Riace ed il suo sindaco Lucano: cerchiamo di addentrarci nel contendere

E’ necessario riaprire il discorso già fatto alcuni anni fa su Riace con il pezzo ” Riace,esempio di arricchimento reciproco“.

Oggi dobbiamo cercare di approfondire la questione, i guai ed il dibattito su Riace e sul suo sindaco. Lo riteniamo importante, perché il “modello Riace” fino a poco tempo fa era acclamato, non solo in Italia, ma persino in tutto il mondo.

Abbiamo pensato innanzitutto di illustrare i fatti in forma cronologica.

  • Fino al 1997 Riace era uno dei tanti paesini un po’ tristi dell’entroterra calabrese in via di spopolamento;
  • nel 1998 con lo sbarco di duecento profughi dal Kurdistan a Riace Marina ci fu l’inizio di un nuovo corso, grazie ad un’associazione locale, la quale decise di aiutare i migranti sbarcati mettendo a disposizione alcune case abbandonate un po’ distanti dal paese.
  • Da quel momento l’attuale sindaco di Riace, Domenico (detto Mimmo) Lucano, oggi sospeso, maturò la sua proposta politica e sociale (di integrazione tra comunità locale ed immigrati) che iniziò ad essere vissuta dal 2004.
  • Come dicevamo dal 2004 il paese di Riace ha concesso ospitalità a migliaia di richiedenti asilo, provenienti da 20 diverse nazioni, preoccupandosi di farli integrare nel tessuto cittadino, attraverso l’accoglienza diffusa, con ospitalità in appartamenti indipendenti ed inserendoli nel mondo del lavoro per mezzo di diverse cooperative create appositamente. Ciò è potuto avvenire grazie ai fondi dell’Unione Europea e delle Regione Calabria per il recupero degli immobili, come pure ai fondi che lo Stato attraverso la Prefettura destina allo Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati). Va detto che fino agli anni 2000 il Comune di Riace aveva a bilancio annuale, per le politiche sociali, la modestissima somma di 6mila euro. Con l’avvento degli immigrati e tutte le iniziative ad essi collegate, attraverso il trasferimento dei fondi pubblici, nel 2016 il bilancio di Riace aveva registrato, sempre per le politiche sociali, 2,7 milioni di euro di spesa, il valore più alto in assoluto pro-capite destinato alle politiche da parte di un Comune italiano.
  • Proprio il 2016 è stato un altro anno significativo, ma in senso opposto, dato che ha visto il momentaneo (che sembra definitivo) stop al trasferimento pubblico di denaro in favore del Comune di Riace.
  • Il blocco dei fondi deciso alla fine del 2016 dal Ministero dell’Interno e dalla Prefettura di Reggio Calabria ha riguardato le somme per il mantenimento dello Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati che coinvolge gli enti locali), visto che una indagine interna stava rilevando una gestione troppo “domestica” delle spese, con poca chiarezza nelle prove documentali, cioè di come le somme ricevute erano state spese. Non arrivando più i trasferimenti pubblici nel Comune di Riace le attività locali che avevano fatto rinascere il paese sono in difficoltà ed alcune vengono chiuse. Una sorta di abbandono da parte delle istituzioni.
  • Il 2 ottobre 2018 viene arrestato (domiciliari) il sindaco di Riace Domenico Lucano accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti, conseguenza dell’indagine partita nel 2016.
  • Il 16 ottobre 2018 al sindaco di Riace vengono revocati gli arresti domiciliari ma gli viene imposto di non dimorare più nel paese, dal quale deve allontanarsi.

Fino a qui il susseguirsi dei fatti.

Ma da inizio 2018 e soprattutto dal 2 ottobre 2018 il mondo economico/politico/culturale si sta contrapponendo nelle fazioni pro e contro Domenico Lucano e la “sua” Riace.

Lungi da noi dare giudizi, che sarebbero troppo affrettati, la speranza è quella che le indagini della polizia e della magistratura possano raggiungere una verità, che alcune volte, come dalla locuzione latina – In medio stat virtus– sta nel mezzo al contendere.

