Al fresco di Candalla: una sorta di ritorno al passato

Troppo caldo per affrontare una giornata di mare, a luglio, nel caos domenicale della Versilia, dove l’acqua non invoglia neppure a tuffarsi e dove tutto è pressoché uguale, anno dopo anno.

Ed allora mi sono ricordato di un collega, viareggino, che mi aveva parlato di…Candalla.

L’ho cercata su internet e poi ci sono andato, da solo, visto che nessuno ha inteso seguirmi. Poco sopra Camaiore, prendendo la via per Vado – Casali, ad un certo punto c’è un grande indicazione “Candalla”, difficile da non vedere.

Si cerca in qualche modo di parcheggiare l’auto (i posti sono pochi in giro), poi ci si avvia a piedi lungo la strada. Quando si arriva al primo mulino, c’è un ponticello, la prima cascata e alcune vasche dove la gente si tuffa in acqua. Acqua bellissima, ma molto fredda.

Un tempo, nel 1800, attorno al fiume che scendeva a valle si erano formati mulini, frantoi, un polverificio (oggi tutti dei ruderi), che usavano la forza dell’acqua per fare lavorazioni.  

Con l’abbandono della zona e delle attività artigianali, Candalla, è rimasta quasi da sola, visitata nel tempo da pochi intimi che ne conoscevano o ne avevano scoperto i tesori. Fino al momento in cui il passaparola, i social ed i blog, non l’hanno resa “famosa”.

Famosa perché Candalla è un piccolo patrimonio naturale dove tutti possono rifugiarsi e isolarsi dai problemi di tutti i giorni, sia in estate che nelle altre stagioni.

Come dicevano è aperta ed adatta a tutti, a quanti possono fare solo pochi passi, a chi vuol star seduto e mangiare all’aperto, a chi desidera immergersi nell’acqua, a chi vuole risalire tutto il sentiero e visitare i tanti scorci di una natura ancora incontaminata.

Candalla  la magia del passato, che sempre più ai giorni d’oggi ritorna,  è però un luogo che non si può trovare se non lo si conosce. Come tutti i tesori.

Stefano Bortoli

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I punti chiave del business del gelato

Siamo in piena estate e cosa chiedere in questo periodo se non di poter gustare un buon gelato?

Alimento conosciuto nel mondo grazie all’Italia, che ne è la patria, il gelato, tira alla gola e, nel suo piccolo, l’economia. Nonostante le tante difficoltà della maggior parte delle attività commerciali ed artigianali storiche, dovute alla crisi dell’ultimo decennio ed alle molte innovazioni nei prodotti e negli usi, in tutti i centri e le periferie cittadine, ogni anno, è facile imbattersi in una nuova gelateria (e le vecchie rimangono).

La maggior parte di queste ultime aperture è di tipo artigianale, anche se in alcuni casi la parola “artigianale” viene fatta propria ad arte, soprattutto per ragioni di marketing. Infatti per essere classificata davvero in quel modo, anche la gelateria dovrebbe seguire un processo in cui realmente tutto il ciclo del prodotto viene svolto alla perfezione, secondo i canoni dell’artigianalità (ma non sempre lo è).

Comunque, tornando al business del gelato, il primo punto da considerare è quello che, nonostante non sia un prodotto innovativo, ha successo e per far sì che continui ad averne, nonostante il periodo di stanca, nonostante la concorrenza e le difficoltà economiche, il gelato chiede aiuto alle idee imprenditoriali del gelataio, che sono quelle che alla fine possono risultare vincenti. E l’applicazione dell’idea è quella che conta.

Un secondo punto che sostiene il business del gelato è assicurato dal lavoro delle aziende produttrici dei prodotti e dei semilavorati utilizzati nel processo, per garantire una sempre maggiore qualità, di un alimento che deve restare genuino. Così crescono le attività di ricerca nel campo degli ingredienti e delle materie prime, spaziando dalla microbiologia e chimica del gelato, sino alle proprietà tecnologiche ed alla sicurezza alimentare. In questo modo arriveremo presto ad avere una raffinatezza tale da trovare menù con prodotti solo di stagione (ad agosto per esempio il gusto all’arancia è fuori luogo) e con prezzi diversi a seconda dei gusti, perché il gelato oggi, se ci pensate bene, si trova in commercio, quasi ovunque, ad un costo che non varia tra un gusto ed un altro. In una filiera di alta qualità, dove la standardizzazione viene messa da parte, come può un cono al limone costare esattamente come un cono ai frutti di bosco?

