Il boom degli integratori

Siamo stati, siamo e saremo vittima di meccanismi economici e commerciali che nulla hanno a che fare con la tutela della salute?

Il dubbio comincia a farsi avanti e cresce con il passare del tempo, anche perché buona parte della classe medica oggi prescrive senza indugiare scatole di integratori.

Nei primi tre mesi di questo anno ho toccato con mano sia direttamente che per mezzo di persone a me care, il boom degli integratori. Medici di base, specialisti di ogni livello e materia, tutti, dico tutti, hanno prescritto qualche farmaco, ma sempre e soprattutto tanti integratori. Per giovani, per persone di mezza età, per anziani.

Pochi farmaci del SSN ma tanti integratori, piuttosto costosi, dalle proprietà benefiche alquanto dubbie. Questa è oggi la situazione, dove vengono prescritti e movimentano il commercio nelle farmacie, tantissimi prodotti che sono stati propagandati presso la classe medica come se fossero veri e propri medicinali dotati di proprietà terapeutiche, mentre raramente offrono rimedi per patologie, in alternativa ai farmaci.

Ma il business delle case farmaceutiche sta nel fatto che un integratore può essere prodotto e messo in vendita saltando pari-pari il lunghissimo e costosissimo percorso, ad ostacoli, riservato ai farmaci, per poter ottenere l’autorizzazione alla vendita al pubblico. Così è molto più semplice e redditizio spingere sulla produzione di integratori senza un’accurata ricerca, che concentrarsi sullo studio di nuovi farmaci. E pensare che i prezzi sono paragonabili ai farmaci ed oltretutto a totale carico del cittadino.

Ed allora il boom degli integratori se non fermato, almeno va rallentato, perché il rischio per il paziente di entrare incoscientemente  in un meccanismo virale,  è alto.

Intanto il cittadino deve approfondire e chiedere maggiori chiarimenti sul perché gli viene consigliato di assumere integratori, mentre il medico di base e lo specialista deve stare dalla parte del paziente, prescrivendo farmaci, nei casi di bisogno, con l’attenzione di evitare i possibili rischi da “effetto collaterale” (che con l’integratore si vorrebbe bypassare). E consigliare quegli  integratori che l’esperienza ha testato come davvero “validi” ed indispensabili per quel tipo di patologia. 

E poi è necessaria una legislazione urgente e più stringente sulla categoria degli integratori, che impedisca abusi e danni economici e fisici al paziente.

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Manca la voce dell’Italia

Visti i fatti, il proverbio che più si addice sembra essere “meglio soli che male accompagnati”, mentre il più prossimo sarebbe invece “l’unione fa la forza”.

Il contesto è l’Unione Europea, in particolare modo il Consiglio dell’Unione, conosciuto anche come Consiglio dei Ministri Europei,  che delibera a maggioranza qualificata.

Il suo ruolo è quello di:

  • negoziare e adottare le leggi dell’UE, assieme al Parlamento europeo, basandosi sulle proposte della Commissione europea;
  • coordinare le politiche dei paesi dell’UE;
  • elaborare la politica estera e di sicurezza dell’UE sulla base degli orientamenti del Consiglio europeo;
  • firmare accordi tra l’UE e altri paesi o organizzazioni internazionali;
  • approvare il bilancio annuale dell’UE insieme al Parlamento europeo.

Il Consiglio dell’Unione Europea si riunisce periodicamente, ha dieci grandi aree di interesse, ed a ogni riunione sono invitati tutti i ministri competenti al settore oggetto della riunione.

Abbiamo fatto questo preambolo, anche un po’ noioso, perché se andiamo a consultare i verbali con l’elenco dei presenti alle riunioni del Consiglio dell’Unione (su questo c’è trasparente, chiunque può andare a leggere i resoconti ed i partecipanti), dal momento dell’insediamento del Governo Lega-M5S, notiamo che:

  • Savona, Ministro degli Affari Europei, fin tanto che è stato in carica, mai ha partecipato ad una riunione del Consiglio dei Ministri Europei (e sì che sarebbe anche il ministero assegnato ai rapporti con l’Unione Europea !);
  • Salvini ha saltato tutte le riunioni dei Ministri degli Interni, che trattavano soprattutto l’argomento “immigrazione”;
  • Di Maio, per il settore di sua competenza, non ha partecipato a 3 riunioni su un totale di 5.

