di passare al contrattacco (anche perché l’economia sta ripartendo e le opportunità in giro per il mondo ci sono), di affrontare l’azienda, che fino a quel momento aveva sempre detto no a compromessi con la forza lavoro, sia diretta che interinale.

Tanti piloti negli ultimi mesi pare se ne siano andati per un contratto migliore verso compagnie concorrenti. Altri, che al momento sono rimasti, stanno forse sfidando l’azienda, chiedendo le ferie arretrate e minacciando di andarsene, per cercare di ottenere un miglior contratto. Le presunte storie su come viene gestito e trattato il personale rimbalzano, anche se nulla potrebbe trapelare, soprattutto per ragioni contrattuali. Così anche noi abbiamo evitato di nominare la società.

E così c’è poco personale per volare. I voli cancellati in un mese sono già migliaia e fino almeno a marzo  2018 si prevede “turbolenza” aziendale.

Il servizio che fino a qualche tempo fa la compagnia irlandese aveva offerta era discreto. Ampia offerta, prezzi contenuti, puntualità. Si poteva dire che il nome era quasi un marchio di garanzia.

Oggi non sembra più così, visto che in questo ultimo mese diverse persone sono rimaste a terra, anche a poche ore dalla programmazione del volo e molte altre si sono viste cancellare le prenotazioni già fatte. Così il potenziale viaggiatore a questo punto vuol capire come si evolverà questa situazione e, se non ha estrema necessità di partire, rimane alla finestra, evitando, se non strettamente necessario, di organizzare viaggi e di pagare voli con molto anticipo.

La compagnia low cost in questione che aveva cambiato totalmente le regole del gioco nel settore dei voli commerciali, ha promesso che a breve il problema si sistemerà. Vedremo.

Tutti siamo un po’ in ansia. Un po’ dispiace per i dipendenti, se effettivamente la situazione di lavoro è come si vocifera, ma anche e soprattutto per il timore che il servizio di “autobus del cielo” possa essere di parecchio ridimensionato. Il nuovo modo di volare si era consolidato e ci piaceva; alla fine era quasi come salire e scendere da un autobus di linea della città.

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Un grazie ai Rolling Stones !

Il 2 dicembre 1973 fu la data della prima domenica italiana di “austerity”. Per fare fronte all’emergenza energetica dovuta alla riduzione della produzione di petrolio e all’embargo deciso dai governi arabi nei confronti degli stati amici di Israele, anche il governo italiano presieduto da Mariano Rumor deliberò, ultimo in Europa, una serie di misure di contenimento forzato dei consumi energetici.

Tra i provvedimenti di “austerity” ci fu la crescita del costo della benzina, la riduzione dell’illuminazione pubblica dei comuni, l’adeguamento dei limiti di velocità per le auto, l’anticipo della chiusura per i negozi e per gli uffici pubblici. Ma soprattutto il divieto di circolazione ai mezzi motorizzati su tutte le strade pubbliche, urbane ed extra­urbane, dalle ore 0 e sino alle ore 24 di tutti i giorni festivi (domeniche o infrasettimanali). Questa restrizione durò fino al 10 marzo 1974, quando fu poi introdotta la circolazione a targhe alterne.

La stessa immagine l’ho rivissuta 44 anni dopo, precisamente sabato 23 settembre 2017, nella mia città, Lucca. E stavolta non devo ringraziare i provvedimenti di “austerity” o ambientali, ma i Rolling Stones.

Si proprio loro, il gruppo musicale rock più famoso al mondo, quasi immortale, che la sera del 23 settembre si è esibito negli spalti delle Mura delle città medioevale toscana. Per tale evento è scattato un piano della viabilità che ha imposto il divieto di circolazione totale in un’ampia zona della prima periferia, la più trafficata ed inquinata di Lucca.

Così noi cittadini lucchesi, in quel benedetto sabato 23 settembre, anche se non particolarmente interessati al concerto, ci siamo impadroniti delle strade, le abbiamo osservate, attraversate, insomma le abbiamo per un giorno godute e non detestate.

