Il viaggio della vita

Un proverbio arabo recita…“si risolve camminando!”

Il così detto mondo evoluto, industrializzato, è un mondo apparentemente di benessere, di ricerca e di appagamento dei desideri. Siamo in un periodo storico dove, per molti,il bisogno fondamentale è considerato quello di soddisfare i propri desideri, qualsiasi essi siano. Così è sempre più facile trovare delle persone e o società, le così dette “nuove professioni”, che vogliono rappresentare i facilitatori, per chi è alla ricerca di qualcosa, di una prima o di una ennesima meta.

Una di queste professioni, anche perché attinente al periodo estivo, è lo psicologo dei viaggi, o meglio dire, il Travel Coaching.

Dove andare e con chi andare in vacanza in questo momento della nostra vita? Ce lo dice il Travel Coaching.

Abbiamo bisogno di essere ascoltati e consigliati perché il dubbio di dove andare in vacanza e come spendere al meglio, per appagare realmente i propri desideri, che a volte, non sono così tanto nitidi, è assillante? Rivolgiamoci allo psicologo dei viaggi.

Quale meta ideale, quale viaggio ideale, per provare la giusta esperienza in un particolare momento,  per cercare sensazioni ed emozioni ? Chiamiamo il Travel Coaching, ci darà una mano.

Quanti interrogativi ci circondano! Quante pressioni ci schiacciano! I momenti duri della vita, per tutti, sono tanti ed a volte possono mettere in dubbio anche la scelta di una semplice vacanza.

In molti si muovono seguendo i media o in base a quello che dicono parenti, amici, colleghi; insomma non hanno una visione basata sui propri gusti ed esigenze, ma su quello che si sono costruiti o che gli è stato messo addosso. Ma questo accade non solo nei viaggi, ma anche nella vita.

Uno scrittore americano, John Steinbeck, con un giro di parole ci fa capire il nesso tra viaggi e vita: “non sono le persone che fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.

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Da Dalton a daltonico il passo è breve

Sapete da dove proviene il termine daltonico o daltonismo?

Intanto ricordiamone il significato: anomalia nella visione dei colori, che non permette di distinguerli.

Neanche a farlo a posta il termine daltonico trae origine dal un signore inglese, tale John Dalton, poi divenuto scienziato chimico, fisico e meteorologo (nato nel 1776 e morto nel 1844).

Dopo parecchi anni della sua vita, Dalton, si rese conto che stava vedendo il mondo in maniera differente rispetto agli altri. Infatti, solo nel 1794, lo scoprì all’improvviso, quando indossò, ad una cerimonia, ignaro del colore, un abito rosso vivo al posto di uno nero, impostogli dalla fede quacchera, così che gli altri partecipanti lo rimproverarono per l’errore.

A quel punto decise di indagare sul proprio difetto visivo, arrivando alla conclusione che la mancata percezione dei colori dipendesse dalla decolorazione del liquido del bulbo oculare; inoltre, essendo sia lui che suo fratello daltonici, dedusse che tale condizione era ereditaria.

Attualmente il daltonismo, purtroppo, non è curabile.

Ed allora ricordatevi almeno le origini; potreste fare bella figura, raccontandone la storia!

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Settimana lavorativa ridotta: solo un lontano sogno?

Loro sono stati i pionieri. Loro chi e di cosa?

Loro sono la Perpetual Guardian, una media azienda di servizi della Nuova Zelanda con oltre 200 dipendenti. Pionieri perché hanno esplorato per alcuni mesi un nuovo modo di intendere il lavoro, un progetto denominato 4 Day week

I primi mesi del 2018 hanno lanciato un esperimento, che può definirsi una vera e propria “prova mondiale”. Hanno concesso a tutti i dipendenti la possibilità di lavorare 4 giorni per settimana, dal lunedì al giovedì, essendo pagati comunque per una settimana lavorativa di 5 giorni.

E questo perché? Perché il suo fondatore, un tale Andrew Barnes, ha voluto testare l’effetto che avrebbe avuto sulla vita della persona, lavorativa e non.

Lasciare più spazio alla vita personale, soprattutto agli impegni familiari, per poi avere la massima collaborazione nei giorni in cui si è effettivamente a lavoro.

A giugno sono state tirate le conclusioni che hanno portato a risultati molto incoraggianti.

L’80% dei dipendenti ha riferito di sentirsi meno stressato, più soddisfatto in generale, con la conseguenza di risultare più produttivo ed impegnato sul lavoro. Perché avendo un giorno in più a disposizione,  le tante incombenze familiari, a volte prima condotte durante l’orario di lavoro, vengono ora concentrate nel giorno di ferie avuto gratuitamente nella settimana.