Si vuole riformare, si vuole cambiare l’Europa, ma intanto ci teniamo alla larga, non si prende parte.

Non andare vuol dire non ascoltare, vuole dire non capire che aria tira, vuol dire non portare le proprie ragioni.

In poche parole, in Europa, ormai, sembra che manchi la voce dell’Italia.

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Il nuovo clima sociale

Le periferie delle città sono sempre state difficili da gestire e da organizzare, anche perché carenti di servizi e con  problematiche familiari di chi le abita non semplici da affrontare e risolvere.

Oggi lo sono ancora di più, perché si viene da un periodo di crisi economica e finanziaria che ha visto ridurre i fondi per gli Enti Locali (da utilizzare poi per il cittadino) e perché i partiti tradizionali non sono più radicati sul territorio, ed i loro componenti non si incrociano più nelle strade delle periferie, a discutere ed a cercare di sostenere e consigliare la popolazione.

Il più evidente cedimento sul territorio lo ritroviamo da parte della sinistra, soprattutto nel vecchio partito comunista, un tempo radicatissimo e disponibile a dare una mano morale e materiale anche ai più bisognosi.

Oggi la sinistra dove è, dove sta?

Nelle periferie più difficili, come ad esempio il quadrante di Roma, oggetto recentemente di pesanti attacchi verso un gruppo di rom che dovevano essere alloggiati in una zona già parecchio complicata, dobbiamo rilevare che oggi le uniche realtà presenti sono quelle dell’ultra destra (Casa Pound, Forza Nuova), con la complicità morale della destra (soprattutto la Lega).

Questa è la realtà dei fatti.

Le giunte locali non riescono a coprire i bisogni della popolazione, la sinistra sul territorio si è estinta e l’unico messaggio di presenza reale, anche se nella loro visione sbagliata, va riconosciuto che è in mano alla destra, soprattutto l’ultra destra.

Chi fa attività politica, in particolare i militanti, sa come strumentalizzare il degrado sociale, la miseria, la povertà, l’emarginazione, perché sa cosa funziona e cosa non funziona nella macchina politica.

Quei militanti della destra sono allora l’unica realtà politica presente sul territorio che guarda caso, cerca pure di dare un aiuto materiale ai più bisognosi, o perlomeno fa vedere di impegnarsi per tale fine.

Ma allora viene da chiedersi: quei politici, quei giornalisti, che lanciano messaggi, che fanno teoremi, che “pontificano”, sanno effettivamente di cosa si sta parlando, di come sono realmente le condizioni delle periferie?

Per questo c’è la necessità di una presenza capillare e costante sul territorio per vedere da vicino, per ascoltare e per poi individuare quelle priorità da cui cominciare per risolvere concretamente i tanti problemi, con un’azione quotidiana.

Va ricreato un nuovo e migliore clima sociale, ma per far ciò è necessario intervenire sul campo e non soltanto parlare.

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La parabola dei leader populisti ed il proverbio cinese

La propaganda politica che promette soluzioni facili nel breve periodo e che nega la complessità della realtà, è una gabbia che mette in crisi le democrazie ma mette in crisi, in un periodo non lungo, anche gli stessi leader populisti, che hanno lanciato quel tipo di propaganda politica.

Dopo aver promesso soluzioni semplici su problemi evidentemente complessi, che richiedono tempo, nel momento in cui i leader che seguono questo comportamento, riescono ad arrivare a governare un paese, si trovano di fronte a grandi difficoltà nel dare delle risposte.

Cadendo spesso, vittima di loro stessi.

Così è facile trovare leader che vanno e vengono nel giro di pochi anni. Evidentemente i leader di questa categoria non hanno vita politica troppo lunga, soprattutto oggi che abbiamo a che fare con un elettorato molto fluido, non fidelizzato, che ha quasi abbandonato la formula politica del “partito”.