E così il pensiero è tornato all’austerity; si è riassaporata la stessa libertà e lo stesso entusiasmo delle domeniche festose degli anni ’70. Anche perché da noi le domeniche ecologiche, non ci sono mai state.

Entusiasmo che è stato quasi maggiore della partecipazione del folto pubblico seguace dei Rolling Stones, che sì, in fondo in fondo a qualche canzone si è appassionato, ma certamente non come le attese e soprattutto come il mondo dei media vorrebbe far credere.

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Fuori i nomi !

Nel corso dell’ultima crisi mondiale, le istituzioni politiche e finanziarie italiane hanno sempre cercato di rassicurare e di convincere il popolo che il nostro sistema bancario era tra i più solidi al mondo e che i risparmi sarebbero stati in sicurezza. Periodicamente il solito ritornello.

Non sappiamo se la classe dirigente:

  • era all’oscuro della situazione di massima gravità in cui si trovavano molti istituti di credito e del contesto generale molto complicato per tutti gli altri ;
  • cercava di persuadere il popolo, per mantenere così un clima più sereno;
  • aveva l’intento di rimandare più in là possibile il problema, non facilmente affrontabile e risolvibile, studiando nel frattempo le possibili soluzioni.

Ma in giro era notizia comune il fatto che, nelle banche, i prestiti non onorati della clientela stavano crescendo.  

Fino al giorno in cui, nel 2015, la situazione di molte banche non è stata più gestibile ed una dopo l’altra hanno cominciato ad alzare “bandiera bianca”: Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e l’omologa di Chieti, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, e soprattutto MPS che già dal 2008 si stava trascinando dietro alla più lunga e grave crisi bancaria italiana, ancora oggi aperta.

Per non parlare poi di altri istituti di credito,  che hanno avuto necessità di effettuare importanti ricapitalizzazioni o di dismissioni di settori di attività (ad esempio Unicredit e Carige), per poter continuare ad operare.

Così, mentre si assisteva ad un continuo rimpallo di responsabilità fra Governo, Banca d’Italia, Autorità di vigilanza ed Unione Europea, lo stesso Governo, per evitare il peggio, a più riprese ed in fretta e furia, ha dovuto metter mano a Decreti di salvataggio. Mentre il “cerino” rimaneva nelle mani di uno sparuto gruppo di clienti e nelle mani di tanti contribuenti onesti che pagano e pagheranno colpe ed errori che non hanno commesso.

Altra “novella” potrebbe essere la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, che è stata istituita dai vertici dello Stato e che ancora non è partita perché siamo a fine legislatura. Come quasi tutte le altre Commissioni d’inchiesta parlamentari, i risultati sperati sono prossimi allo zero. In vita per anni, soprattutto molto costose,le Commissioni sono lo specchio delle divisioni politiche di ogni giorno, con indagini a rilento e spesso senza senso. Per il bene comune molto meglio lasciar perdere, dato che risulterebbero inutili.

Semmai l’unica cosa che davvero c’è da fare, oltre che lasciar lavorare la magistratura, è quella di veder pubblicati, quanto prima, gli elenchi degli attori di questi fallimenti.

Chi ha permesso i finanziamenti?

Chi sono stati i componenti dei Consigli di Amministrazione delle banche, responsabili di gestioni aziendali disastrose ?

Chi sono i principali debitori degli istituti di credito?

Vogliamo la lista, vogliamo i nomi e cognomi di tutti di attori (la privacy in questo caso si deve far da parte).

Sarebbe un bel segnale di moralizzazione!

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La trasformazione in atto dei centri storici

Un tempo il centro, soprattutto quello storico, era un quartiere tranquillo, ma con quel qualcosa in più.

Il centro era in “mano” ai residenti ed a quei negozi particolari, diversi da tutti gli altri, con prodotti locali di qualità o con articoli difficilmente reperibili altrove. 

I cittadini di periferia Vi entravano quasi in punta di piedi, con rispetto ed utilizzavano il centro anche per cercare svago, cultura, ma soprattutto come ambiente di aggregazione.

Nel corso dell’ultimo decennio in queste zone è in atto una profonda trasformazione, talmente rapida che sembra non ci sia stato neppure il tempo di assimilarla.

