Una vacanza inconsueta, un’estate diversa

Mi ricorda un po’ la consuetudine di un tempo quando, nelle campagne, si dava ospitalità ai pellegrini, ai viandanti, che in alcuni casi potevano poi protrarre il proprio soggiorno, contraccambiando con l’aiuto nel lavoro dei campi.

Devo ammettere che l’ho conosciuta da poco tempo nonostante che, andando ad indagare, ho trovato che è stata fondata da una segretaria londinese nel 1971 e,  per questa sua provenienza,  ha un nome, molto lungo, nella lingua inglese: “World wide opportunities on organic farm” ( il suo acronimo è Wwoof) che alla lettera viene tradotto in “Le opportunità mondiali in azienda agricola biologica”.

Mi sembra un’iniziativa molto interessante.

Di cosa si tratta? Di un movimento, ormai mondiale, che ha come ideale una comunità globale sostenibile, che mette in relazione volontari e progetti rurali.

Senza scopo di lucro, la vacanza rurale associa i volontari con le fattorie che hanno bisogno di personale che può dare una mano. Raccolto, semina, pulizia di sentieri, cura degli animali; insomma le più svariate opportunità per esperienze non solo lavorative, ma soprattutto educative e culturali.

Entrando nella lista del circuito di aziende agricole, masserie e fattorie biologiche che compongono il Wwoof, si trovano migliaia di associati,  in ogni parte del mondo. Soltanto in Italia gli affiliati sono oltre 700, da nord a sud. Ed ospitano chi è disposto a condividere il proprio lavoro.

Una vacanza inconsueta, un’estate diversa. Perché non provare le esperienze di giornate trascorse con stili di vita in armonia con la natura e con culture spesso molto differenti dalla nostra?

Risparmiare denaro non è il vero fine delle parti in causa (viaggiatore e fattoria). Chi lo ha provato riporta testimonianze di un’occasione unica per viaggiare, per imparare tante cose e soprattutto per scoprire il tipo di vita genuina del paese in cui si è ospitati.

Davvero una bella iniziativa, per tutti, ma soprattutto per i giovani che hanno in questo modo interessanti opportunità di formarsi anche lontano dal proprio “habitat naturale”.

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Il voto/non voto e quel 40% ormai sempre appresso

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale la legge elettorale italiana, oggi come oggi, vede alla Camera un proporzionale con premio di maggioranza alla lista che raggiunge il 40% dei voti. Se nessuno arriva a quella soglia, il sistema funziona come un proporzionale puro, con sbarramento al 3%, mentre al Senato resta un sistema proporzionale con sbarramento. Al Senato le coalizioni tra liste diverse, a differenza della Camera, sono ancora ammesse e incidono sulle soglie per entrare in Parlamento. Ed allora tra le tante altre cose che i partiti stanno discutendo sulla legge elettorale, c’è anche la proposta di estendere al Senato la soglia del 40% per ottenere il premio di maggioranza previsto per la Camera. Cose troppe tecniche, forse è bene andare oltre.

Però è facile vedere che questo “40%” lo ritroviamo un po’ ovunque. Purtroppo la stessa percentuale, ormai quasi uno “zoccolo duro”, la ritroviamo anche in quelli che … non vanno a votare…

Sarà una coincidenza, ma il 40% ci lega sia al modello di voto che a quello del non voto ( sperando di non andare ancora molto oltre tale percentuale). Lo abbiamo visto anche nelle recenti votazioni amministrative, che si apprestano, con domenica prossima, a vivere il ballottaggio dei Sindaci.

Si discute animatamente, senza arrivare a conclusioni, sul premio di maggioranza e sulla sua soglia, il 40%, difficilmente raggiungibile per tutti, quando poi nelle ultime tornate elettorali i non votanti sono sempre in crescita. Ed allora parafrasando: a cosa serve una nuova legge elettorale se a votare non va più nessuno?

