Troverà spazio in Italia la cucina virtuale?

All’estero, soprattutto nelle grandi città, il fenomeno si sta diffondendo, ma da noi, in Italia, patria della cucina e del buon mangiare e del ristorante come tradizione di ritrovo conviviale, riuscirà a prendere campo? Non ne sarei così sicuro. Veniamo al dunque.

La tecnologia sta facendo passi da gigante anche nel cibo o nel food che dir si voglia (termine più internazionale adatto alla situazione che andiamo a raccontare).

Come dicevamo prima, soprattutto nelle grandi città estere, stanno nascendo le cucine senza ristoranti, che poi si identificano con i termini di virtual kitchen e dark kitchen.

Possono essere cucine virtuali quelle non identificate con alcuna insegna, organizzate per servire più ristoratori o clienti privati, attraverso veloci consegne a domicilio, in una ristretta zona, perché per ragioni di tempistiche e di qualità, tutte le consegne debbono avvenire in un perimetro urbano ben definito.

Possono anche essere gestite in esclusiva da un unico ristoratore, che decide di potenziare la propria produzione di piatti da offrire nel proprio ristorante per mezzo di una succursale virtuale, oppure per ampliare la clientela con consegne di pietanze a domicilio, su richiesta.

Immaginiamoci allora di trovarci di fronte a grandi cucine attrezzate, prive di insegna, dove all’interno si muovono solo chef e fattorini, in grado di rispondere tempestivamente alle richieste provenienti dai clienti privati e dai ristoratori.

Da un punto di vista economico la gestione di una cucina senza sala, se ben organizzata, può risultare più vantaggiosa ed agile rispetto ad un ristorante tradizionale e potrebbe quindi portare molti a progettare l’attività in tal senso.

Ma attenzione bene: il servizio di consegna, preso per buono che il livello della cucina sia discreto, diventa lo snodo cruciale del successo di questo nuovo modo di fare ristorazione. Infatti la consegna degli ordini, attraverso fattorini propri o per mezzo di società adibite a tale servizio (esempio Deliveroo, Foodora, UberEats), dovrà essere, senza se e senza ma, ordinata e puntuale.

Strano, ma così è, che il successo o meno di questo nuovo modello di business possa dipendere dall’anello più deboli della catena: dai fattorini di cibo, troppo spesso sottopagati e sfruttati.

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Per risollevare il PIl? Prendiamo spunto dalla Puglia e dalla Campania

Per il terzo trimestre del 2018 sono stati diffusi i dati statistici che ci dicono che in Italia il Prodotto Interno Lordo (PIL) non è cresciuto, rispetto al trimestre precedente.

In termini tecnici si parla di stagnazione (cioè quando la produzione industriale ed il reddito nazionale restano immobili, senza aumentare né diminuire).

Anche guardandosi intorno, dall’inizio dell’estate si capiva che in Italia la ripresina (perché di ripresa non si poteva parlare) dell’economia italiana in atto, stava già frenando, a causa delle troppe incertezze e superficialità del contesto politico.

Ma allora cosa dobbiamo fare per favorire la crescita dell’economia italiana e del “benedetto” PIL? A volte basterebbe poco.

Basterebbe osservare con attenzione quanto fatto in certe aree del nostro territorio, analizzare i risultati ottenuti, prendere spunto, provando a ribaltare le stesse iniziative e gli interventi strutturali anche alle aree ancora in crisi.

Perché i fondi ogni anno, seppur modesti, ci sono e vengono destinati a tutti, chi più chi meno; ma il vero problema è quello che alla fine vengono spesso utilizzati male.

Senza grossi proclami, con piccoli passi è possibile propagare il “virus positivo” che bene o male in Italia è presente.

Prendiamo per esempio il così detto Mezzogiorno, il Sud e le Isole; la tanto conclamata questione Meridionale, che tutti conosciamo e che è inutile ripetere.

A fronte di territori ancora in forte difficoltà con PIL pro capite non solo in stagnazione, ma persino in calo, abbiamo dure regioni, la Puglia ma soprattutto la Campania che hanno invertito la rotta e stanno navigando a vele spiegate.