Infatti, i leader populisti nei paesi democratici, non riescono ad avere lunga vita politica perché così facendo, cioè promettendo cose che non possono evidentemente mantenere, alla fine, al momento della prova, al governo del proprio paese, si scontrano con la realtà delle cose e si ritrovano con le difficoltà di adempiere alle promesse, per un continuo riproporsi di problematiche.

Prendiamo ad esempio la propaganda del muro americano alla frontiera tra Stati Uniti e Messico.

il valico di San Ysidro che collega San Diego (Stati Uniti) con Tijuana (Messico) è ormai famoso, come famoso è il suo “muro”, una struttura di circa tre metri di altezza che separa fisicamente le due nazioni.

Il muro con l’ascesa al potere di Trump è in continuo rafforzamento. Alle lamiere ed alle staccionate si sono aggiunti i sensori nel terreno, le telecamere ad infrarossi, le torrette di guardia ed il filo spinato e ronde armate di guardie americane.

Il muro è uno dei principali argomenti di forza di Trump, ma resta e resterà una soluzione passeggera, attuata per pura propaganda politica.

Lo dimostrano le opportunità che si hanno con la trasformazione del mondo, con l’avvicinamento di popoli, di culture e di consuetudini.

Per questo, ogni mattina migliaia di lavoratori residenti in Messico attraversano la frontiera e da Tijuana entrano in San Diego. Si occupano di accudire bambini, famiglie, puliscono strade, insegnano spagnolo, ecc. Insomma sono una realtà, ormai quasi indispensabile, integrata nel tessuto sociale di San Diego.

Ma non solo.

Ogni giorno migliaia di americani fanno il percorso inverso, attraversano il confine per andare a Tijuana in Messico, per rivolgersi soprattutto, risparmiando molti soldi, a cliniche dentali, a centri di chirurgia estetica a cliniche veterinarie.

Come vediamo da questi fatti i muri non possono esistere, perché dagli inizi degli anni 2000, con il lancio dello smartphone e con la crisi economica e finanziaria, il mondo si è trasformato e tutti possono ricercare ed offrire opportunità un po’ ovunque.

Un proverbio, pare cinese, fotografa al meglio questa situazione: “Quando soffia il vento del cambiamento c’è chi alza muri e chi, guardando avanti, costruisce mulini a vento”.

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Roma

Ogni giunta comunale di destra, di sinistra, del M5S sta lasciando il proprio segno. Che porta al crescente sfascio della città.

Tutte le amministrazioni hanno cercato di salvaguardare almeno, per quanto possibile, il centro turistico ed i palazzi del potere di Roma, per ben apparire almeno in “vetrina”.

Poi all’interno “del negozio”, dove effettivamente si vive la città, è sempre più degrado. Poche strade e rovinate, alberi pericolanti lungo le vie, mancanza di manutenzioni ai giardini pubblici, servizi di trasporto non più commentabili, gravi problemi alla gestione dei rifiuti, periferie ai limiti del collasso organizzativo e sociale, ecc. ecc.. Per non parlare del crescente malaffare che, in una situazione di simile degrado, trova terreno fertile.

E nonostante tutto, i Governi nazionali che hanno finanziato Roma Capitale nel tempo, per tenerla a “galla”, con elargizioni straordinarie, sono tanti. E’ bene ricordarlo.

A questo punto cosa tirar fuori dal cilindro?

A me l’unica cosa che viene in mente, prende spunto dalla riforma del 2015 dell’ex Ministro dei Beni Culturali Franceschini, che per rimettere a posto i più importanti musei pubblici d’Italia, nominò tanti direttori stranieri o italiani di ritorno da prestigiose esperienze all’estero. Nella lista dei 20 nominativi, 7 erano stranieri, 13 italiani di cui 4 tornati da esperienze professionali qualificanti fuori confine. Scelte di altissimo valore scientifico per colmare gli anni di ritardo con gli altri paesi, in una nazione, la nostra, piena di bellezze artistiche da valorizzare e far funzionare al meglio.

L’intuizione sembra aver portato frutto. Le criticità sono state rimosse, i musei hanno ripreso quota e procedono bene.