Non ci resta che riproporre la parte iniziale del monologo di Giorgio Gaber, su il voto, che ci può far riflettere:

Secondo me, se va avanti così, va a finire che a votare non ci va più nessuno. No, dico, è una cosa grave. Grave per chi? Per la gente, no. Per i Partiti, nemmeno, tanto rimane tutto uguale. Lo Stato è lì, bello solido. E allora perché è grave? Ma se in America, che sono sempre più avanti di noi, non va a votare quasi nessuno. Che democrazia, eh! Stiamo diventando americani anche in questo.

E pensare che nel dopoguerra si picchiavano per andare a votare. Si picchiavano nelle strade, gran passione, nelle piazze, scontri, comizi, bianchi, neri, repubblicani, monarchici, destra, sinistra, tutti alle urne, anche le donne finalmente. Il suffragio universale.

Adesso, quella domenica lì, quelli di sinistra vanno a Riccione, quelli di destra vanno in Sardegna… il naufragio universale…

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Il “tempo”: un concetto quasi religioso per alcuni

…“Scusa, ma non ho tempo”…

Tanta, troppa gente non ha più tempo. I ritmi di lavoro alti che si vanno a sommare ai troppi impegni extra lavoro, che ci dobbiamo o vogliamo prendere, non ci fanno più respirare. E poi se anche pensiamo di fermarci o di “chiudere” per la serata con tutti, il nostro essere sempre connessi con mail e messaggi non ce lo permette.

In Italia, non so se ovunque sarà così, ma nella maggior parte dei casi si viaggia a mille e siamo troppo stressati.

Ed allora fermiamoci un attimo, affacciamoci alla finestra e guardiamo in lontananza, per capire se riusciamo a scorgere qualcosa di diverso, un altro modo di vivere.

Lo sguardo arriva, neanche troppo lontano, sempre in Europa, nei paesi della Scandinavia. Più precisamente in Norvegia.

Là intravediamo esperienze di vita ed una concezione del “tempo” dilatata rispetto all’Italia.

Per il popolo norvegese capiamo che  il “tempo” è un concetto quasi religioso. Le esperienze dirette di nostri connazionali presenti da anni laggiù ci dicono che lavoro o non lavoro ognuno si prende il suo tempo. Mandare una mail non significa risposta immediata. Se il destinatario sta facendo altro può rispondere anche dopo ore, mentre se è dopo l’orario di lavoro, si dovrà attendere il nuovo giorno lavorativo, sia che si lavori nel pubblico che privatamente.

Lo stile di vita dei norvegesi chiede non solo di adattarsi ad una paesaggio che fa scomparire il sole per un mese d’inverno, come pure lo rilascia per tutta l’intera giornata nel periodo estivo, ma anche di piacerti stando con te stesso, con una natura selvaggia e piena di contrasti, in cui ognuno si prende il proprio tempo.

Non sarà per tutti, lo stile di vita che intravediamo da lontano richiede forse sacrifici, ma vediamo nel popolo norvegese soddisfazione per essersi ritagliati un angolo di paradiso, non solo riferito al paesaggio, ma anche interiormente.

Il telefono squilla, purtroppo dobbiamo interrompere questa esperienza che stiamo vivendo, chiudiamo la finestra, l’orizzonte si allontana, cerchiamo il cellulare che sta suonando e torniamo a non avere più tempo per noi.

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Il 12 giugno contro il lavoro minorile

Purtroppo è stata inserita nel calendario mondiale delle giornate. Ciò sta a significare che il problema c’è, è reale, è a carattere mondiale e per combatterlo è necessario un forte impegno di tutti.

Il 12 giugno, quest’anno cade di lunedì, in tutto il mondo si celebra la giornata mondiale contro il lavoro minorile.

Il lavoro minorile o infantile è un fenomeno che coinvolge i bambini di età compresa fra i 5 e i 14 anni in tutto il pianeta, che si stima siano circa 250 milioni.

Poi ci sono ancora circa 140 milioni di ragazzi nella fascia di età tra i 15 ed i 17 anni impegnati anch’essi in attività lavorative. Senza contare poi i bambini di strada, quelli sfruttati sessualmente e quelli soldato.