Terzo punto in favore del business del gelato, soprattutto per quello qualitativamente evoluto, è la possibilità di avere ancora enormi margini di crescita, un po’ ovunque. Non solo in Italia, nelle zone extraurbane, ma anche e soprattutto all’estero, dato che in tutto il globo c’è un numero molto basso (meno di centomila) gelaterie artigianali. Facendo il confronto con le gelaterie “pure” (non bar e non pasticcerie) che ci sono in Italia, circa 10mila, la possibilità di farci ambasciatori del gelato italiano, non solo in Italia, ma anche all’estero,  è da prendere al volo.

E poi non va mai dimenticato che il gelato è proprio un alimento equilibrato ed è adatto in tutte le stagioni.

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Hai paura del dentista? Ora c’è un rimedio

Ansia, noia, paura: dal dentista le sensazioni sono molte, a volte le più disparate.

Ed allora, quando lui, il dentista, sta lavorando dentro la tua bocca, tu avresti bisogno di qualcosa per distrarti, per far passare più in fretta e meglio il tempo che trascorri sulla poltrona.

Due giovani fratelli sardi, che di cognome fanno Mulas, studenti della facoltà di Odontoiatria di Madrid, hanno avuto lo stesso pensiero e si sono messi a lavoro ed hanno avuto una simpatica idea.

Hanno creato degli occhiali specifici da indossare dal dentista, occhiali che possiedono la funzione della realtà aumentata, con la quale è possibile anche vedere un film, leggere un libro, oltre che comunicare con il dentista stesso

Icnodent è il nome della società, una start up; Icnos è il software che rappresenta l’invenzione, un sistema di comunicazione e di distrazione in realtà aumentata, già disponibile sul mercato. Viene gestito attraverso un telecomando, tenuto in mano dal paziente.

Idea accattivante, ora sta al dentista decidere o meno se acquistarlo e se considerarlo strumento essenziale di lavoro. Per il paziente lo è già.

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Per le aziende, ossigeno dal … Piano

Gli italiani sono creativi, molto più di altri popoli, questo ormai è risaputo ed è anche provato.

Nel campo dell’impresa, l’imprenditore italiano è spesso bravo nel gestire la parte tecnico-commerciale, in quanto per l’appunto creativo, ma non sempre è capace di organizzare l’azienda e soprattutto di far quadrare i conti. In Italia, più che altrove, le piccole e medie imprese hanno fatto troppo conto e fanno ancora troppo conto sul credito bancario, che rappresenta quasi in esclusiva la forma per  finanziarsi. Il capitale proprio dell’imprenditore immesso nella società un tempo, anche se non elevato, era almeno sufficiente. Invece negli ultimi decenni è veramente esiguo, perché oggi il nuovo motto degli imprenditori è : “io mi faccio già in due per tenere in vita un’azienda,che di questi tempi è già molto,  con tutta la burocrazia e le difficoltà dei mercati, ma non posso pensare e rischiare anche i soldi, a quelli devono pensarci le istituzioni preposte “. 

Troppi imprenditori, un po’ perché mal consigliati, un po’ perché non intendono ascoltare i consigli dei consulenti o dei collaboratori più stretti, nel corso del viaggio nel mondo degli affari, ad un certo momento del loro percorso, diretti verso la “mission aziendale”, giungono ad un punto in cui la strada è interrotta  e non è permesso andare oltre.Siccome tornare indietro non è possibile, perché cancellare il passato non è praticabile e spegnere il motore significherebbe la fine del viaggio e la sconfitta del progetto imprenditoriale, c’è da escogitare un Piano.

Piano necessario per trovare una via di uscita, per riprendere il cammino, che in termini tecnici vuol dire risanare l’impresa e riportarla in equilibrio economico e finanziario. Così imprenditori ed addestrati professionisti indipendenti, progettano interventi (taglio del personale, vendita di beni mobili ed immobili non indispensabili all’attività, sospensione dei pagamenti verso fornitori e verso le banche, ricerca di nuovi soci ecc.) da inserire nel Piano che, in un tempo congruo, dovrebbero permettere all’azienda quel miglioramento generale necessario, non solo per non spegnere il motore, ma anche per poter ritrovare una via da percorrere.

Mai come nell’ultimo decennio sono salite alla ribalta le procedure di risanamento e ristrutturazione aziendale, che non staremo certo a spiegare perché annoierebbero i più, costruite attraverso il famoso Piano di risanamento, che per l’appunto rimane l’unica arma da impugnare per cercare di riaprirsi una strada.