Ma noi dobbiamo ancora raccogliere in poche righe le motivazioni che sono in favore o contrarie a questo piccolo paesino sperduto nell’entroterra calabrese ed al suo Sindaco, divenuti un caso italiano ed internazionale, per il modo davvero unico di “fare accoglienza”.

La fazione dei pro proclama l’innocenza di Mimmo Lucano e pensa che il suo metodo di accoglienza dia solo fastidio a molti. Con le azioni messe in campo (taglio dei finanziamenti ai progetti di accoglienza prima e le accuse al sindaco dopo) si pensa che si voglia ritornare allo stato delle cose del 1997. La stessa fazione ricorda che l’iniziativa tra comunità locale e immigrati, non solo ha salvato il paese dal completo abbandono, ma è diventata pure un’occasione di sviluppo sociale, culturale ed economico, che richiama oltretutto turisti da tutto il mondo e rappresenta un presidio di legalità per il territorio e pertanto è essenziale che i fondi continuino ad arrivare.Ed inoltre la fazione dei pro ricorda come Lucano abbia dedicato all’accoglienza buona parte della propria vita, combattendo battaglie personali e raccogliendo riconoscimenti internazionali di assoluto valore, senza alcun arricchimento personale.

La fazione dei contro invece si batte sul fatto che non si tratta assolutamente di un processo politico da parte di Salvini, visto che l’indagine sulle irregolarità di Riace e del suo arrestato sindaco erano state avviate dal ministro Minniti, con i governi del PD. Scarsa chiarezza nelle fatturazioni, occultazione di fondi, mancato controllo da parte degli organi del Comune: questi alcuni dei tanti dubbi. Ma allora, i 35 euro giornalieri concessi dallo Stato per la gestione dei richiedenti asilo, come sono stati davvero utilizzati? Ed è giusto continuare ad erogare i fondi per il mantenimento anche dopo che le attività di inserimento create dal Comune hanno preso forma, oppure è doveroso che ogni cooperativa di lavoro riesca ad andare avanti con i propri mezzi?

Insomma, gestione di denaro pubblico fuori legge o volontà politica di affossare questo modello?

Ognuno si darà la propria risposta, in attesa, speriamo, della verità della magistratura. Noi a queste domande vogliamo rispondere solo con una frase ritrovata i giorni scorsi in un editoriale di Goffredo Buccini, giornalista del Corriere della Sera (persona che non ha mai manifestato posizioni anti immigrati): chi ha delle buone ragioni da difendere, proprio per questo, deve comunque stare dentro la legge.

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Amazon, a cosa si deve questo strabiliante successo?


Poche notizie, sintetiche, più possibile chiare. Vanno raccontate, per cercare almeno di capire l’ABC di un successo mondiale di una azienda.

Amazon.com è un’azienda di commercio elettronico statunitense, la più grande società al mondo, nata e cresciuta su internet.

Fondata nel luglio del 1994 negli Stati Uniti, per opera di un giovane, Jeff Bezos, nel 2017, più o meno, ha fatturato 178 miliardi di dollari. A titolo informativo va detto che oggi Bezos è considerato l’uomo più ricco al mondo, grazie proprio ad Amazon.

Tanto per dare un’idea, vediamo come, in 24 anni, si è valorizzata l’azienda.

Nel 1997, anno della quotazione in borsa si fa finta di aver investito sul titolo mille dollari. Due anni dopo le stesse azioni valgono appena 60 dollari, sembra un bluff, ma a quel punto non conviene venderle, meglio aspettare e capire cosa succederà, tanto perso per perso… l’unica speranza è quella che si riprendano. Ad aspettare alla fine ci si prende gusto perché il titolo non solo recupera velocemente il valore di partenza ma comincia a salire, con la crescita dell’azienda, meglio dire, inizia a galoppare. Venti anni dopo, cioè ai nostri giorni, le azioni comprate a mille dollari possono essere monetizzate in borsa a circa 40milioni di dollari. Si, proprio 40milioni di dollari, non ci siamo sbagliati con gli zeri. A questo punto cosa fare venderle o tenerle? Nessuno sa bene cosa accadrà ma di certo Amazon continua a crescere, sia a livello operativo che in borsa e nessuno si azzarda a fare previsioni su una eventuale frenata.