Costretti a lavorare, anche con gravi rischi per la salute, perché ridotti in stato di schiavitù o perché è necessario aiutare a far sopravvivere la propria famiglia.

Il lavoro minorile c’è in ogni continente, in misura maggiore in Asia, ma comunque il fenomeno è presente anche in Italia.

Dopo gli scandali e le inchieste che diversi anni fa hanno coinvolto le multinazionali, portando alla luce l’impiego e lo sfruttamento di bambini che lavoravano in condizioni disumane, attraverso il subappalto della produzione dei loro prodotti ad industrie e fabbriche dei paesi poveri, vogliamo vivamente sperare o perlomeno illuderci, che le cose siano, almeno su questo fronte, in parte cambiate.

Lo so, sarà facile a dirsi ma non così semplice a farsi, ma perlomeno proviamo, cerchiamo nel nostro piccolo di stare informati, facendo molta attenzione quando facciamo la spesa, scegliendo soprattutto prodotti che pensiamo non vadano a finanziare quanti lavorano per mezzo dello sfruttamento minorile, oppure non comprando prodotti, per esempio, di Paesi che praticano il lavoro minorile.

Si può e si deve fare fronte comune. Gli Stati nazionali possono impiegare anni per fare leggi e per farle rispettare. I mercati invece sono una leva importante i cui effetti si vedono rapidamente; le multinazionali, per esempio, possono imporre e controllare, nell’arco di pochi mesi, che i propri fornitori non commettano più violazioni dei diritti umani.

Non possiamo essere indifferenti. La vita di generazioni di bambini va salvaguardata.

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Carbone o ambiente: sorriso a parti invertite

Con Papa Francesco, il Vaticano, Stato più piccolo del mondo, sta prendendo sul serio la questione dell’ambiente e del risparmio energetico.  Anche per questo motivo vuol diventare il primo Stato ad emissioni zero.

Di contro con Donald Trump, Presidente della nazione più potente al mondo, è stata rilanciata, contrariamente al suo predecessore, la produzione nelle miniere di carbone, che risulta essere una importante fonte di inquinamento.

Ecco forse anche la spiegazione della foto ufficiale della visita di Donald Trump (che sorride) da Papa Francesco (che non sorride).

Pochi giorni dopo la visita di Trump in Vaticano, precisamente il 30 maggio scorso, nello Stato Pontificio è stato organizzato un convegno con persone autorevoli su sostenibilità, politiche ambientali, mobilità green, smart energy ed economia circolare, in cui è stata ribadita la volontà di andare nella direzione della salvaguardia dell’ambiente, anche grazie alle tante possibilità che la tecnologia di oggi può offrire. 

Solo energia pulita e stop all’ utilizzo del carbone. Ecco la speranza di molti, ma non di tutti, che si dovrebbe avverare e completare nei prossimi trenta anni.

Insomma anche dal minuscolo Vaticano arrivano segnali piccoli ma rilevanti. Tra le altre cose si sono posti come obiettivo di digitalizzare l’amministrazione dei ministeri per ridurre il cartaceo, di ridurre i costi dell’energia elettrica negli impianti trasmissivi in FM e perfino di utilizzare soltanto armadi rigorosamente di colore grigio, che aiutano nel risparmio dell’energia di illuminazione.

Senza dimenticare che da tempo, il tetto dell’Aula Paolo VI in Vaticano, che ospita le udienze del Papa, è interamente ricoperto da pannelli solari.

Ripensando alla foto in Vaticano ed alle prospettive future,  negli elementi che si contrappongo carbone-Trump-sorriso ed ambiente-Papa Francesco-serietà, uno soltanto sarebbe da trasferire all’altro.

Sapete dirmi quale?

 

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Andare a lavorare all’estero

Ormai quasi tutti conoscono qualcuno che è andato a lavorare all’estero. Soprattutto giovani. Sull’argomento tanto si è scritto e tanto si scriverà.

Ma noi, in pochi punti, domanda/risposta, in base ad esperienze dirette, vogliamo mettere in luce alcuni aspetti pro e contro.

Perché i giovani vanno all’estero?