La Puglia, nonostante che le infrastrutture siano ancora insufficiente e carenti ( e qui è indispensabile intervenire con un programma a medio termine), attraverso un ottimo lavoro costante di marketing, portato avanti dalle istituzioni nel corso di un decennio, è riuscita ad esaltate l’unicità del suo territorio, anche attraverso gli usi, i costumi ed il cibo, così da divenire, con una vera esplosione, la regione n°1 Italiana per il turismo, ricercatissima sia a livello nazionale ma anche e soprattutto internazionale.

La Campania invece, terra piena di fascino ma sotto i riflettori soprattutto per i tanti problemi che la affliggono,  ha visto negli ultimi anni un quasi impensabile aumento del PIL ed una crescita economica evidente a tutti. Contrariamente a quanto accaduto in Puglia, il merito di questa situazione positiva, pone le basi sul potenziamento di alcune infrastrutture, tanto attese, sulle quali si è finalmente cominciato ad investire in maniera corretta. Nuove o riqualificate stazioni della metropolitana, due nuove stazioni dei treni per l’alta velocità, il completamento di strade statali fondamentali, l’adeguamento di un aeroporto che sta funzionando bene. Interventi strutturali strategici ben fatti che stanno rimettendo in moto un territorio, che aveva bisogno di tutto e che ha voglia e volontà di rinascere.

La ricetta è dunque più semplice del previsto, visti gli esempi di Puglia e Campania, e si può sintetizzare con :

  • azioni per proteggere e consolidare le caratteristiche e l’unicità dei nostri territori (ambiente,usi, costumi, cibo);
  • azioni per investire in infrastrutture utili ed utilizzabili, le quali, oltre a far bene alla vita quotidiana del cittadino, porteranno un grande aiuto anche all’economia generale del paese.           

Ciò sarà attuabile per mezzo di amministratori onesti e responsabili che si devono far carico di non veder disperse le limitate risorse finanziarie, che non sono tante, ma ci sono.

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Gli aggettivi apparentemente vincenti

Nazionalismo, populismo e sovranismo sono gli aggettivi più utilizzati in politica nell’ultimo periodo, sia in Italia che all’estero, apparentemente vincenti. Per capirci qualcosa dobbiamo innanzi tutto analizzarli uno per uno.

Nazionalismo: tendenza ideologica ad esaltare il concetto di nazione esasperando il comune sentimento di attaccamento al proprio paese.

Populismo: anche se ha numerosi ambiti di applicazione, quello che a noi interessa in questo periodo storico è quello con il significato di appellarsi alla popolazione, in un atteggiamento culturale e politico che esalta il popolo.

Sovranismo: la posizione politica per la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione.

Sulla base di questi dovuti chiarimenti, oggi come oggi questi tre aggettivi appaiono vincenti e vengono accostati a diversi leader che sono arrivati al governo del proprio paese (per esempio Trump, Salvini, Di Maio, Orban).

Sembra che la globalizzazione sia in una fase di ritirata, anche perché, per esempio, in Europa, il costante declino dell’Unione Europea, sta favorendo la rinascita delle teoriche identità nazionali. E come non ricordare Trump, che negli Usa ha vinto le elezioni cavalcando l’onda con il motto “American First”.

Ma alla fine le posizioni politiche che si accostano ai tre aggettivi, non chiariscono affatto i molti dubbi che possono nascere, vedendo anche i corsi ed i ricorsi della storia, tra cui:

E’ possibile che in un mondo ormai così globalizzato e concatenato da tanti interessi, una nazione possa prendere alla lettera e riconoscersi nel potere sovrano, non assoggettabile a nessun’altra autorità esterna?

E’ gestibile un mondo governato da leader sovranisti, che da lontano si indicano come modello l’un l’altro, ma da vicino si ritraggono ognuno in difesa dei propri confini?

Qualcuno nel nostro paese crede davvero che la salvezza dell’Italia possa passare da un recupero della sovranità nazionale?  

Invece, più semplicemente, crediamo che l’unica cosa da preservare in quanto vera ricchezza dell’umanità, sia la diversità degli stili di vita e delle culture.