L’attività di Amazon iniziata con la vendita di libri online, comprati da terzi, è oggi il più grande mercato del pianeta, di ogni prodotto. Vendita diretta o intermediazione di altri rivenditori, Amazon, si è pure dotata nel tempo di uffici, sedi, magazzini e centri di smistamento in tutto il mondo.

Una società grande e sempre più potente, anche perché continua ad acquisire o a creare nuove aziende, un po’ in ogni settore commerciale o dei servizi. Ed oltretutto va detto che riesce senza grossi problemi a mettere in grave difficoltà tutti i più importanti concorrenti.

Ma quale sono allora le chiavi di questo strabiliante successo?

Pochi concetti, a dirsi semplici, ma a mettersi in pratica un po’ meno, che riassumiamo sinteticamente,  in questi punti :

  • Predisposizione all’imprenditorialità;
  • Organizzazione interna al top, non solo a parole, ma soprattutto con i fatti, attraverso l’uso della tecnologia;
  • Rivoluzione culturale negli acquisti con modalità semplici, comode e veloci che favoriscono la clientela;
  • Massima attenzione ai clienti, cercando di garantire il più possibile spedizioni gratuite e prezzi bassi;
  • Capacità interna di progettare, nel prevedere le mosse ed anticipare la concorrenza;
  • Riduzione al minimo delle spese pubblicitarie.

Eppure, nessuna invenzione particolare… Mah !

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Genova, non solo il ponte Morandi

L’attenzione ora è tutta lì, rivolta verso il Ponte Morandi, ma Genova avrebbe bisogno anche di tanto altro, soprattutto di un piano strutturale pluriennale (tempo e soldi) che riveda e protegga la città ed i cittadini. 

A Genova c’è una situazione complicatissima, anche perché tutti possono vedere com’è stata costruita la città negli anni cinquanta e sessanta, con le speculazioni. E poi dobbiamo aggiungere che il territorio, le case, le infrastrutture, costruite ovunque sono state lasciate per anni senza controllo e manutenzione, mentre l’azione erosiva degli scarichi delle acque è costante.

Vi dirò, a me quei palazzi, alti anche 10 piani, accostati sui versanti collinari, fanno paura solo a vedersi. Passeggiando a piedi o transitando in auto, mi perdo a guardare tutte quelle case ed infrastrutture, appoggiate non si sa dove. Chi è del luogo non ci farà caso, ma io ogni volta rimango un po’ impressionato.

Purtroppo periodicamente a Genova avviene un disastro, piccolo o grande che sia.

Il peggiore avvenne nell’ottobre del 1970, caddero 900 millimetri di pioggia, esondarono il Bisagno, il Polcevera e il Leira e le vittime furono 44. Poi come non ricordare l’alluvione del 4 novembre 2011 con l’esondazione dei torrenti Bisagno e Fereggiano e la piena dei torrenti Sturla, Scrivia e Entella. Anche in questo caso ci furono 6 morti, di cui due bambini.

Ed ancora va ricordato il dramma in strada, sempre a Genova, del marzo 2018, dove un anziano caduto in una voragine aperta dal maltempo, è morto. Voragine aperta due anni prima e mai riparata per un contenzioso tra il  Comune ed i residenti.

Le frane si ripetono periodicamente, a causa della grande quantità di acqua che spesso cade sulla città. Se queste frane investono i condomini, nel migliore dei casi si hanno solo molte persone sfollate, anche perché non pochi sono i casi di fondamenta che vengono erose.

Tra il terrore di nuove esondazioni e frane si è interposto anche il ponte Morandi, che oltre ai tanti morti, ai moltissimi sfollati, ha tagliato le gambe anche alla viabilità cittadina.

E sì che la viabilità i cittadini,  bene o male, da soli, erano riusciti a regolamentarla. Sapete come? Con l’uso degli scooter. Perché Genova è il capoluogo nazionale ed europeo delle due ruote ed si trova, a livello mondiale, dietro solo a Bangkok. Seconda città al mondo nel rapporto cittadini/scooter, a Genova la circolazione fino al crollo del ponte Morandi scorreva e non c’era mai stata una vera emergenza smog.

