Le nuove frontiere del turismo: sportivo e sanitario

Il turismo è una delle principali industrie del nostro paese e di molti altre nazioni. Se andiamo ad esaminare le varie tipologie di turismo vediamo che fino a pochi anni le categorie erano rappresentate essenzialmente da :1. Turismo balneare 2. Turismo montano 3. Turismo dei laghi 4. Turismo verde 5. Turismo termale 6. Turismo culturale 7. Turismo scolastico 8. Turismo religioso 9. Turismo congressuale.

Ma dalla fine degli anni novanta si stanno facendo largo importanti flussi migratori per altre due forme di turismo: quello sportivo e quello sanitario.

Il turismo sportivo, in espansione, come lo è la pratica dello sport, può diventare un settore davvero appetibile e proficuo anche perché a sua volta può essere rappresentato da gitanti che si spostano come spettatori (partecipazione legata ad uno spettacolo in cui l’approccio visivo è fondamentale), come attori (partecipazione attiva fisica basata sulla capacità tecnica e sull’esperienza) o come visitatore( per capire da vicino come si svolge una importante manifestazione ).

Tanto per fare alcuni esempi, chi mai avrebbe immaginato che migliaia di persone ogni anno sarebbero volate a New York o a Roma  per la maratona? Chi avrebbe mai pensato ad una invasione pacifica di tante persone straniere, sfegatate del tennis o semplicemente desiderose di esplorare uno dei luoghi sportivi più famosi al mondo, come il complesso ed i terreni in erba di Wimbledon, a Londra? Per non parlare poi delle partite di Champion League di calcio, seguitissime dai tifosi in tutta europa, o delle gare ciclistiche amatoriali sulle vette delle nostre bellissime Dolomiti.

Il turismo sanitario, contrariamente allo sport, che rappresenta un momento di svago e di pratica del proprio hobby, sposta flussi migratori per motivi di salute. Milioni di pazienti (ogni anno nel mondo si contano più di 7 milioni) si mettono in viaggio per cercare maggiori sicurezze, professionalità, qualità ed a volte prezzi inferiori, nelle cure mediche.

Ed il nostro paese è ai vertici della classifica mondiali, ed ai primissimi posti di quella europa, soprattutto per gli ospedali che hanno conquistato il sigillo d’oro, per standard di sicurezza e qualità delle cure.  

Ma lo stesso turismo sanitario, da noi, soprattutto nel settore pubblico, ha cominciato solo da pochi anni a muoversi in favore dei pazienti e dei loro accompagnatori. I servizi da completare sono molti: interpreti, cartelle cliniche nella lingua del paziente, infermieri a disposizione anche di notte. Ma anche servizi navetta da e per l’aeroporto, stanze per i parenti, convenzioni con i grandi alberghi, tv satellitare in camera.

Come vediamo sia per il turismo sportivo che per quello sanitario c’è una vera opportunità di sviluppo e di creazione di posti di lavoro.Bisogna ascoltare l’utenza creando interesse e coinvolgimento.

Per far questo c’è bisogno di curare gli aspetti relativi all’organizzazione interna, ai processi, alle procedure di accoglienza. Inoltre c’è da abbattere le barriere linguistiche, valorizzare le proprie eccellenze (professionali, tecnologiche, ecc.) e stabilire e consolidare contatti sinergici con operatori del settore turistico-alberghiero.

Insomma, le nuove frontiere del turismo sono aperte; diamoci da fare.

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Con l’Erasmus un mondo di esperienze

Ricevo su Whatsapp e pubblico molto volentieri, assieme ad alcune foto, il riassunto della gita…fuori porta…, da martedì notte 5 dicembre a domenica 10 dicembre di mio nipote Beniamino, aspirante medico, che sta svolgendo il programma “Erasmus” a Granada, in Spagna. Organizzato per l’appunto per i ragazzi “Erasmus”, il viaggio da Granada al Marocco, è stato così brevemente raccontato :

Sono stati 5 giorni molto intensi e stancanti dal punto di vista fisico. Abbiamo fatto tantissime ora di pullman (almeno 30) perché, partiti da Granada,  siamo arrivati fino alla parte interna del Marocco, al confine dell’Algeria, dove abbiamo passato anche una notte in tenda nel deserto.