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Manuel e Desirèe: due pesi e due misure. Perché?

Non è nostra intenzione aumentare la visibilità del sito sui fatti di cronaca nera; anzi chi ci segue da tempo sa che è una delle cose per cui ci siamo sempre opposti.

Ma in un momento di pausa da parte dei media, in un momento di relativo silenzio, dobbiamo soffermarci su i due fatti molto tristi del mese di ottobre, che hanno coinvolto e visto morire due giovani ragazzi italiani.

I loro nomi sono Manuel e Desirèe, le loro storie sono queste.

Manuel diciottenne di Macomer (Nuoro), scomparso nel settembre scorso, è stato ritrovato senza vita dopo cinque settimane in una fossa profonda circa 30 centimetri, con il cranio fracassato. Lo avrebbero ucciso, per un debito di droga di poche centinaia di euro, sei giovani del luogo, di cui due minorenni, che sono stati arrestati, visto che le prove sembrano evidenti.

Desirèe, sedicenne, di Cisterna Latina, nella notte tra il 18 e venerdì 19 ottobre 2018 è stata trovata morta in un edificio abbandonato di San Lorenzo, il quartiere universitario di Roma. L’adolescente sarebbe stata prima drogata e poi violentata, ma le cause della morte sono ancora da accertare. Ci sono quattro fermati (due senegalesi, un nigeriano ed un cittadino del Gambia), ma la ricostruzione dei fatti non è per niente semplice.

Manuel e Desirèe hanno avuto in comune una adolescenza travagliata, la droga e la morte, ma non lo stesso risalto sui media. Il fatto di Manuel è passato in second’ordine, mentre quello di Desirèe per molti giorni è stato al centro di tutte le cronache. Perché?

In questo momento di relativo silenzio, ci domandiamo il motivo per cui sono stati usati due pesi e due misure per un identico dramma e per di più nello stesso periodo.

Sarà che ciò che accade nella capitale ha una risonanza maggiore rispetto a quello che avviene nelle province italiane? Sarà che i fermati per la morte di Desirèe sono quattro persone extracomunitarie e di pelle nera mentre per Manuel gli indiziati sono ragazzi del luogo? E perché il Ministro Salvini ha tentato, invano, di raggiungere soltanto il luogo della morte di Desirèe, mentre nessun esponente del Governo si è presentato in Sardegna?

Troppi “perché”, che si vanno ad aggiungere a tanti altri più importanti “perché”, di due tragiche morti che dovevano essere evitate.

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Ce n’è bisogno come il pane

Di recente nel pezzo “Investimenti in infrastrutture: le promesse dei governi e la cruda realtà” abbiamo cercato di capire quali possono essere i motivi che frenano gli investimenti (nelle opere primarie), di cui il nostro paese ha tanto bisogno.

Ma non abbiamo detto tutto. Ci sono altri interventi di cui il nostro paese avrebbe altrettanto bisogno e che ci pone anche in questo caso, con molta amarezza, sempre ultimi (tra i paesi più industrializzati).

Va premesso che nella vita quotidiano l’argomento che andremo ora a trattare è un tantino meno importante delle opere primarie (ospedali, scuole, strade, ponti, stazioni ferroviarie ecc.) e ciò lo possiamo constatare anche nelle nostre città, dove difficilmente troviamo una giunta che “parli attivamente di sport”.

Sport, di questo vogliamo parlare; soprattutto di impianti e strutture sportive sia legate alla scuola, che svincolate dal contesto scolastico.

Si può partire dal basso (piccoli impianti di periferia) e salire verso l’alto (verso le strutture per gli eventi sportivi importanti nelle grandi città), o altrimenti possiamo iniziare dall’alto verso il basso. Comunque vada l’impatto ed il giudizio finale non cambia.

Andiamo a vedere la situazione attuale, partendo dal basso, dal contesto di tutti i giorni di ognuno di noi.