Ed allora, una proposta, una provocazione (ma non poi non troppo), visto il fallimento di tutte le amministrazioni al potere di Roma degli ultimi decenni. Perché non affidare ad un commissario straniero, lontano da ogni amicizia politica e finanziaria italiana, di spessore ed esperienza nella guida di metropoli ed a alcuni suoi stretti e fidati collaboratori, l’amministrazione capitolina per almeno 5 anni?

A questo punto,  “tentar non nuoce”.

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A quasi tutto c’è rimedio

Avevamo già raccontato di Londra nel nostro pezzo ” In poche parole, Londra” .

Oggi davvero Londra si trova sempre più al “centro del mondo”, o quasi.

Così nella capitale della Gran Bretagna, città che è a tutti gli effetti è come uno Stato all’interno di un altro Stato, la vita è molto cara e per chi ha la necessità o vuole comunque provare a viverci ci sono evidenti problematiche di trovare un alloggio, perché i prezzi sia per gli affitto che per l’acquisto di una casa sono quasi improponibili.

Ma a quasi tutto c’è rimedio nella vita.

A Londra non riesci a comprare una casa quantomeno decente e neppure riesci a spendere migliaia di sterline di affitto l’anno per un pur piccolissimo alloggio?

Allora puoi pensare alle House Boat sul Tamigi.

Vivere in barca a Londra è possibile, perché con una spesa che varia tra i 20mila ed i 35mila  euro (valore uguale al costo dell’affitto annuo di un buon appartamento) è possibile acquistare un bel barcone cabinato, che può tranquillamente fungere da abitazione. 

A Londra ci sono 160 km di canali, che un tempo erano abbastanza liberi. Adesso anche i canali, come ogni altra parte di Londra, è in sovraffollamento e pertanto può essere difficile trovare un buon posto dove parcheggiare e vivere. Ma il risparmio generale sull’abitazione può valere comunque lo stress della ricerca del posto barca dove attraccare.

Chiaramente oltre ai pro del grande risparmio di denaro ci sono anche dei contro (spese di attracco, impossibilità di navigare sui canali se ghiacciati per eccessivo freddo, dover comunque periodicamente muoversi per far rifornimento o svuotare la barca per quello che si accumula per esempio nel bagno ecc.)

Qua sotto trovate delle foto scattate sabato 9 marzo, di esempi di vita nei barconi sui canali di Londra.

A quasi tutto c’è rimedio, persino a Londra.

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A volte bastano alcune parole d’ordine per ottenere risultati

Il successo prima del M5S, poi della Lega è opera della ventata populista, figlia soprattutto delle contraddizioni nate dalla crisi economica e dall’emergenza immigratoria,  che hanno fatto nascere paure vere o infondate.

Ma oggi le promesse del M5S arrancano, si stanno già sciogliendo come neve al sole, perché in molti se ne sono già accorti, la maggior parte di esse risultano inattuabili o di difficile interconnessione con la struttura burocratica e sociale del nostro paese. Ed anche il consenso politico ne sta già risentendo pesantemente.

Al contrario le promesse e le battaglie (ad esempio l’immigrazione) della Lega, fino ad oggi non hanno risentito delle difficoltà di un partito che si trova anche al governo del paese, ma anzi le elezioni locali di questi ultimi mesi hanno offerto ancora maggiori consensi al partito di Salvini.

Allora viene da chiedersi: come mai tutto questo gran successo della Lega, nonostante che, fino ad oggi, i provvedimenti attuati dal Governo, che stanno aiutando il popolo ed il sistema “Italia”, sono veramente limitati?   

Forse la risposta sta in questa frase: bastano a volte poche parole d’ordine per ottenere un grande risultato.

E per mettere in pratica ciò Salvini è un vero maestro, perché è un leader moderno, che gestisce  e manovra i social come nessun altro, che usa poche parole, poche frasi, ricorrenti, ben presentate, che sanno attirare l’attenzione e rimangono impresse nella mente di molti.