Abbiamo visitato Chefchaouen, “la città azzurra”,  molto bella e caratterizzata dalle case completamente dipinte di azzurro. Siamo stati un giorno a Fez (più di un milione di abitanti) e abbiamo visto la Medina (il centro storico) con una guida del posto che ci ha spiegato usi costumi del posto. Nella Medina è stato interessante vedere come lavorano il cuoio (vedi foto). Io ho comprato un turbante ed un vestito in un negozio del posto.

Il terzo giorno lo abbiamo passato nel deserto a Merzouga. Con il cammello siamo arrivati fino ad un accampamento di tende in mezzo al deserto dove abbiamo dormito. La notte nel deserto faceva freddissimo, non penso di aver mai passato una notte così fredda nonostante si dormisse in 7 persone in una tenda ed avessi maglia, termica, giacchetto coperte ecc…

Le spettacolo delle stelle è stato affascinante, si vedevano benissimo, mai visto un cielo così stellato.

L’alba e il tramonto nel deserto sono momenti magici, sono riuscito a godermeli lontano dal gruppone di gente che un po’ rovinava l’atmosfera.

Il giorno dopo abbiamo fatto una tappa a Tetouan dove però non abbiamo potuto fermarci abbastanza perché gli organizzatori avevano paura che l’attesa alla frontiera fosse troppo prolungata, con il rischio di perdere il traghetto che ci doveva riportare in Spagna.

Alla frontiera c’era pieno di ragazzi (dai 10 ai 20 anni) disperati, che provavano a fermare gli autobus ed a attaccarcisi sotto per arrivare in Spagna. Proprio sotto il nostro bus abbiamo scoperto che si erano  attaccati 3 ragazzi, fermati poi dalla polizia doganale marocchina.

Si  vedeva purtroppo che erano proprio disperati.

Nel complesso il viaggio è stato molto positivo: posti bellissimi, il gruppo di amici e la cultura araba…

Stefano Bortoli

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Cercasi salva-giovani nello sport

 “Lo sport è parte del patrimonio di ogni uomo e donna, e niente potrà mai ricompensare la sua assenza.” (Pierre de Coubertin).

E’ notizia di questi giorni che Mauro Berruto ex commissario tecnico della nazionale di pallavolo italiana è stato incaricato dalla federazione italiana di Atletica (in crisi profonda di risultati) di organizzare un gruppo di lavoro, da lui coordinato, che cercherà la via per inserire al meglio nel vero mondo agonistico i ragazzi e le ragazze fino a vent’anni di età. L’obiettivo, vanamente inseguito da diverse stagioni, sarà di non disperdere i talenti, ma facilitarne la transizione, da junior a senior.

Di fatto si tratta della creazione di una nuova figura di riferimento, che si può definire “culturale”, con interazioni in ambito psicologico ed attitudinale.

Parole e figure forse troppo ingombranti, legate ai massimi livelli sportivi, lontane dalla realtà della pratica dello sport di periferia, ma l’esempio serve per introdurci alla questione di fondo.

Anche se non conoscevo le statistiche, gli ambienti di provincia che frequento (calcio maschile e pallavolo femminile) mi avevano comunque fatto riflettere e maturare un’idea ben chiara.

Se i numeri di chi fa sport negli ultimi anni sono cresciuti, le statistiche sul territorio italiano ci offrono un quadro in cui risalta l’abbandono precoce dell’attività sportiva. Dai 13 ai 17 anni quasi il 35% dei giovani lascia il proprio sport per eccessivo tecnicismo, per agonismo esasperato e centrato sulla vittoria, per la ripetitività, per il venir meno della componente ludica ed anche per la noia. Nell’età del vero divertimento, troppi ragazzi lasciano; è un vero peccato ed una importante perdita. E le ragioni addotte penso siano tutte verificabili sul campo.

Tra i tanti “quasi volontari” che impegnano il loro tempo libero nell’allenare e nel seguire i ragazzi nell’attività sportiva, troviamo rarissimi casi di soggetti sensibili alla personalità dell’individuo e disposti a far emergere e sostenere con forza i valori sociali, pedagogici e culturali. Che fornirebbero un contributo decisivo all’educazione e alla formazione dei giovani.