  • Perché all’estero il mercato del lavoro è vitale, movimentato e ci sono svariate opportunità di scelta del tipo di occupazione;
  • E’ più facile per un laureato riuscire ad avere un ruolo appropriato al proprio bagaglio professionale;
  • Gli stipendi sono molto superiori rispetto a quanto il mercato italiano offre.
  • L’organizzazione e le risorse per compiere bene il proprio lavoro ci sono

Come viene vissuta l’esperienza di lavoro all’estero?

  • L’integrazione nel mondo del lavoro è facile anche perché il percorso di studi che viene svolto in Italia porta ad un livello di preparazione di base che mediamente è più alto rispetto alla maggior parte delle scuole degli altri paesi;
  • La lontananza dal nostro paese un po’ si sente, soprattutto per il clima, la cucina e gli affetti familiari;
  • La vita all’estero è spesso molto più cara che dalle nostre parti; anche se gli stipendi sono alti, il livello di vita è comunque normale perché le spese complessivamente pesano molto.

L’esperienza lavorativa all’estero cosa mette in evidenza del nostro paese?

  • Che nonostante i tanti problemi, la scuola italiana è abbastanza completa e formativa;
  • Che l’università italiana offre una importante preparazione e costa poco rispetto all’estero, permettendo a tanti di accedere agli studi, anche ai meno abbienti;
  • Alcuni servizi anche essenziali (vedi sanità) nel nostro paese sono di buon livello e gratuiti.

Come vediamo, non è poi tutto così negativo in Italia. Ci sono da risolvere però i tanti problemi legati al mondo del lavoro, in un paese, il nostro, che si sta sempre più trasformando da industriale a turistico.

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Italiani, brava gente

Va detto. Siamo generosi, tolleranti, simpatici, intuitivi, a volte creativi, ma spesso non vogliamo rinunciare a quei diritti che sentiamo propri. E nel voler tutti i nostri diritti, a volte presentiamo precisi e mortificanti limiti. E peccato per quel pizzico di arroganza che ci porta a comportamenti serenamente evitabili.

Facciamo un esempio, che vivo direttamente ogni stagione. E questa è già cominciata sulla stessa onda…

La stagione è quella estiva, la zona è la Versilia, precisamente Marina di Pietrasanta, dove la maggior parte degli stabilimenti balneare ha la fortuna di avere uno spazio per il posteggio delle auto, a volte anche coperto, riservato alla clientela.

Torniamo ad uno dei tanti fine settimana estivi al mare, affollati. Un pomeriggio di sabato  in cui ho necessità di lasciare la spiaggia un po’ prima del solito, per un impegno non rimandabile. Al mattino ero arrivato per tempo ed avevo tranquillamente posteggiato l’auto negli appositi stalli del bagno, riservati alla clientela.

Mi incammino per prendere l’auto ma come sempre, il parcheggio è completamente occupato, auto in doppia, in triplice fila, di traverso, negli spazi necessari alla manovra. Insomma è impossibile andarsene se non vengono a spostare quantomeno due vetture. 

Apriamo una parentesi , per spiegare meglio, che la consuetudine è quella che chi parcheggia in una zona che intralcia l’uscita deve lasciare ben visibile sul tergicristallo un foglietto con il nome, il telefono ed il numero della tenda di spiaggia, per essere facilmente rintracciato. Questo avviene con il benestare dei gestori dello stabilimento.

Torniamo al fatto che stavo raccontando. Delle due vetture che non permettevano di andarmene, un proprietario lo rintraccio subito. L’altro invece  ci vogliono almeno 10 minuti . Al suo arrivo mi lamento, visto che ero in ritardo ! E lui come mi risponde ?  …Ma che fretta c’è, siamo  tutti al mare per rilassarci!…

Ogni commento a questa affermazione è superfluo, ma pensandoci bene ciò rientra nel concetto che generalmente il popolo italiano a quei diritti che sente propri,  non vuole, in nessun caso, rinunciare.