Impianti sportivi locali

A parte rare eccezioni, molti degli impianti sportivi locali, utilizzati per attività amatoriale o giovanile, se non chiusi per inagibilità conclamata, sono degradati. I Comuni e le Province sono in difficoltà nell’ intervenire per le manutenzioni straordinarie, come pure le società sportive non sono in grado di provvedervi autonomamente, anche perché difficilmente possono ottenere in tempi congrui alleggerimenti fiscali o certezze sui contratti futuri. Il problema non è di facile soluzione anche perché ancor prima di migliorare gli ambienti di gioco, c’è la necessità di spendere per mettere a norma i locali. La lista degli interventi prioritari, pertanto non sportivi, che i Comuni o le Province dovrebbero fare è talmente lunga, che è meglio non soffermarci neppure sull’eventualità di procedere con la costruzione di nuove strutture sportive.

Scuola e sport

Nel nostro paese la didattica nel complesso è discreta, ma la didattica dello sport non è per niente sufficiente. Ciò nonostante ci sono molti istituti in tutta Italia che hanno sperimentato senza successo o stanno di nuovo sperimentando (per attirare ragazzi) lo sport, attraverso indirizzi mirati. Ma per la scuola italiana lo sport non esiste o quasi, tanto che molti istituti che hanno avuto questa brillante idea sono dovuti ricorrere a convenzioni con altri soggetti che gratuitamente mettono a disposizione gli impianti. E per raggiungerli scommettiamo che occorra un pullman, che vada superato il traffico… insomma per fare un paio d’ore di sport, se ne possono andare anche tre/quattro ore di lezione. E’ inutile negarlo: non ci sono scuole dotate di impianti sufficienti ad una vera didattica dello sport: non ci sono piscine, non ci sono campi da rugby, non ci sono docce e spogliati a norma. E poi, quanti istituti e quanti professori davvero si informano e sostengono la doppia carriera di uno studente (scuola- attività sportiva)? Quanti giustificano le assenze dovute o la poca brillantezza ad una interrogazione, per l’impegno sportivo del fine settimana? In Italia se lo sport porta solo un po’ di crediti, all’estero va detto invece che gli studenti che portano prestigio nell’ambito sportivo, vengono tenuti in massima considerazione anche nella scuola di appartenenza.

Impianti sportivi per professionismo e semiprofessionismo

La situazione dei palasport in Italia, considerata il fanalino di coda in Europa, non merita altre parole. La situazione degli stadi italiani idem, come pure si contano sulle dita di due mani le strutture di buon livello negli altri sport (nuoto, tennis ecc.), in tutto il territorio nazionale.

E così sempre più atleti debbono andare ad allenarsi lontano da casa, come pure squadre di ogni disciplina debbono abbandonare la propria città per andare a giocare altrove le proprie partite casalinghe, perché gli impianti non sono più a norma o ci sono stati cedimenti strutturali che ne impediscono, per ragioni di sicurezza l’utilizzo. Ed i proprietari degli impianti (Comuni, Province), non hanno i soldi per ripararli.

Conclusioni

Quasi nessun tra i politici e i componenti dei vari governi nazionali o locali parla di sport e di come promuoverlo. Le risorse che vengono destinate sono troppo limitate, come pure sono mancanti provvedimenti in favore di chi è disposto privatamente a scommetterci.

E questo disinteresse dei dirigenti pubblici (non solo in termini di argomenti ma anche in quelli normativi) si scontra con la possibilità di avere investimenti provenienti dai privati che, pur avendo le disponibilità, non sono allettati dal business, preferendo continuare ad investire nella costruzione di appartamenti, con il rischio di avere tanti invenduti (i mercati dell’immobiliare sono ampiamenti saturi), anzichè destinare le proprie risorse all’impiantistica sportiva, che ne ha invece bisogno come il pane.

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Le conseguenze che stiamo già vivendo, per un clima che sta mutando

Dopo i disastri del 29 ottobre scorso, con venti fortissimi di scirocco, il 30 ottobre, alla radio ho sentito un’intervista di un bravo climatologo italiano, di cui non ricordo il nome, che ha sintetizzato in questa frase, in maniera quasi perfetta, la situazione del nostro pianeta e del nostro paese: il riscaldamento globale si sovrappone ai fenomeni naturali e li amplifica.