Se i dirigenti sportivi e gli allenatori sportivi tanto sono presi ed interessati nel momento in cui riescono ad accaparrarsi un nuovo atleta, tanto restano indifferenti nel momento delle lamentele o dell’abbandono di un atleta.

Non è che dico che è necessario lo psicologo in ogni società sportiva, ma un po’ più di umanità e di disponibilità all’ascolto, quello sì che è doveroso.

Ho visto tanti bravi ragazzi abbandonare l’attività sportiva svolta fino ad allora con successo, perché  troppo esasperati sulla tecnica e sul concetto di vittoria, oppure perché quasi annoiati da istruttori con una visione miope, limitata al solo evento sportivo della domenica, neanche passata, ma solo a venire.

Le frasi dei ragazzi: “… basta, con oggi smetto di fare sport “, anziché rappresentare un campanello di allarme per l’ambiente sportivo, nella maggior parte dei casi passano come un ripetersi di un evento considerato forse naturale e nulla più, a cui non viene dato peso.

Ed invece dovrebbe far riflettere ed aiutare le società sportive a migliorarsi, ad interrogarsi, per trovare le risposte giuste dentro e fuori il campo da gioco.

Lo sport è chiaro a tutti che migliora la salute ed il benessere, favorisce la comunicazione, la coesione. Nello sport ad alti livelli le figure dello psicologo e del mental training sono da tempo utilizzate, perché importanti.

Anche nelle tante società sportive di provincia deve nascere il bisogno di avere figure adeguate o almeno disponibili a rivestire un ruolo un po’ diverso, alla stregua dell’incarico ricevuto da Mauro Berruto. Perché almeno una persona di riferimento che possa capire ed ascoltare le necessità, la condizione di benessere fisico, psichico ed emotivo dei ragazzi è senz’altro un valore aggiunto, sia per il movimento sportivo che per la società civile.

E poi, come pensava il filosofo greco Platone …Si capisce molto di più di una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazioni…

Stefano Bortoli

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E sì che l’art. 31 della Costituzione parla chiaro

Partiti o singoli parlamentari volenterosi, spinti anche da associazioni e ordini religiosi, a più riprese nel corso dei decenni hanno cercato e stanno cercando, attraverso progetti di legge, di venire incontro alle vere esigenze della famiglia (soprattutto di quella numerosa), della maternità e dei figli.

Ma nessun Governo è riuscito o ha voluto portare a compimento una vera riforma che potesse arginare la crisi in cui la famiglia italiana è precipitata e dove, i forti legami familiari di un tempo, sono solo un lontano ricordo. Il nostro paese è davvero lontano da altri stati, sempre europei, dove i bambini sono sacri ed essere genitore è visto come una bella cosa, più che un impiccio.

Intoppi legati alla copertura finanziaria o alla tenuta dell’intero sistema hanno sempre arenato progetti di legge ad ampio respiro. Solo con provvedimenti tampone, di poco conto, enfatizzati per nascondere il malumore generale, si è cercato, invano, di coprire le grandi lacune del nostro sistema, verso l’importante istituzione della famiglia, che poi altro non è che la base di tutto il tessuto sociale.

Provvedimenti ed iniziative a volte una tantum, prima concesse, in seguito ridotte, poi ritirate. Fertility Day, bonus bebè di 800 euro, detrazioni per familiari e per figli a carico, assegni familiari, ecc. Provvedimenti troppo limitati che guardano soprattutto alla nascita della famiglia e dei bambini, ma che poi si dimenticano delle problematiche legate alla gestione familiare ed alla crescita di un figlio, che va accompagnato perlomeno fino alla conclusione degli studi universitari (purtroppo negli ultimi anni anche oltre). Pensati solo per l’oggi, quasi per dare un contentino, perché a quanto pare, nei palazzi che contano, le politiche familiari sono valutate come assistenziali, mentre è ampiamente provato che creare una famiglia, metter su casa e poi far nascere dei figli, è invece un importante volano per lo sviluppo economico di ogni paese, su cui investire.