Così la Perpetual Guardian sta lavorando per portare in modo permanente la settimana lavorativa di 4 giorni, sperando che il loro modello ispirerà altre aziende vicine e lontane.

Non sappiamo se alla fine l’eco di tale idea potrà giungere anche nel nostro continente, visto che la Nuova Zelanda è una terra così lontana, dove i primi uomini sono arrivati tardissimo, più o meno un migliaio di anni fa. E l’iniziativa sembra più che altro un sogno, vedendo in giro i tanti modi in cui il personale viene sfruttato, con la scusante della crisi mondiale.

In Italia c’è da dire che un giurista e membro del Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna, Piergiovanni Alleva, per combattere la disoccupazione, stava lavorando ad una proposta di legge per ridurre la settimana lavorativa da cinque a quattro giorni, per cercare di combattere il fenomeno della disoccupazione, sfruttando uno strumento già esistente e cioè il contratto di solidarietà espansiva, con l’intento di creare un posto di lavoro in più ogni quattro occupati. Anche questa sarebbe una iniziativa interessante da sviluppare.

Forse è tutto un lontano sogno…che arriva dalla Nuova Zelanda.

No, non è così. Perché segnali ci sono anche nel vecchio continente. In Germania, alla Jobroller di Straubing, dallo scorso ottobre, un’azienda di reclutamento del personale con una decina di dipendenti, il capo ha messo in pratica una iniziativa simile ai 4 Day week. Lavorare 30 ore per settimana invece di quaranta, con lo stesso stipendio, però su cinque giorni. Ma ad un’unica condizione. In ufficio è severamente vietato l’uso del cellulare, come pure è impossibile connettersi a facebook, whatsapp ed inviare mail personali. Ed inoltre non si può fare la pausa pranzo.

Due turni a scelta: dalle 8 alle 14 oppure dalle 11 alle 17. Sei ore filate lavorate ma pagate otto, in cambio di nessuna distrazione.

Settimana lavorativa ridotta: non solo un lontano sogno…

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L’orgoglio di stare nelle retrovie

Oggi in tanti, in troppi, vogliono stare in prima linea, anche perché le moderne tecnologie lo permettono e lo amplificano. E’ semplice sbandierare ai quattro venti idee, progetti, successi o presunti tali, per farsi vedere sempre più bravi e grandi, come pure può essere facilitata l’azione per coprire errori o mancanze, deviando la realtà. Singoli cittadini, associazioni, aziende, un po’ tutti,  tendono a divenire in qualche modo “pubblici” e “pubblicizzati”, a seconda delle necessità.

In pochi con orgoglio sanno stare nelle retrovie, anche quanti avrebbero invece di ben donde di dimostrare la propria forza ed il proprio successo.

Un caso, forse tra i più importanti, ci proviene dalla storica industria dolciaria piemontese, la Ferrero, proprietaria di tanti marchi conosciutissimi in ogni parte del mondo (Kinder, Nutella, Tic Tac, Estaté ecc.). Nata nel 1942, come semplice pasticceria, nel corso degli anni si è evoluta ed ingrandita al punto che oggi è una multinazionale; terzo gruppo mondiale fra le aziende dolciari mondiali, con 30mila dipendenti, 22 stabilimenti sparsi in ogni parte del mondo e un’ottantina di società controllate e consolidate.

Ma perché abbiamo presentato la Ferrero come caso quasi anomalo, nonostante sia famosissima ed apprezzatissima in tutto il mondo?Perché anche se in pochi lo sanno, come dicevamo, l’azienda,  come filosofia, preferisce stare nelle retrovie, ben operando ma senza tanti proclami.

Il gruppo Ferrero è un insieme di società modello, che non vuole perdere la propria identità nazionale e che fa di tutto per privilegiare la sicurezza e la salute dei lavoratori in ogni parte de mondo, ponendo la massima attenzione anche per evitare lo sfruttamento del lavoro minorile da parte delle aziende fornitrici.

Ma non solo questo, visto che, per non dover ridurre la qualità del prodotto in favore del fattore “redditività”, la proprietà aziendale ha sempre respinto le avances di una quotazione in Borsa. Situazione davvero molto rara per un’azienda di simili dimensioni. Perché la Borsa è sì vero che dà maggiore visibilità, dà maggiori opportunità finanziarie e di investimento, ma dà anche maggiori pressioni sui risultanti di bilancio che trimestralmente devono essere presentati agli investitori sia pubblici e privati, che spesso va a discapito della qualità e delle drastiche regole sociali che l’azienda si è imposta.