E questo grazie alla scelta (di non usare l’auto mail mezzo a due ruote), compiuta dai genovesi, cittadini responsabili, che a volte, per quanto possibile, si sostituiscono alle istituzioni nella risoluzione dei problemi. 

Stefano Bortoli

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La rete, i social e gli… adolescenti

La rete, i social e gli adolescenti. Questo il triangolo pericoloso, con un lato debole: gli adolescenti.

Perché la rete ed i social sono, per tanti versi, un’ottima opportunità (sociale, lavoro ecc.), fino al punto in cui, chi li usa, non ne travalica il limite e non li fa diventare il mezzo per il proprio narcisismo, per apparire, che porta fino all’ossessione ed alla dipendenza (e poi non si riesce più a farne a meno).

Ma, pensandoci bene, adolescenti chi? Con la parola adolescenti si individua quanti si trovano tra i 10 anni e la maggiore età, periodo importante per lo sviluppo e la maturità.

Ma i “veri” adolescenti rappresentano una piccola fetta del problema del triangolo pericoloso; forse il meno preoccupante, visto che è risaputo che il periodo è particolare e di solito si usano maggiori accorgimenti verso i ragazzi e le ragazze che attraversano quella fase della vita.

Ma la fetta più importante del problema adolescenziale è rappresentata dagli adolescenti piccoli-piccoli e da quelli grandi-grandi.

Gli adolescenti piccoli-piccoli sono i bambini che, sempre più precoci, hanno una familiarità straordinaria con i supporti tecnologici (smartphone e tablet) e già dall’età di 6 anni o con il loro ingresso in prima elementare, è normale che richiedano un cellulare. L’adolescenza ai tempi dei social e delle moderne tecnologie viene purtroppo sempre più anticipata e c’è il rischio che le tappe siano bruciate troppo in fretta (con il pensiero di dover poi affrontare una dipendenza ancora più difficile da smantellare).

Lo smartphone per i genitori è un regalo obbligato, è un regalo che in genere viene fatto quanto un bambino inizia a crescere. Ma di questo passo, con la precocità delle nuove generazioni e con la scusa che “tutti già hanno il cellulare“, ogni limite minimo viene periodicamente oltrepassato.

Gli adolescenti grandi-grandi invece, sono tutti quegli adulti che hanno passato da un bel pezzo l’età adolescenziale, ma che, a causa dei social network e della tecnologia, vengono trasformati nuovamente in adolescenti. Proprio così, tanti, troppi adulti si vedono asserragliati negli angoli più disparati della casa o della strada, intenti a smanettare sulle applicazioni di messaggistica istantanea o sui social, concentratissimi, alla ricerca di situazioni o segnali che rimandino ai turbamenti del periodo della vera adolescenza.

Ma siamo proprio così sicuri che la felicità passi, a qualsiasi età, dall’abbuffata sui social?

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Eppure vengono dal popolo

Sono ormai almeno 4 anni che il Movimento 5 Stelle porta avanti la battaglia del reddito di cittadinanza, un provvedimento raccontato per destinare una fetta consistente di soldi pubblici per la parte più debole della popolazione, in favore di politiche di contrasto reale alla povertà.

Ora siamo davvero arrivati al dunque; ci troviamo di fronte ad un provvedimento che sarà varato, e che potrebbe avere un valore per il paese.

Ma il dubbio che ci attanaglia è questo: in tutti questi anni i dirigenti del Movimento 5 Stelle hanno davvero studiato ed analizzato le varie problematiche, confrontandosi con la realtà di tutti i giorni, per rendere applicabile un simile provvedimento, in un paese, il nostro, strano e variopinto? Oppure si sono rifatti all’ultimo, come spesso accade, senza troppo andare per il sottile, con proposte superficiali, che poco dopo esser state rese pubbliche sono state frettolosamente smentite perché rese ridicole (nella loro non applicabilità) dalla pubblica opinione?

I rischi che alla fine, come i tanti provvedimenti che si sono avuti in passato, diventi un puro e semplice assistenzialismo, che alla fine non porterà alcun beneficio alla crescita del paese, ci sono.