Con cosa combattere ed a chi rivolgersi allora per cercare di cambiare questo stato delle cose? 

Per combattere credo si debba utilizzare la Costituzione italiana, che è uno strumento non diciamo perfetto, ma molto qualificato ed equilibrato.

Proprio per la famiglia, all’ art.  31 della Costituzione è scritto: La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Dopo aver letto questo articolo ogni altro commento è superfluo.

Ma allora a chi rivolgersi ? E’ necessaria una nuova spinta dal basso che potrà essere veicolata da volenterosi e sensibili esponenti politici, che hanno bene in mente la nostra Costituzione  e cercano con serietà ed ostinazione di promuoverla verso i colleghi, di applicarla e soprattutto farla applicare.

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Due fenomeni globali

Ai giorni d’oggi a volte vediamo situazioni particolari, anche inattese. Per esempio nel fine settimana passato, l’ultimo di novembre 2017, se ci riflettiamo su, abbiamo assistito a due fenomeni globali, contrari tra di loro, che alla fine si intrecciano, sui quali vorrei soffermarmi un momento.

Il primo hanno cercato di imporcelo, con una grande azione di martellamento da più fronti. Il secondo, venuto alla luce con un semplice e modesto comunicato pubblico, che la maggioranza di noi neppure conoscerà, ha invece generato, nel suo piccolo, una grande sensazione a livello mondiale.

Il primo fenomeno globale ha preso campo fin da una decina di giorni prima dal suo manifestarsi, con sms, newsletter, banner, servizi in tv ecc., ed è stato amplificato con il passare dei giorni. Si trattava del black friday; alla fine soltanto una scusa come tante per cercare di movimentare il commercio, in questo periodo di consumi prenatalizi un po’ stagnanti. Quest’anno si è notato un vero “bombardamento”,  molto più che gli anni scorsi. Come se ci volessero inculcare che solo l’andare ad acquistare era un qualcosa al passo con i tempi, mentre restare a casa sembrava quasi come essere ai margini della società. 

Il secondo fenomeno globale, che a prima vista sembrava proprio non al passo con i tempi, si è invece trasformato in un vero e proprio successo, anche perché i media che hanno rilanciato la notizia, in certi casi hanno tralasciato degli aspetti non secondari.

L’iniziativa è frutto di un semplice comunicato stampa prodotto dai dirigenti comunali di uno sperduto paesino di montagna della Svizzera, Albinen, vero e proprio paradiso naturale a 1.300 metri di altezza. Con i suoi 240 abitanti, questo sconosciuto villaggio nel Canton Vallese, ha deciso di offrire degli incentivi per chi decide di trasferirsi in un paese, quello svizzero, che da molti anni sta subendo un importante calo demografico, soprattutto giovanile.

Venticinquemila euro per adulto e 10mila per i bambini: un totale di 60mila euro per una famiglia di quattro persone. Ecco il contributo che il comune sarebbe disposto a concedere a chi decide di trasferirsi a vivere ad Albinen. Ci sono poi dei requisiti da possedere che, come dicevamo prima, non tutti i siti che hanno rilanciato la notizia, hanno pubblicizzato. Ad esempio avere meno di 45 anni, impegnarsi a risiedere per dieci anni nel comune,  possedere un permesso di domicilio C, investire (non in una seconda casa) una somma di 200mila franchi svizzeri. Così il contenuto del messaggio che ha fatto il giro del mondo in maniera un po’ approssimata, ha generato interesse e disponibilità da ogni continente. Alla fine migliaia di persone hanno inoltrato domanda di trasferimento.

Le autorità di Albinen, forse non abituate ad un simile trambusto, non hanno gradito, anche perché la maggior parte delle domande a prima vista non possedevano tutti quei requisiti che il bando richiedeva.

Così il Comune di Albinen si è affrettato a fare una dichiarazione sul proprio sito internet parlando di “sensazionalismo a livello mondiale” ed “eccitazione non necessaria”.

Proprio i termini giusti per misurare l’evento del black friday…

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Regioni: di speciale, ormai, ci sono soltanto i privilegi

Chi mai riuscirà davvero a cambiare le cose che non vanno? Abbiamo ben presente la riforma degli enti locali con il progetto di annullamento delle province, e l’equilibrio precario in cui sono rimaste.