Poche semplici parole, ma ricche di contenuti. Analizziamole.

Il riscaldamento globale: si riferisce alla temperatura del pianeta che sta aumentando; di questo passo, infatti, entro il 2040 la temperatura del pianeta aumenterà ancora di oltre un grado e mezzo; purtroppo Trump, Presidente degli Stati Uniti, la nazione più potete al mondo, è tra i primi a considerare tale situazione compromessa e pertanto non ritiene né conveniente agire in difesa del pianeta né tantomeno preoccuparsi troppo.

Si sovrappone: aggiungersi in più, oltre a quanto già c’era.

Ai fenomeni naturali: eventi naturali negativi che, più o meno periodicamente, affliggono la Terra (cicloni tropicali, tornado, tempeste di sabbia, fulmini, grandine, terremoti, vento, pioggia ecc.).

E li amplifica: diventare più ampi, ingrandirsi

Se analizzate una per una, le parole che compongono la frase… il riscaldamento globale si sovrappone ai fenomeni naturali e li amplifica… fanno sì un po’ pensare, ma poi non troppo; così ognuno di noi continua secondo le proprie abitudini, buone o cattive che siano.

Se invece cerchiamo di assemblare i contenuti di questa frase e leggiamo attentamente quanto gli studiosi del cambiamento climatico da decenni cercano allarmati di farci capire… Con il riscaldamento globale lo scioglimento dei poli farebbe salire il livello del mare di molti centimetri, mettendo a rischio la vita a milioni di persone che vivono lungo le coste. Non solo: un riscaldamento globale superiore alla soglia di un grado e mezzo aumenterebbe la frequenza di eventi climatici estremi, come uragani, tifoni, bombe d’acqua, e renderebbe più difficile coltivare cereali, alimento fondamentale per buona parte del mondo. A certe latitudini, intere regioni sarebbero addirittura inabitabili.  E ancora: l’acidificazione dei mari porterebbe alla scomparsa delle barriere coralline e danneggerebbe flora e fauna marina, ci rendiamo conto, purtroppo, che il riscaldamento globale non è più una parola astratta e lontana, visto che appena il 29 ottobre scorso,ne abbiamo nuovamente vissuto le conseguenze.

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L’Italia non più a forma di stivale, ma di scarpa

Fino ad oggi ci siamo raccontati come una nazione con una strana forma di stivale. L’Italia con una forma strana, ma alla fine simpatica, un po’ come il suo popolo.

Dal 23 ottobre 2018 qualcuno che ci dovrebbe rappresentare in Europa, ha creduto di riprodurre il cambiamento dell’Italia in meglio, non più con uno stivale, ma bensì con una scarpa.

Da simpatica, l’Italia con quel gesto della scarpa, secondo l’azione di uno dei nostri rappresentanti al Parlamento europeo, dovrebbe essere diventata anche sovrana e rispettata.

Ma la scarpa, mostrata ai media ed ai giornalisti, e strofinata sopra le carte del Commissario Europeo Moscovici, reo di aver bocciato la manovra italiana, è stata soltanto una misera prova non di forza, ma bensì di debolezza.

La sua scarpa, in quel caso rappresentante l’Italia, sopra i documenti, che rappresentano le istituzioni europee, ha soltanto significato che in questa fase chi governa il nostro paese non ha argomenti per ribattere, non ha dialettica, non ha soprattutto capacità di trattativa. Alla fine tale azione ha dimostrato che chi ha compiuto il gesto e chi lo ha candidato non è capace di fare il lavoro per cui è stato eletto.

Le mode passano, spesso ritornano. Non ci resta che attendere di nuovo il turno del nostro simpatico stivale, che sempre meglio di una misera scarpa, alla fine, ci rappresenta.