Perché nonostante la maggioranza dei componenti il Movimento 5 Stelle venga dal “popolo” e non dal “palazzo”, nelle indicazioni che sono filtrare per l’applicazione ed il mantenimento del reddito di cittadinanza, ci sono alcune regole che a prima letture appaio inapplicabili (sia per la cultura del nostro paese che per l’organizzazione dei servizi pubblici al cittadino).

Vediamone subito alcune (con nostro commento a latere in grassetto) partendo dall’indicazione che … il beneficiario perde il diritto all’erogazione del reddito di cittadinanza al verificarsi di una delle seguenti condizioni…

  • non ottempera agli obblighi di cui all’articolo 11 della presente legge (“fornire disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti e accreditarsi sul sistema informatico nazionale per l’impiego”) – questo provvedimento sarà senza dubbio applicato, nessuno ci rimette niente;
  • sostiene più di tre colloqui di selezione con palese volontà di ottenere esito negativo, accertata e dichiarata dal responsabile del centro per l’impiego – inapplicabile, perché, oltre al sogno di essere chiamati a più di tre colloqui di selezione, vorrei capire chi può davvero prendersi la responsabilità di scrivere nero su bianco, nel nostro paese, che una persona non dimostra di essere interessata ad un lavoro; vi immaginate i ricorsi o ancor peggio le intimidazioni?
  • rifiuta nell’arco di tempo riferito al periodo di disoccupazione, più di tre proposte di impiego ritenute congrue ai sensi del comma seguente, ottenute grazie ai colloqui avvenuti tramite il centro per l’impiego o le strutture preposte di cui agli articoli 5 e 10- inapplicabile, magari i centri per l’impiego e le strutture preposte arrivassero ad offrire ad una persona fino a tre proposte di impiego, e per di più ritenute congrue; se fosse così non ci sarebbe la necessità del reddito di cittadinanza!
  • qualora a seguito di impiego o reimpiego receda senza giusta causa dal contratto di lavoro, per due volte nel corso dell’anno solare – difficile trovare persone che oggi come oggi lasciano il lavoro, a meno che non siano oggetto di vessazioni o eccessivi carichi di lavoro;  
  • che i beneficiari si iscrivano ai centri per l’impiego dimostrando poi di passare almeno due ore al giorno per la ricerca di un lavoro- per l’iscrizione ai centri dell’impiego nulla da dire, mentre la seconda parte non ha bisogno di commento perché non avrebbe dovuto essere non solo resa pubblica, ma neppure pensata, da tanto che è ridicola, così come proposta;
  • partecipare a dei corsi di qualifica professionale – di difficile applicazione, in quanto ci vorrebbe l’onestà da parte di tutti (organizzatori dei corsi e partecipanti), onestà che troppo spesso non si trova,  perché i corsi, per far tutti contenti, vengono svolti solo sulla “carta” ;
  • Offrire la propria disponibilità per la partecipazione a progetti utili alla collettività, per un totale di 8 ore a settimana- difficilmente applicabile, perché non solo l’ente pubblico deve essere molto organizzato nel saper chiamare e gestire personale non dipendente (già si fa fatica con i dipendenti), ma anche il cittadino deve essere disponibile a partecipare attivamente all’iniziativa, altrimenti è molto semplice che possa far perdere le proprie tracce, anche se apparentemente presente.

E non venite a dirci per favore che il “potenziamento dei centri per l’impiego” eliminerà i dubbi sui punti suddetti.

Mah, anche i componenti del Movimento 5 Stelle, eppure vengono dal popolo!

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Investimenti in infrastrutture: le promesse dei governi e la dura realtà

Da oltre un ventennio in Italia ogni Governo che si presenta, compreso l’ultimo, ha recitato con enfasi promesse di un grande piano di investimenti in infrastrutture, per far ripartire il paese; ma tutto o quasi è rimasto al palo, a parte qualche piccola eccezione.

Nello stesso periodo invece la maggior parte dei paesi stranieri ha davvero attuato e sta ancora realizzando quello che i nostri governanti hanno solo promesso di fare sul nostro territorio, cioè importanti investimenti in infrastrutture e non solo (trasporti, ponti, strade, dighe, stazioni ferroviarie, aeroporti, nuovi impianti sportivi ecc.). Andando in giro per il mondo è facile rendersi conto che l’Italia è sempre più lontana dagli standard dei paesi più sviluppati.