Invece di avere politici nel vero senso del termine, intenti a governare equamente tutto il territorio, trovando soluzione reali ai tanti problemi della gente, ai vertici della cosa pubblica italiana, troppo spesso si posizionano soggetti impegnati nell’arte del governo, nel senso di ricerca di consensi personali e di partito. Alle riforme, alle soluzioni ai tanti problemi ed alle risposte concrete, si penserà più avanti, in un secondo momento, oppure ci penserà chi verrà dopo. La maggior parte dei dirigenti politici alla fin fine pensa che è meglio non spostare troppo gli equilibri, non rendere irascibili aree geografiche o corporazioni, altrimenti i consensi chissà che fine potrebbero fare…

Non andrebbe non solo detto ma neanche pensato, ma il dubbio ormai è legittimo: se la politica non dà più risposte concrete perché la gente deve continuare ad andare a votare?

Torniamo per un momento agli enti locali, in particolar modo alle regioni.

Nelle 20 regioni in cui è suddiviso lo Stato Italiano, 5 (Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia), così dette a statuto speciale, godono di una importante autonomia gestionale e finanziaria, di cui una, in particolare (la Sicilia), non solo trattiene localmente tutti i tributi raccolti nel territorio regionale, compresi gli introiti di giochi e lotterie, ma ottiene ulteriori risorse dallo stato centrale.

Ed ancora; sapete perché il Veneto e la Lombardia hanno fatto quella pantomima del referendum sull’autonomia e il presidente della regione Emilia Romagna sta trattando da tempo con il governo centrale per avere maggiori benefici? Perché le regioni più grandi e ricche del Nord, per l’appunto il Veneto, l’Emilia Romagna e la Lombardia, sono le ultime nella classifica dei trasferimenti di denaro provenienti da parte del governo centrale. Come pure passano un po’ sotto traccia ma periodicamente si ripresentano, i  referendum di cittadine che si trovano al confine tra due regioni, che vorrebbero passare alla regione accanto, solo perché a statuto speciale, nella speranza di avere più fondi e garanzie.

Ma a voi sembra ancora il tempo di mantenere 5 regioni a statuto speciale?  Tale peculiarità fu pensata ed applicata veramente in un’altra epoca, tra rivendicazioni austriache e lotte indipendentiste. Le regioni a statuto speciale inizialmente furono quattro: Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. Solo nel 1963 si aggiunse anche il Friuli-Venezia Giulia.

Ogni statuto speciale aveva i suoi motivi ed una storia particolare:

  • La regione Sicilia, la più antica, già con un regio decreto del 1946, aveva da tempo spinte secessioniste;
  • Idem per la Sardegna dove i politici locali avevano cominciato a parlare di autonomia già alla fine della Seconda guerra mondiale (ma ne ottennero poi una più limitata di quella siciliana);
  • In Trentino-Alto Adige dove l’autonomia venne concessa anche per le rivendicazioni territoriali austriache, il cui governo trattò con quello italiano per le tutele da dare alla minoranza tedesca, e come compensazione per l’opera di “italianizzazione” forzata durante il fascismo;
  • In Valle d’Aosta per tutelare la minoranza francese;
  • In Friuli-Venezia Giulia sia per il problema di Trieste e delle contese territoriali con la Jugoslavia, come pure perché si trattava di un’area che per molti decenni ebbe problemi di sviluppo economico.

La sostanza dei dati ci dice che nessuna delle cinque Regioni è in attivo, sebbene possano trattenere gran parte delle imposte raccolte e godano di una spiccata autonomia legislativa, anche se le 3 regioni a statuto speciale del nord hanno una organizzazione generale ed una offerta di servizi discreta, non paragonabile a quanto offerto dalle altre due, soprattutto la Sicilia, che in certe situazioni (esempio numero guardie forestali, benefit dei consiglieri regionali,  inefficienza ed arretratezza nei servizi e nelle infrastrutture) è scandalosa.