Il Piano di risanamento di solito racconta di azioni importanti e vincenti. Peccato però che in troppi casi la ripresa dei mercati, sì c’è stata, ma poi non come era auspicabile; peccato che le condizioni dei mercati stanno mutando inaspettatamente a ritmi frenetici ed i volumi di affari previsti non sono stati raggiunti; peccato che persistano ancora gravi difficoltà nell’incasso dei crediti; peccato che i margini dell’azienda per effetto dell’agguerrita concorrenza non abbiano raggiunto i livelli sperati.  

Insomma, peccato, ma non si riesce ad uscire dall’impasse ed il Piano è rimasto, per buona parte, sulla carta.

Il Piano allora a cosa è servito? In pochi casi alla ripartenza ed al rilancio, in molti casi, perché troppo ottimistico,  è servito almeo a far restare in vita l’azienda; ossigeno per sperare ancora in un domani.

Tanti, troppi debiti (a volte milioni di euro), che restano lì, impagati, in attesa di un pagatore. E le banche e gli altri creditori, ad aspettare. Così alla fine, se ci pensiamo bene, il problema ed i guai non sono di chi ha contratto tutti quei debiti, ma di chi ha i crediti da incassare.

Il Piano gode di personalità e di potere che gli permette di controllare la situazione, almeno per un po’ di tempo, facendo sospendere ogni azione, compreso i pagamenti e gli eventi negativi; rappresentando lo strumento dietro cui nascondersi (per imprenditore, professionisti ed impresa) e dove potersi aggrapparsi (per banche e creditori). In attesa che un bel giorno, dopo anni, se non attuato e diventato obsoleto, non sia più giustificabile.

Ed a quel punto i nodi verranno al pettine. Purtroppo da qualche tempo, i nodi, stanno venendo tutti al pettine, dopo anni di attesa e di ossigeno, grazie al nostro caro Piano

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La parola “diritti”+ la parola “acquisiti”= potere

Sono proprio curioso di vedere come andrà o finire, o meglio, se l’iniziativa almeno riuscirà a partire. Sto pensando all’idea di Di Maio, stavolta in veste di Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, di tagliare le pensioni più alte, quelle superiori a 5mila euro netti al mese, le così dette pensioni d’oro. Una minore spesa per le casse dell’Inps e di conseguenza dello Stato che sì, farebbe bene, ma non basterebbe minimamente per finanziarie altri interventi promessi (esempio il reddito di cittadinanza). L’iniziativa andrebbe comunque a toccare gli interessi ed i diritti di circa 30mila persone.

Lasciamo da parte se l’idea è giusto o meno, se servirà a tanto o a poco.

A noi la cosa che ci viene in mente prima di tutto è questa: ma i diritti acquisiti delle 30mila persone?

C’è da dire che in Italia, la parola diritti se sommata alla parola acquisiti, diventa un muro quasi insormontabile, dei veri e propri poteri che difficilmente possono essere combattuti.

Troppi i diritti acquisiti, in ogni ambito e quasi impossibile da togliere; ma anzi essi sono la spinta a crescenti pretese soggettive, che alla fine annebbiano gli obblighi di ogni cittadino.

In Italia i diritti acquisiti fanno male, perché in effetti sono troppi, e toglierli, almeno in parte, può diventare un’impresa titanica.

Facciamo un esempio pratico. L’abusivismo edilizio, la costruzione di case e garage senza permessi, fuori dalla legge. L’Italia ne è piena, soprattutto al Sud Italia, ma la questione è aperto da decenni ed è irrisolvibile, nonostante chi ha fatto l’abuso sia nel torto. Ma in Italia anche in questo caso, che è un caso estremo, c’è da mantenere il … giusto equilibrio tra il ripristino della legalità violata e la conservazione dei diritti acquisiti… anche sulla base di sanatorie edilizie (che in certi casi si sono poi rivelate illegittime). E così nel bel paese si fa largo una libertà sconfinata e la pretesa di sempre nuovi diritti.

Dal codice napoleonico … la legge non dispone che per l’avvenire…, alle moderne democrazie … la legge lascia e assicura al popolo i suoi diritti…, alla nostra costituzione … nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso

Ed il fatto commesso, nel nostro caso, è la pensione, diritto acquisito, riscossa da anni e mai contestata.

Per i 30mila pensionati d’oro ci sarà poco da temere, oltretutto siamo in Italia.

Ed intanto per la proposta di taglio dei vitalizi agli ex parlamentari, gli stessi stanno già organizzando le barricate e preannunciano, ancora prima che la delibera di taglio sia operativa, la richiesta di danni, perché … i diritti acquisiti, sono acquisiti e nessuno potrà mai toccarli.