Subito ci viene fatto di dire…ma da noi non ci sono i soldi… mentre negli altri paesi si. Purtroppo tale giustificazione non sempre è valida, perché i governi che si sono succeduti, nei bilanci hanno sempre destinato o hanno ricevuto dalla Comunità Europea, anche importanti risorse finanziarie per gli investimenti. Ma nonostante ciò, nel nostro paese, la spesa effettiva in capitale fisso, rispetto al PIL, ci vede agli ultimi posti in Europa.

La dura realtà si rispecchia in questi aridi punti che, per noi, rappresentano uno sbarramento allo sviluppo ed al rinnovamento di cui il nostro paese avrebbe tanto, ma tanto bisogno. E voi cosa ne pensate?

  1. Troppa corruzione, malaffare ed incompetenza politica;
  2. Troppa burocrazia, procedure contorte, carenze progettuali e troppi contenziosi sulle gare di appalto;
  3. Non sempre vengono identificati i bisogni infrastrutturali che portano ad investimenti efficienti (esempio realizzazione di aeroporti mai aperti);
  4. Serve stabilità negli investimenti, cioè non è possibile che un governo decida di costruire un’opera e quello successivo la blocchi;
  5. Si tende a sacrificare le spese in infrastrutture di ogni tipo che richiedono anni di realizzazione, in favore di spese correnti che producono vantaggi (soprattutto elettorali) nel breve periodo; la costruzione di importanti opere può portare a grane immediate (proteste, comitati ecc.) e, quando poi digerite, vi sarà, magari, qualcun altro (avversario politico) al taglio del nastro;

Il grande piano di investimenti in infrastrutture, per far ripartire il paese, resta solo una promessa (elettorale), che ad ogni elezioni ritorna. 

Ma va detto che è pure una rinuncia consapevole dei nostri governanti, di cui oggi ne paghiamo tutti le conseguenze, nell’ennesimo capitolo del libro del declino italiano.

Colpa di una mentalità che prima o poi dovrà essere cambiata.

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Difficile pareggiare la bilancia del “capitale umano”

Con l’espressione “fuga di cervelli” ovvero “cervelli in fuga” si vuole indicare l’emigrazione, verso i paesi stranieri, di persone che possiedono una elevata specializzazione professionale, il così detto  “capitale umano”. Tra parentesi tra quanti se ne vanno dall’Italia in cerca di lavoro, la percentuale di coloro che emigrano senza una laurea è comunque ben oltre il 60% del totale.

Ma per spiegare meglio questo fenomeno, che non presenta solo risvolti negativi per il nostro paese, immaginiamo di avere su un tavolo una bilancia, con due piatti, e poco più in là tante palline, quanti sono i punti in questione. Nel piatto di destra, scelto per caso, andremo ad inserire le palline positive, nel piatto di sinistra invece quelle negativi.

Senza dubbio positiva è la  pallina “formazione”, a dimostrazione che il nostro paese, nonostante i tanti guai della scuola, riesce ancora a formare discretamente molti ragazzi, che poi all’estero, oltre a farsi ben voler, arrivano ad ottenere anche importanti successi. Nello stesso piatto va inserita anche la pallina “ambasciatori”, perché i talenti che trovano uno spazio fuori dai nostri confini,  diventano di fatto, in giro per il mondo, ambasciatori della bellezza, della storia e della professionalità del nostro paese (e ciò dovrebbe rappresentare un punto di forza per tutto il sistema).