Ed allora anziché cercare di agguantare i privilegi di pochi, perché le regioni perché non fanno cartello proponendo al governo centrale, con la stessa decisione con cui hanno voluto fare il referendum sull’autonomia che ha portato ad inutili costi, di cancellare lo statuto speciale, che come abbiamo visto prima non ha più alcun senso?

A questa risposta torna in campo la convenienza politica di mettersi contro i cittadini di 5 regioni ….

Ridistribuire equamente e premiare le zone e le comunità virtuose. Questo vorremmo sentire dire dai nostri politici nei programmi elettorali, anziché continuare ad avere governi che di fatto sopravvivono per il bene di pochi. Con regioni che alla fine non tutelano più le minoranze e non si impegnano per risolvere i problemi, ma lottano solo per avere privilegi; con Provincie che sono rimaste a vivacchiare con pochi fondi e con Comuni sempre più nelle difficoltà di dare risposte concrete al cittadino.

Il dubbio riaffiora ancora: se la politica non dà più risposte concrete ed eque, pensando solo alla convenienza politica ed ai privilegi di pochi, perché la gente deve andare a votare?

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Un modo diverso per incontrarsi

Ritorniamo sull’argomento degli esercizi pubblici più conosciuti e vissuti al mondo. I bar e le caffetterie. Avevamo accennato ne – Il “tempo” del caffè – all’idea, partita da un giovane imprenditore russo (proprio i giovani che oggi a prima vista appaiono così gradassi, ma che invece crescono e non si trovano, evidenziando i primi sintomi del disagio attraverso le sigarette, l’acool, i rapporti sessuali), di organizzare tali ambienti in un modo diverso, sia nella forma che nella sostanza.

Nella forma per non far pagare in base a quello che si consuma ma al tempo che ci intrattiene all’interno; nella sostanza per trasformare i locali in posti comodi ed accoglienti, come casa propria e non in luoghi “mordi e fuggi” al servizio solo di quanti vogliono consumare una colazione, passare per un aperitivo e per un saluto, o soltanto per la necessità di andare… al bagno. Sotto l’occhio vigile di gestori e camerieri, interessati solamente all’ordinativo di un drink.

Per ora nel nostro paese l’idea, che a primo approccio potrebbe sembrare una stupidata, ma se ci riflettiamo bene ha delle potenzialità, è riprodotta, in forma simile al progetto del ragazzo russo,  soltanto in due esercizi, uno di Roma ed uno di Milano.

A Roma troviamo Anticafé Roma; è un marchio nato a Parigi e presente in alcune città europee. Accoglie tutti, sia che si desideri lavorare, studiare, rilassarsi od organizzare un evento. Offre, illimitatamente bevande calde, bevande fredde, snack dolci, snack salati, giochi, libri, stampante, proiettore, prese elettriche e naturalmente il wifi. In cambio pretende una tariffa a persona di almeno € 4 per la prima ora, ed € 1 ogni 15 minuti successivi. Sono previsti anche abbonamenti giornalieri (€ 16), settimanali (€ 75), per dieci giorni (€ 115) e mensili (€ 220).

A Milano possiamo ricercare Coffice Milano, che è un posto dove è possibile lavorare, giocare, studiare e condividere i progetti e le passioni. Oltre che sorseggiare tè e caffè illimitati, ci si può lasciare  tentare dal buffet dolce o salato e navigare gratuitamente su internet con 10 stampe gratis.Inoltre è possibile pure affittare lo spazio per eventi privati.

All’arrivo viene consegnata una tessera per tener conto del tempo ed alla ripartenza si passa alla cassa per pagare non quanto consumato ma il tempo trascorso (la prima ora costa € 4, ogni mezz’ora successiva € 1,5). Ci sono anche pacchetti di offerte personalizzati in base alle esigenze.

Se ci pensiamo,  alternative ad ambienti come questi, da noi non ne troviamo. A parte le biblioteche, gratuite, che sono però un po’ cupe e poco organizzare per la socializzazione, in giro sono nati alcuni coworking, a pagamento, al servizio esclusivo della condivisione di un ambiente di lavoro.