Io quando arrivo ai bagni, non perché sono più bravo degli altri, ma perché ritengo sia più corretto per il buon vivere comune, se trovo il parcheggio occupato vado a parcheggiare all’esterno, in una strada pubblica; c’è la possibilità di trovare posto tranquillamente, anche non a pagamento, in una zone riparata dal sole, a meno di 5 minuti di distanza a piedi dallo stabilimento balneare. Arrivo più tardi di altri, il parcheggio è pieno, allora devo cercare un altro posto dove lasciare la macchina. Punto e basta!

Posso giustificare chi ha dei problemi di deambulazione ed ha necessità di parcheggiare il più vicino possibile alla spiaggia (anche se la scocciatura di dover comunque andare a togliere l’auto in caso di intralcio, come pure la continua reperibilità sono elementi da non sottovalutare), ma non giustifico affatto chi questi problemi non ha. Anzi, molti di questi “parcheggiatori selvaggi” lasciano pure in custodia le chiavi a qualcun altro e poi vanno a fare la corsetta in tenuta sportiva lungo la passeggiata, vanno a passeggiare lungo la battigia o ancora meglio portano la bici di corsa per tornare a casa o interrompere un po’ la giornata al mare. Ma lasciar l’auto a pochi passi, fuori dallo stabilimento balneare è troppo faticoso e poi non è giusto, dato che il servizio di parcheggio è compreso nel prezzo.

E’ proprio vero quanto mi ha sempre detto mio zio Ascanio. La gente va in palestra per stare in forma, ma se deve parcheggiare l’auto a 200 metri dal luogo di destinazione, studia ogni stratagemma per non farlo. Quindi meglio parcheggiare la vettura nei pressi anche se in uno spazio angusto, con maggior stress di essere richiamato per spostarla, che parcheggiare un po’ più lontano, in apposito spazio,  senza problemi. 

Italiani brava gente, ma quanti limiti!

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Cercasi capacità di compromesso

I prossimi appuntamenti nel mondo politico italiano saranno importanti. Ci stiamo avvicinando una nuova legge elettorale, per poi andare alle urne.

Faticosamente si arriverà  ad una mediazione politica,con una legge elettorale, non so se raffazzonata come nostro solito o copiata pari pari, stavolta dal modello tedesco, per avere una nuova o vecchia, ma almeno unica, legge elettorale, rispetto alle due presenti oggi (una per la Camera, una per il Senato).

Inoltre è probabile che le prossime elezioni politiche non produrranno un vero vincitore (anche non conoscendo, al momento,  il sistema elettorale con cui andremo a votare), un partito oppure uno schieramento che possa governare da solo per una legislatura.

Questi potrebbero essere grossi guai, visto che i problemi e le questioni aperte nel nostro paese sono tante, forse troppe e non c’è tempo di pensare alle baruffe politiche.

Così tra i partiti presenti oggi in Parlamento e quelle che vi entreranno dopo le elezioni, c’è e ci sarà non solo l’esigenza di parlarsi molto di più rispetto alla situazione passata, ma anche di ascoltarsi.

Il periodo è delicato. Le nostre democrazie oggi non stanno bene, non sono di buona qualità, così come la qualità del senso di cittadinanza è in declino. Le regole sono importanti come lo sono la moralità e consapevolezza delle persone a cui affidiamo i nostri destini.

Promuovere il compromesso in politica non è affatto una cosa cattiva. Anzi, se la parola “compromesso” vi fa pensare a qualcosa di losco, di nascosto o di inciucio, vi sbagliate.

La persona che più si accosta alla parola “compromesso” in Italia è Aldo Moro, il cui assassinio è stato “spiegato” con il fatto che stava preparando il compromesso storico con i comunisti.

La capacità di compromesso, essenziale per ogni democrazia, va ritrovata, e questo è il momento giusto. Lo slogan “Democrazia è compromesso” è reale e non teorico, anche perché risulta impossibile trovare soluzione senza rinunciare o concedere qualcosa.

Dobbiamo ricercare in giro politici italiani che abbiano viva la capacità di compromesso, di mediazione,  che oggi sembra persa. Trattare, perché lo stallo in cui ci troviamo e forse ci troveremo, venga superato.

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