Salvini oltretutto ha saputo pure mimetizzare, dentro la narrazione del buon senso, diverse proposte poco democratiche del suo movimento; ha gestito velatamente la transizione del partito da nordista a nazionale; ha trasformando l’immagine del partito con nuovo logo e colori sociali (dal verde al blu); ha nascosto o sorvolato con furbizia, spostando l’attenzione su altri temi, le diverse questioni scottanti e dubbie del suo movimento e di alcuni suoi componenti, situazioni che ancora necessitano di tanti chiarimenti.

Così gli elettori delusi del M5S, che già hanno fiutato l’inesperienza e l’inadeguatezza dei vertici del Movimento, passano alle Lega o si chiudono nell’astensione.

A proposito dell’astensione, che a quasi nessun interessa (soprattutto nel capire il perché di un simile crescente atteggiamento), va ricordato che l’astensionismo, dalle politiche ad oggi,  è divenuto il più grande partito di questo paese,  con una percentuale che tocca quasi il 50%.

Ma quello che più preoccupa è il fatto che molti di quanti invece vanno a votare, lo fanno non per un ideale, ma per una questione di interesse personale, oppure di opposizione a qualcun o qualcosa d’altro.

E’ bene puntualizzare,comunque che,  a chi dice di aver preso, nell’ultimo anno  per esempio il 20% ad una tornata elettorale,  dovremmo far notare che ci sono quasi la metà degli astenuti, che riducono il consenso ad un 10% della base elettorale.

Recentemente eravamo passati al bisogno di risposte nel breve termine per ottenere consenso, invece di politiche a lungo termine ( che rappresentano in ogni caso le fondamenta per lo sviluppo sicuro di un paese). Oggi invece siamo già oltre, possono bastare poche parole d’ordine, ben dette e ripetute fino alla noia, per ottenere risultati, che solo con il tempo si capirà poi se saranno confermati e fruttuosi.

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Vogliamo solo i titoli!

La strada dell’informazione pare quasi segnata. Fino a pochi anni fa i 50 quotidiani italiani vendevano complessivamente tra 6 e 8 milioni di copie al dì, oggi forse ne vendono 2 milioni. Ed ogni anno che passa vengono vendute sempre meno copie. Di qui a poco che fine farà l’informazione su carta stampata?

Editori, giornalisti, tutti si interrogano e cercano spiegazioni e soluzioni; ma la discesa sembra inarrestabile e purtroppo si sta quasi raggiungendo la soglia economica, sotto la quale, non è possibile più andare, pena lo smantellamento dell’attività.

Tutti i quotidiani hanno una parte comune di informazione che non si può non dare, che tutti bene o male producono. Poi hanno anche una parte originale, che contraddistingue il tipo di giornale, che esiste ancora,  ma in effetti è un po’ calata, ha perso smalto sia quantitativamente che qualitativamente (visto che rimane più semplice e più attraente da un punto di vista commerciale correre dietro ai social).

Ma queste non sono e non possono essere le motivazioni del crollo delle vendite. Se ci domandiamo: ma la gente, allora, cosa compra? La risposta è semplice: Non compra più.

Non compra più, perché ormai l’interesse verso l’informazione è relegata ad una rapida sbirciata sul cellulare dei titoli ed a limite delle primissime righe di un breve articolo. L’informazione è abbreviata, è fatta solo di titoli che passano sul telefonino.

C’è una chiara ed evidente caduta generale dell’attenzione e dell’approfondimento (che poi si ripercuote anche sulla vita politica e sociale). C’è un problema di brevità, ed una qualità della domanda non più riconoscibile da parte dell’informazione.

Nessun giornale, per ora, ha trovato un nuovo modello di business per rilanciarsi.Tra qualche anno cosa troveremo o non troveremo più?

Io mi immagino che troveremo piccoli editori con edizioni locali on line un po’ approfondite; troveremo notizie on line a livello nazionale ed internazionale limitate al titolo ed a una brevissima spiegazione (a esempio con i 280 caratteri di un tweet); troveremo ancora settimanali o mensili stampati su carta, con approfondimenti, per chi vorrà leggere con attenzione  e cercare di capire a fondo le questioni. Ma forse non troveremo più i quotidiani in edicola.

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