Ma per scrittori, web designer, studenti o chi, semplicemente, vuol trovare uno spazio piacevole e tranquillo dove lavorare, riposare in santa pace, oppure dove organizzare eventi culturali o conviviali, il così detto bar a tempo può rappresentare la giusta idea, che riesce, anche grazie ai servizi offerti, a non far pesare il costo dello scorrere del tempo.

E perché no, può essere da aiuto ai problemi del mondo giovanili, che ha tanto bisogno di sviluppare occasioni di supporto ed ascolto, che vadano oltre la solitudine interna e l’indifferenza generale che oggi vediamo in giro tra i nostri ragazzi .

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Dimostrare che è più facile stare al governo che non all’opposizione

Ovunque, ma soprattutto nel nostro paese, stiamo percependo che negli ultimi tempi è molto più facile stare all’opposizione che governare. Notiamo pure come le così dette aree “roccaforti”, le zone monocolore, dove ha sempre governato un solo partito, nel tempo non sono più tali.  

L’avvicendamento periodico di partiti al governo e all’opposizione, è frutto dell’insoddisfazione generale dei sempre meno elettori che vanno a votare. E come potrebbe essere altrimenti?

Se ci pensiamo bene tutti gli astri nascenti del mondo politico italiano del dopo “prima repubblica” hanno fallito o stanno fallendo; hanno usato tante belle parole, ma poi alla prova dei fatti, i gruppi di potere, le difficoltà burocratiche e le consuetudini di un paese e di un popolo, quello italiano, a dir poco strano, hanno avuto il sopravvento.  

Da noi è davvero difficile per qualunque leader trasformare la protesta in consenso, visto che fino ad oggi, il leader vero è sognato ed atteso ma, poco dopo essere giunto al potere, è già una delusione.

Ed allora crediamo sia necessario per tutti i veri o presunti leader, passati, presenti e futuri, innanzitutto fare un bagno d’umiltà. Perché nella vita si può e si deve accettare di essere messi in discussione, come pure per prendere le decisioni che contano è indispensabile conoscere e, per conoscere, è necessario lo studio, l’esperienza e tanta dedizione.

Come pure consigliamo loro di rivolgere lo sguardo ed analizzare attentamente quanti, nel mondo occidentale, dopo la prima elezione, in democrazia, sono stati confermati ed hanno mantenuto, in buona parte le promesse spese durante la campagna elettorale. In giro non ce ne sono molti.

Ne prendiamo solo uno come esempio, il più recente,  visto che è tanto più vicino a noi (perché italoamericano) di quanto sembri lontano (dall’altra parte dell’oceano).

Sindaco di New York dal 2013, quindici giorni fa è stato rieletto per il secondo mandato, Bill De Blasio, 56 anni, ha nuovamente vinto con un consenso personale che non solo l’opposizione non è riuscita minimamente a scalfire, ma anche nessuno membro del suo partito ha voluto realmente sfidare.

Venuto fuori, quasi per caso nel 2013, alle primarie del partito democratico, grazie ai gravi errori di due candidati molto più quotati di lui, riuscì facilmente a sconfiggere l’avversario repubblicano.  

All’inizio del suo mandato sembrò in difficoltà per i suoi modi poco formali nei rapporti con la polizia locale (che gli si oppose in più occasioni pubblicamente), come pure appariva ai più un po’ scombinato (spesso in ritardo agli incontri pubblici, abituato a fare pisolini in orario di lavoro). 

Nonostante questa incerta partenza, De Blasio si è imposto, tanto che la sua rielezione a Sindaco era pressoché certa già molti mesi prima delle votazioni.

Tale consenso è scaturito dal fatto che è riuscito a mantenere diverse promesse fatte in campagna elettorale come la ripresa economia della città, la riduzione della criminalità, l’asilo nido pubblico per 70mila bambini e la fine di uno strumento di controllo adottato dalla polizia che colpiva soprattutto gli afroamericani. Oltre a ciò in città si stanno costruendo diverse case popolari e i residenti che subiranno uno sfratto saranno presto assistiti da avvocati forniti dalla città.

Idee chiare, lungimiranza, importanza ai temi ed alle problematiche della popolazione. Ecco le dote di un leader, nato per caso, che nonostante sia italoamericano ci sta dimostrando come può essere più facile stare al governo che non all’opposizione.

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