Perché oggi in una città moderna il centro storico è diventato quasi esclusivamente un’attrazione turistica. Si assiste ad una progressiva chiusura delle attività commerciali storiche, in favore dell’apertura di negozi con souvenir o prodotti tipici, come pure di alloggi ed attività di somministrazione di alimenti e bevande.

Se da tempo non visitiamo una prima periferia o un centro storico, ci possiamo trovare di fronte ad un paesaggio del tutto nuovo, che sta modificando la natura dei quartieri.

Così vediamo zone che sono diventati vere e proprie attrazioni turistiche ed una meta di divertimento per i tanti turisti ma anche per gli abitanti delle aree limitrofe.

In centro ormai tutti sono turisti o quasi, mentre quelli che cominciano a farne le spese sono i veri residenti stabili, spesso infastiditi da tutti questi visitatori che in qualche caso intralciano la strada, rumoreggiano nelle case affittate per pochi giorni, oppure lasciano qua e là i rifiuti, non conoscendo i tempi ed i modi della raccolta differenziata. Oltre che, in rari casi, si possono avere problemi di sicurezza. Senza considerare una qualche difficoltà di approvvigionamento per i bisogni del quotidiano, dato che tutto ormai è fuori dal centro, dove si compra più a buon mercato.

Così, chi ha immobili nelle zone nevralgiche, cerca di organizzarli per far quadrare i bilanci familiari, come pure chi ha denari da investire cerca di acquistarne per poi avere una rendita. Tutto con gli affitti.

Se prima queste aree erano forse anche troppo ad uso del cittadino locale, oggi riscontriamo un eccesso opposto, dove i residenti, quasi in minoranza, a poco a poco pensano di lasciare il centro per aree della città più tranquille.

Carenze ed eccessi, è difficile per noi italiani trovare un giusto equilibrio !

 

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Burro: dalle stalle alle stelle… e ritorno

Con “Pane, burro e marmellata” avevamo già a suo tempo riabilitato il burro, vecchio ingrediente, un po’ forse ingiustamente bistrattato.

Se ci immaginiamo un grafico formato dal valore estrinseco/tempo, notiamo che fino agli anni ’70 (il burro si può dire che più o meno è sempre esistito, visto che è uno dei primi alimenti ad essere stati creati dal latte) il burro è stato spesso su valori medio/alti. Dagli anni ’70 in poi la linea del grafico ha subito una brusca discesa; il valore del burro è sceso in picchiata sotto la soglia di sufficiente, a causa della “battaglia” condotta da molti contro gli alimenti “grassi” di ogni tipo, tra cui, per l’appunto, il burro. Dagli anni ’90 la linea del grafico sta lentamente riguadagnano terreno, trovandosi già oggi ben sopra la soglia di sufficienza.

La ricrescita del valore estrinseco nasce dal fatto che il burro ha meriti culinari ed importanti proprietà nutrizionali (che certamente non intendiamo spiegare anche perché in tanti lo hanno già fatto molto meglio di quanto potremmo farlo noi).Va comunque detto che se consumato crudo è altamente digeribile, se consumato fritto meglio scegliere il burro chiarificato. Ricerche scientifiche lo hanno ampiamente rivalutato, così alla fine non è vero che ci farà diventare soltanto grassi.

Però intorno al burro, negli ultimi periodi, soprattutto in Europa, ci sono ben altre preoccupazioni. Soprattutto in Francia ed in Italia si è rilevata,  negli ultimi tempi,  una penuria di prodotto con conseguente aumento esponenziale dei prezzi.

Le associazioni sono in ansia, anche perché è aumentata la richiesta da parte dei consumatori, soprattutto nei paesi emergenti, che va contro alla riduzione obbligata di produzione del latte che era stata imposta a livello europeo (per cercare di fermare la crisi del mercato). Ed oltretutto, nonostante che oggi la produzione di latte stia pian piano ripartendo, si tende ad utilizzare il latte per produrre tutti gli altri latticini, anch’essi richiesti, lasciando per ultimo ancora il burro.

Insomma questo ingrediente, sempre così malleabile,  sembra non trovar mai pace. Dalle stelle alle stalle e viceversa…

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