Nel piatto di sinistra, nostro malgrado, vanno inserite sicuramente le seguenti palline: “poca meritocrazia”, “poche grandi imprese”, “pochi laureati”, “pochi posti per la ricerca”,

Poca meritocrazia, perché troppo spesso in Italia per i pochi posti di lavoro o di ricerca disponibili sembra già tutto scritto, prima di avviare la selezione. Poche grandi imprese, perché già il tessuto industriale italiano era basato principalmente su piccole/medie aziende a carattere familiare, poi nel corso degli anni, con l’aggravarsi della crisi, le grandi aziende si sono drasticamente ridotte o sono anch’esse emigrate, così che i giovani laureati vanno dove ci sono le grandi aziende e dove c’è un’organizzazione societaria capace di assorbire una elevata quantità di professionalità d’alto livello. Pochi laureati, visto che il nostro paese è tra i paesi meno istruiti d’Europa e se tra i pochi che si laureano, una buona fetta decide di diventare un “cervello in fuga”, l’Italia non può che crescere più lentamente rispetto ad altre nazioni. Pochi posti per la ricerca, perché mancano non solo in fondi, ma anche una visione d’insieme di come gestire le risorse e di come sviluppare il futuro in un periodo medio/lungo. Purtroppo nel nostro Paese i ricercatori sono due volte meno che in Francia e Regno Unito, tre volte meno rispetto alla Germania, nove volte meno rispetto al Giappone, tredici volte meno rispetto agli Usa.

Ma la pallina che lasciamo per ultima e che va ancora a pesare nel piatto di destra e che rappresenta, forse, la nota forse più dolente, è quella che l’Italia non piace ai ricercatori europei. Il Paese non attrae chi si occupa dello sviluppo della ricerca scientifica, decidendo di rivolgersi ad altri stati più organizzati in tal senso (Gran Bretagna, Germania, Francia, Svizzera, Spagna).

La mobilità europea è uno dei pilastri dell’Unione Europea e pertanto anche se tanti nostri “cervelli” vanno all’estero ma ci fosse una compensazione con l’arrivo di altri cittadini europei dello stesso livello, il problema non sussisterebbe.

Andando a vedere le statistiche si capisce però che  esportiamo  “cervelli” ed importiamo soprattutto “braccia” (in prevalenza immigrazione non qualificata da un punto di vista professionale).

Così come possiamo vedere anche dalla foto, la bilancia pende troppo a sinistra, convenzionalmente individuata come parte negativa! 

Per pareggiare i pesi sui due piatti della bilancia, riusciremo a trovare nuove palline da inserire nel piatto di destra, oppure ad eliminare alcune di quelle negative, in quanto ormai superate da situazioni positive? Questo è il grande dilemma!

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Cosa c’entra Google con Maria Montessori?

Montessori ha rappresentato il passato, Google il presente ed il futuro.

Maria Montessori (1870-1952) nel 1909 fu l’autrice di un rivoluzionario testo di pedagogia, che conteneva i principi fondamentali sull’educazione del bambino, ancor oggi presi a riferimento. Senza Google, che ha appena compiuto 20 anni di vita, cosa sarebbe oggi internet?

Montessori ed i suoi principi, che sono rimasti alla base della pedagogia moderna mondiale; Google, principale motore di ricerca e non solo, è il sito più visitato al mondo.

Ma allora, perché questo accostamento? Cosa c’entra Google con Maria Montessori?

Forse per riconoscenza, forse perché ricordare fa crescere, o meglio può servire a far tesoro delle esperienze, per poi organizzare il futuro, ma Larry Page e Sergey Brin, nati entrambi nel 1973, i fondatori e proprietari di Google, nonostante che oggi si trovino nei primi 15 posti degli uomini più ricchi al mondo, nelle loro biografie hanno ricordato ed evidenziato come il metodo Montessori abbia contributo al loro successo.

Quasi un segno di riconoscenza, per rivalutare un’ infanzia vissuta in equilibrio che ha permesso loro di arrivare ad un presente e, perché no, ad un futuro, molto importante.

Entrambi avendo frequentato la scuola Montessori negli Stati Uniti, ricordano che l’apprendimento è stato regolato dai ritmi dello studente. Allenati a non seguire regole ferree ma a fare le cose in maniera un po’ diversa dagli altri, ritengono che, il metodo proposto da Maria Montessori, abbia dato un contributo risolutivo allo sviluppo della loro personalità che ha portato ai risultati  che tutti possiamo vedere sia nel mondo dell’invenzione che in quello del lavoro.

Indipendenza ed un naturale sviluppo. Così il metodo Montessori per il bambino, così Google per internet.

Alla fine entrambi si sono piaciuti e sono piaciuti, ecco perché questo strano accostamento tra  Maria Montessori e Google. 

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