La storia della famiglia Ferrero, che ancor oggi, alla terza generazione, accompagna l’azienda, per l’appunto familiare, senza cedere alle lusinghe ed alle proposte provenienti da ogni parte del mondo, è una storia importantissima, di un grande successo, costruito con tenacia e con orgoglio.

Ma la sua unicità sta nel fatto di stare nelle retrovie.

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E’ diventato il giro d’affari più redditizio per i gruppi criminali

Le forze di polizia e la magistratura di tutto il mondo sono state sempre impegnate nella lotta ai traffici illeciti che arricchiscono i gruppi malavitosi.

Giorni, mesi, anni, di indagini e costi elevati a carico della collettività, per capire e sgominare le bande, le organizzazioni e le vie di percorrenza di queste attività.

I traffici più ricorrenti e più ricchi fino a pochi anni fa sono stati quelli della droga, della prostituzione e del tabacco, ed ogni anno i valori dei traffici illeciti sono cresciuti, perché la spesa ha sempre continuato ad aumentare.

Da qualche anno però si è aggiunto un nuovo capitolo, quasi peggiore degli altri, che in poco tempo è diventato il giro d’affari più redditizio, per i gruppi criminali.

Il traffico di esseri umani.

Centinaia di migliaia (il numero esatto è impossibile da calcolare) di esseri umani ogni anno vengono, nel migliore dei casi sequestrati, reclutati, scambiati, nonché trasportati, trasferiti ed in qualche modo alloggiati ed accolti; dietro lauto compenso.

Nel peggiore dei casi, utilizzati per lo sfruttamento lavorativo, sessuale, e per l’espianto degli organi. Da rabbrividire al solo pensiero…

Il traffico di esseri umani si collega con il grande problema delle politiche migratorie che viviamo giornalmente in Italia, in Europa, ma anche nel resto del mondo.

E’ bene ricordare che sono trascorsi 27 anni dal primo grande sbarco sulle coste italiane, nel 1991, prima a Brindisi in marzo, poi a Bari in agosto. Quasi 50mila persone di origine albanese in pochi giorni arrivarono in Italia, lasciandosi alle spalle una nazione, a quel tempo, allo sbando e senza futuro.

Da quel momento si è innescato un processo evolutivo mondiale,  che sta coinvolgendo soprattutto mafie e migranti. Perché il traffico di esseri umani, alla fine, è diventato il giro d’affari più redditizio per i gruppi criminali.

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Le metafore di Bersani, almeno quelle, sono vincenti

”… in troppi non hanno visto la mucca nel corridoio”;

“…ormai la mucca ha percorso tutto il corridoio, è arrivata alla nostra porta e sta bussando”;

“… alla fine quella mucca è diventata un toro, toro che ci è passato sopra”;

Sarà, ma la metafora della mucca ( la destra ed il populismo, sottovalutati dalla sinistra) rappresentata dall’onorevole Bersani, a mo’ di storia, nel corso degli ultimi tempi, a più riprese, con il mutare della situazione politica, fa sorridere, è simpatica, e rende bene l’idea. Gliene va dato atto.

Anche perché oltre al grigiore dei dibattiti politici italiani, gestiti, nella maggior parte dei casi, attraverso litanie con tecniche di politiche ben collaudate, che nulla dicono, o per mezzo di strategie comunicative di assalto, su temi apparentemente sentiti dal popolo, ma molto marginali, c’è invece per l’appunto Bersani, politico, esperto, che ha inventato un vero genere letterario, che poi è anche sfociato in comicità (ripreso da tanti intrattenitori comici).

Il senso delle metafore di Bersani vorrebbe essere quello di dimostrare attivismo, di essere in politica per fare cose utili e non perdere tempo, anche se negli ultimi tempi, al popolo (le votazioni lo hanno dimostrato) è arrivato un messaggio esattamente contrario.

Comunque in questo periodo vacanziero, dove il tram tram quotidiano è più rallentato, anche dall’afa, qualche metafora di Bersani, raccontata sotto l’ombrellone o al fresco di una bella pineta, può far sorridere.  

Ecco solo alcuni esempi delle metafore dette in pubblico durante interviste o dibattiti, raccontate con il simpatico accento emiliano che lo contraddistingue:

…siam mica qui a mettere i pannelli fotovoltaici alle lucciole!

…non siamo mica qua a smacchiare i leopardi!

…non siamo qua a rimettere il dentifricio nel tubetto!

…oh ragassi … se il maiale vuol diventare porchetta non va mica dalla parrucchiera!

…Oh Ragassi… Siam mica qua a spalmare la crema da barba nei ringo!

E per ultimo, attinente al periodo estivo

… non siamo qui ad asciugare gli scogli !