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Rinnovabili sì, aggredire i corsi d’acqua no

Gli incentivi legati alla produzione di energie rinnovabili sono serviti per favorire e dare slancio all’installazione di fonti ed alla produzione stessa delle energie alternative, che giustamente e finalmente sono entrate nella nostra vita.

Sole, vento, acqua, calore del sottosuolo. Tante le possibilità di fonti alternative nel nostro paese, che aiutano l’ambiente e la vita delle persone.

Ma noi oggi dobbiamo per un momento parlare del “mini idroelettrico”, perché in tanti ce lo chiedono.

Con il nome “mini idroelettrico” si vuole  individuare tutte quelle piccole centrali che utilizzano la velocità, la portata ed i salti dell’acqua, per produrre ed immettere nella rete elettrica un po’ di elettricità, in cambio di denaro.

Da profani si pensa subito che si tratta di una bella iniziativa. Sembrerebbe così, solo che se andiamo a sentire quanti vivono quotidianamente i corsi d’acqua e le zone dove sono installati questi impianti di produzione, si comincia a storcere la bocca.

Da nord, a centro, a sud, ci sono proteste anche perché il problema si sta allargando.

Il malumore è rivolto al fatto di avere centraline poco utili perché producono poca energia, ma nel contempo creano torrenti ingabbiati, sottraggono acqua al corso naturale dei fiumi, alterano i paesaggi, formano allagamenti e favoriscono le erosioni. Ed inoltre ci va messo pure l’ esproprio di alcuni terreni a servizio degli impianti.

Per chi produce energia dal “mini idroelettrico” invece,  l’appetito vien mangiando, visto che l’investimento si ripaga in pochi anni, grazie alle alte tariffe riscosse e agli incentivi ottenuti. Ed allora, via ad aggredire anche i corsi d’acqua secondari, cercando di ampliare la portata d’acqua, perché il business c’è e porta frutto.

Così gli impianti si moltiplicano; dopo aver sfruttato fiumi e torrenti, oggi i mini impianti si possono trovare anche all’interno degli acquedotti, di vecchi mulini e di piccoli canali di irrigazione.

Attenzione bene. Il carattere di pubblica utilità con cui viene fatta passare questa produzione di energia, non giustificata l’impoverimento ed il danno per la cittadinanza e, in certi casi, per l’ambiente.

A Lucca, per esempio,  il caso dei fossi in piena è evidente, perché c’è da mantenere alta la produzione delle piccole centrali idroelettriche. Non solo nella periferia della città, con l’acqua che scorre velocemente ed arriva fin quasi al ciglio della strada, ma anche lungo gli spalti delle antiche Mura. I fossi in piena sono pericolosi per i cittadini e danneggiano sia le case lungo il corso d’acqua che  il paramento delle Mura. Inoltre creano allagamenti ripetuti un po’ ovunque e, per ultimo, sottraggono troppa acqua al fiume Serchio.

Oltre ai cittadini, a Lucca, anche il Presidente dell’Opera delle Mura e l’Autorità di Bacino stanno alzando la voce,  anche perché con tutta l’acqua che sta passando dai fossi, il rumore è tanto e, chi dovrebbe sentire, non ci riesce

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Siamo un popolo ed un paese…

Siamo un popolo ed un paese che è incapace di raccontarsi la verità.

Siamo un popolo ed un paese che spesso è prigioniero di tanti luoghi comuni.

Siamo un popolo ed un paese che periodicamente ha una infatuazione per gli uomini così detti “forti” (recentemente lo abbiamo provato prima con Mario Segni sull’onda di mani pulite, poi con Berlusconi, per ultimo con Renzi).Tutti uomini che avevano l’Italia in mano, tutti uomini che poi hanno deluso.Ora è il turno del duo Salvini-Di Maio, uomini anch’essi all’apparenza “forti”. Staremo a vedere dopo la prova dei fatti.

Siamo un popolo ed un paese che ha nella maggioranza della popolazione l’idea di trovare sempre qualcuno che con un colpo di bacchetta, dalla mattina alla sera, risolva problemi che ci portiamo appresso da tanto, troppo tempo ( il problema dello smaltimento dei rifiuti, l’inadeguatezza dei trasporti, impianti scolastici e sportivi fatiscenti, la crescente mancanza di risorse da parte dei Comuni ecc. ecc. ecc.).

Siamo un popolo ed un paese che, guarda caso, tutti quelli che sono venuti prima, non hanno capito niente.