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Ma il Governo…al primo esame di maturità

Come uno studente, il Governo del cambiamento, entrato in carica il primo giugno 2018, ha avuto davanti a sé alcuni mesi senza verifiche, e ciò gli doveva servire per orientarsi, per poter prendere confidenza con le istituzioni nazionali ed europee, per comprendere i meccanismi e la forma da rispettare nel mondo istituzionale. Cosi allo stesso modo un ragazzo quando cambia scuola ed entra alle superiori, gli viene lasciato, prima di essere valutato, un periodo di transizione per orientarsi, perché possa capire i nuovi meccanismi e le metodologie di insegnamento. Purtroppo, con la tragedia di metà agosto del ponte Morandi, il Governo ha interrotto, bruscamente (ma solo per qualche giorno), questo periodo “senza verifiche”, di presa di coscienza del potere.

Ma il Governo, nonostante l’evento complicatissimo e drammatico di Genova, ha reagito immediatamente a parole, di impulso, dando l’idea di grande temperamento e sicurezza, giudicando a caldo colpe e colpevoli e assicurando al cittadini soluzioni in breve tempo. Così da ricevere, ai funerali, anche gli applausi dei parenti delle vittime e della popolazione. Poi giorno dopo giorno tutto è risultato meno chiaro di quanto è stato sentenziato e meno facile di quanto si potesse pensare.

Ma il Governo, come lo studente, ancora non è giudicabile; l’evento di Genova, tanto inatteso quanto traumatico con la conseguente frettolosa reazione, può essere giustificato, così come ad un ragazzo si giustifica un momento di deviazione, per dei motivi seri personali o familiari che durante il corso della vita possono accadere.

Ma il Governo e molti dei suoi componenti, durante il periodo di orientamento che precedeva la prima vera verifica pubblica prevista per l’autunno (il Def – Documento Economico e Finanza), hanno dato l’impressione di avere le idee molto chiare, secondo le proposte elettorali fatte, ma poi nell’affrontare tante piccole situazioni  si è denotata superficialità; quella superficialità forse connubio di poca competenza ed arroganza. La stessa superficialità di tanti nostri ragazzi, arrivati alle superiori ancora immaturi, forse perché in precedenza il percorso scolastico è stato reso anche troppo semplice.

Ma il Governo, al primo esame di maturità del Documento Economico e Finanza che stabilisce la legge di bilancio e come utilizzare le risorse disponibili, è apparso apparentemente immediato e categorico. Poi,  nonostante i tanti dubbi che provenivano da molte parti, ha perseverato senza un pur minimo confronto critico, non riuscendo a  portare chiare giustificazioni di come i provvedimenti avrebbero avuto successo. Andato oltre, il Governo si è trovato, su alcuni punti, di fronte ad evidenti divergenze interne, in qualche modo appianate. Ma le critiche ed i dubbi intorno ai provvedimenti si sono fatte più pressanti, come una bocciatura, alle quali, fino ad oggi sono state date sempre risposte ancora vaghe. Come vaghi sono ancora i numeri e le impostazioni di bilancio, con articoli ancora in bianco nonostante i limiti di tempo previsti per la presentazione siano ormai passati. Ed oltretutto è facile sentire ancora come membri del Governo si correggano a vicenda, sulle cifre e le modalità di alcuni provvedimenti. Ma il credo comune è denigrare l’avversario di turno che si contrappone, a volte anche se parte dello stesso Governo o della stessa coalizione. Come ad uno studente quando va male un esame, che tenderà a dare la colpa ai molti fattori, sia interni che esterni, convincendosi che non dipende da lui: il professore, la materia, la sfortuna di essere capitato al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Ma il Governo…speriamo in bene, visto che ci troviamo con un’Italia sempre più isolata, che non ha la forza e le disponibilità (che ci vogliono far credere di avere) per poter andare avanti da sola e, che prima o poi, dovrà chiedere aiuto a qualcuno; come uno studente che non ha seguito con attenzione le istruzioni e gli insegnamenti ricevuti e che alla fine dovrà accettare di buon grado di rivolgersi a  chi possa dar lui delle ripetizioni, per poter arrivare a superare l’ostacolo. 

Ma il Governo, da questi primi mesi e dal primo esame di maturità ho un brutto presentimento, che mi rimanda a quanto scritto prima del suo insediamento,  nel pezzo “Siamo un popolo ed un paese…”  

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