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Chi parte senza denaro non va da nessuna parte?

Il controsenso della vita non è forse tanto evidente ai più, ma è sfortunatamente reale. Se per un momento rallentiamo il ritmo frenetico della giornata e ci facciamo delle domande, cominciamo ad avere dei dubbi su molte delle questioni fondamentali che attanagliano il mondo.

Tra queste troviamo le questioni relative alla ricchezza ed ai soldi.

E’ mai possibile che nonostante la crisi economica scatenata nel 2008 con i mutui sub prime, che ha modificato l’assetto mondiale della finanza, dell’industria e del commercio, oggi viviamo un momento storico con la maggior quantità di denaro  a disposizione, mai vista nella storia dell’umanità, che però stenta ad essere impiegata?

Sembra proprio di sì.

Perché la Banca Centrale Europea negli ultimi anni ha immesso fiumi di liquidità nelle casse delle banche europee, affinché le stesse la impiegassero nell’economia reale.

Perché oltre alle banche, ci sono le fondazioni bancarie, gli enti previdenziali, le assicurazioni e facoltosi privati, i quali detengono capitali sempre più rilevanti che non sanno dove impiegare. Somme che spesso vanno a confluire nei tanti Fondi di Investimento che si trovano in giro. Venture Capitals, Private Equity, Business Angels, sono i nomi dei “contenitori” dentro cui si trovano i possibili investitori.

Siccome è finita l’era del mattone come principale forma di investimento, le banche, i vari tipi di fondi ed i facoltosi privati,  sono alla ricerca di dove piazzare i loro soldi: su un’idea geniale da realizzare, in corso di realizzazione o già realizzata. Idea che possa garantire quel successo che entro qualche anno permetta di rientrare abbondantemente, anche di quanto è stato eventualmente perduto nei progetti finanziati ma che poi sono falliti.

Così non è vero che chi parte senza denaro non va da nessuna parte. Nascondersi dietro la scusa che non si hanno i soldi per cominciare un’avventura, oggi come oggi può voler dire soltanto che non si ha la capacità pratica di realizzarla.

Perché se il progetto c’è ed è sostenibile, innovativo o meno che sia, ma non ci sono i soldi, non importa. Basta però riuscire ad organizzare un’azione vincente, di convincimento, per far confluire il denaro dormiente, sull’investimento.

Quel denaro che rappresenta le fonti di finanziamento,  che può intervenire sia nella fase di avviamento che in quelle successive.  

I modi della finanza, così detta alternativa, sono tanti, e tutti con dotazioni di capitale molto importante.

A questo punto però, chi ha l’idea giusta,  deve apprendere e formare una certa abilità nel saper convincere i potenziali investitori a scommettere sul progetto.

Perché, ripetiamo, i soldi in giro ci sono, sono tanti, e da qualche parte dovranno essere pure essere investiti, prima o poi.

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Il panciotto vince la sfida del Mondiale 2018

Con il mondiale ci sono ottime possibilità che si rilanci, che torni popolare. Non il calcio, ormai sempre più legato ad un business senza freno, ma il panciotto.

Si proprio il panciotto e la moda, intesa come eleganza classica, un po’ per tutti e per ogni occasione.

La visibilità è stata offerta dai mondiali di calcio di Russia 2018, grazie al personaggio Gareth Southgate, 47enne allenatore dell’Inghilterra, che sempre si è presentato in campo, durante le partite della sua nazionale, con i pantaloni classici, la camicia azzurra, la cravatta e per l’appunto il panciotto di lana merino. Realizzato nello Yorkshire dal lanificio Alfred Brown per conto di Marks&Spencer, il panciotto è stato il vero elemento distintivo e quel qualcosa in più di questo mondiale.

E’ vero che negli ultimi anni la moda ha cercato di rilanciare il gilet ed il panciotto nelle sue tante sfaccettature, ma la pubblicità implicita che il mister inglese ha costruito, presentandosi sempre negli stadi affollati e soprattutto dinanzi alle telecamere di tutto il mondo in abito formale, e poi lasciando al più piccolo dei capi la scena, sa di rilancio di una nuova tradizione.

Lo stile impeccabile di Southgate è stato possibile anche grazie a piccoli accorgimenti, che hanno completato il profilo e precisamente: tenere il panciotto tutto abbottonato, usare sempre la cravatta ed abbinarlo con l’intero abito.

Così alla fine il panciotto è entrato, sia nella storia dei Mondiali di calcio, grazie a Gareth Southgate, che nei ricorsi della moda, visto che in tanti ora hanno deciso di imitarlo, acquistandolo.

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