Siamo un popolo ed un paese che difficilmente ascolta coloro che cercano di dire la verità, che cercano con coerenza di fare dei passi verso la direzione giusta. Questi, nella migliore delle ipotesi vengono ignorati, derisi; nella peggiore, fatti fuori.

Siamo un popolo ed un paese che non riesce a distinguere ed apprezzare i piccoli miglioramenti, che ad oggi sono i soli che permettono al nostro paese di non finire nel caos più totale, frutto di un buon lavoro svolto anche da personaggi non di primissimo piano che, pur operando nell’anonimato e senza proclami, sono riusciti ad organizzare settori, ad applicare o far varare leggi che hanno portato benefici per tutta la collettività.

Siamo un popolo ed un paese che troppo spesso va al seguito di coloro che cercano di indirizzare le masse verso temi secondari, temi che vengono fatti passare come capro espiatorio delle incertezze e della precarietà che ci circonda, mentre i veri problemi e le vere questioni del paese sono da risolvere altrove.

Peccato, siamo un popolo ed un paese che… fino ad oggi, la ruota della storia ci ha riportato sempre al punto di inizio…

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La parola “dovere” nella scuola è stata messa alla porta

Nella scuola la situazione sta sfuggendo di mano, come in altri campi. Ma la scuola rappresenta le fondamenta di una nazione, la base per costruisce la società civile. La “campanella“, ma stavolta di allarme, è già suonata troppe volte, non c’è più tempo da perdere.

Il nuovo Governo dovrebbe inserire tra i primi punti del programma, anche se non presente, la questione scuola. Tre righe generiche nel programma, in effetti sono state scritte, ma non hanno nulla a che vedere con la vera e propria emergenza in cui siamo precipitati. La speranza è che qualcuno, laggiù, nei palazzi, se ne accorga.

Va organizzata rapidamente una nuova strategia per invertire la rotta, prima che sia troppo tardi. Ci sono troppi episodi sconvolgenti di ragazzi e genitori, ma non solo. C’è anche troppo buonismo da parte di presidi ed insegnanti, i quali un po’ per paura, un po’ per non avere “grane” sia nei rapporti con le famiglie che da un punto di vista di budget economico dell’istituto, chiudono più di un occhio.

Gli scrutini sono stati fatti, le pagelle sono uscite. Alle superiori tutti o quasi promossi, anche quelli che si presentavano agli scrutini con diverse materie insufficienti. In ogni classe pochissimi rimandati, quasi nessuno non ammesso alle classi superiori, gli altri tutti ammessi alla classe superiore, nonostante che in giro ci siano tanti ragazzi che fanno troppo poco durante l’anno. Ed ogni anno sempre più lassismo e sempre meno scuole competitive e meritocratiche.  

Aiutare può essere giusto (un tempo avveniva raramente), ma regolare no, quello è troppo. Per la dignità del ragazzo che ha bisogno di maturare ed apprendere; per la dignità dei compagni che fanno il loro dovere e vedono altri, un po’  menefreghisti, andare avanti ugualmente senza problemi; per la dignità dei professori che hanno l’obbligo di dare il massimo ma anche di pretendere impegno e,  per ultimo,  per la dignità della scuola, che così facendo perde ogni forma di rispetto e stima.

Anche per tutto questo sono sempre più frequenti gli episodi di violenza da parte di ragazzi e genitori. Fatti sconvolgenti certamente, che però hanno origini non solo dall’ignoranza e dalla pochezza di alcune persone, ma anche e soprattutto dai troppi diritti che sono stati concessi gratuitamente alla massa degli alunni. Questo nel tempo porta solo a pretese, da ottenere anche con la violenza, se necessario.

Ormai la parola “dovere” nella scuola, nella maggior parte degli istituti,  è stata messa alla porta. E ciò aiuta solo ad alimentare l’arroganza e l’ignoranza che si sta moltiplicando sia nel mondo scolastico che nella società civile.

Cosa fare?

Intanto indirizzare presidi ed insegnanti verso un nuovo corso, una nuova strada ben diversa dall’attuale. Un ritorno al passato con maggiore severità e riscontro oggettivo dell’apprendimento, ma con rapporti più diretti e collaborativi insegnante-alunno rispetto al passato, come già da anni si usa fare. Poi infliggendo pene molto più severe sia per i ragazzi che per i genitori irrispettosi e violenti.

Purtroppo siamo sempre più un paese senza responsabilità e, va da sé, senza autorità,  perché le gerarchie sono saltate un po’ ovunque. E per ripartire con il piede giusto, la scuola è senza dubbio il primo fronte da riconquistare.

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