A Matteo Salvini, come Ministro dell’Interno, dobbiamo chiedere…. una soluzione per la terra di mezzo…

La popolarità di Matteo Salvini nell’ultimo anno è cresciuta a dismisura, confermata anche dai recenti successi elettorali comunali e regionali. La sua attività di marketing politico funziona alla grande.

Una fetta di popolo è euforica, perché si aspetta molto da lui, visto che l’atteggiamento del leader della Lega trasmette entusiasmo ed una apparente semplicità nel sistemare i tanti problemi del nostro paese. Lo stesso entusiasmo lo avevamo vissuto con il primo Governo Berlusconi.

Matteo Salvini è in carica su più fronti (Ministro dell’Interno, Vice-Premier, Segretario di partito) e, come il prezzemolo che un tempo in cucina veniva utilizzato praticamente ovunque, lo troviamo dappertutto, ben oltre i suoi ruoli istituzionali, che già sono difficilmente assegnabili (e quasi incompatibili) ad uno stesso soggetto.

Lasciamo da parte il ruolo di Vice-Premier, di Segretario di Partito e quello di tuttofare, e concentriamoci sulla funzione, delicatissima, di Ministro dell’Interno, che in questo periodo storico riveste una grande importanza, soprattutto per il crescente disagio della popolazione nelle periferie(a causa della criminalità, dell’incuria e della mancanza di punti di riferimento dello Stato), per l’immigrazione e per il  terrorismo, che oggi si manifesta con atti spesso individuali che difficilmente possono essere previsti e prevenuti. Il Ministero dell’Interno, per Matteo Salvini, diventa allora il vero campo di azione e sarà la controprova alle tante parole che giornalmente lancia un po’ ovunque, soprattutto nella rete e sui media.

Ma al Ministro dell’Interno, essendo noi onesti e generosi, lasciamo da parte e non vogliamo assegnare la responsabilità sia dell’azione contro il terrorismo, la quale, a parte le linee guida generali che può dare un Ministro, è un’attività più che altro sottotraccia in carico alla professionalità ed all’esperienza, anche internazionale, delle forze di polizia, come pure lasciamo da parte il problema delle periferie ostaggio di degrado ed indigenza, perché ciò può essere combattuto con un’azione sinergica di anni di lavoro del Governo centrale con gli  Enti locali, e non soltanto dal Ministro dell’Interno.

Ma al Ministro dell’Interno qualcosa dobbiamo chiedere, qualcosa deve pur dimostrare per meritarsi così tanto consenso.

Ed allora resta la questione dell’immigrazione che, forse troppo semplicisticamente, si può inquadrare in quattro grandi capitoli: respingimenti prima della partenza o all’ arrivo, smantellamento dei luoghi di degrado, integrazione, espulsione.

Il problema dei respingimenti è stato già per buona parte affrontato e risolto dal predecessore di Salvini, Minniti, che ha avuto il merito, se così possiamo dire, di aver stoppato il grande flusso di profughi, attraverso accordi (di cui conosciamo veramente poco perché forse attuati localmente con metodi più o meno legittimi ed umani), con i vari interpreti della guerra libica. Per il resto, a parte le iniziali dimostrazioni di forza di Salvini, con il blocco degli arrivi e con centinaia di poveracci lasciati per giorni in mare, le notizie di sbarchi o tentativi di sbarchi non ce ne sono più (non sappiamo se ciò è dovuto ai flussi che sono molto rallentati oppure ad informazioni che il Governo cerca di non far trapelare).

Lo smantellamento dei luoghi di degrado, l’integrazione e l’espulsione sono tre capitoli della solita questione che vanno ancora affrontati e risolti, su cui Salvini si gioca una buona fetta del proprio successo.

Anche perché oltre al blocco degli arrivi, in campagna elettorale Salvini aveva promesso la ruspa per i luoghi di degrado (che sta mettendo in campo ma sarà fine a se stessa se non accompagnata da un progetto esecutivo di rimpatri ed integrazione) ed il rimpatrio di 500mila persone nei paesi di origine (progetto praticamente impossibile per l’enormità del numero e perché gli Stati che dovrebbero riprenderli debbono essere d’accordo).

A questo punto la questione si fa molto delicata e di non facile soluzione, perché nel nostro paese, come in certe altre nazioni, esiste una terra di mezzo, che è il vero dramma della nostra epoca.

Terra di mezzo, dove vi abitano e vi transitano gli immigrati che sono stati allontanati dai luoghi di degrado smantellati, quanti sono irregolari o dovrebbero essere espulsi e quanti avrebbero invece i requisiti per essere integrati, ma non lo solo, per mancanza di una organizzazione e di opportunità da parte dello Stato.

Rigidi nei respingimenti e nei rimpatri, ma altrettanto operativi nell’integrazione e nell’accoglienza di un numero annuale più o meno programmato di bisognosi: questa sarebbe la ricetta per eliminare i luoghi e le occasioni di degrado e per far crescere un paese in crisi anche di natalità.

Fino a quando qualcuno non riuscirà a trovare una soluzione alla terra di mezzo, l’euforia ed il consenso resterà soltanto uno dei tanti fuochi di paglia.

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Chi ne fa le veci?

Non vorrei offendere nessuno, ma a me, ogni volta che sento dire o che leggo notizie riguardanti la questione “genitore 1 – genitore 2” al posto di “padre – madre”, mi viene alla mente il tormentone scherzoso “Volante uno Volante due”.  Le voci erano quelle di due poliziotti che per un contatto “entravano” in onda durante la lettura del regolamento, nella trasmissione televisiva di successo “Indietro tutta!” condotta da Renzo Arbore e Nino Frassica, andata in onda in seconda serata su Rai Due, dal dicembre 1987 al marzo 1988.

Bene o male anche nell’attualità, come nel caso del programma satirico, si parla di “regolamenti”, visto che nell’estate scorsa il Ministro dell’Interno Salvini, con un decreto, aveva fatto ripristinare sulla modulistica del Ministero, per i documenti di identità, “padre – madre” al posto di “genitore 1 – genitore 2”. Tale intervento ministeriale è stato di recente bocciato dal Garante della Privacy con la giustificazione che … si potrebbero avere dichiarazioni genitoriali non corrispondenti alla realtà…

Infatti oggi le famiglie “allargate” sono in crescita, come pure aumentano le adozioni ed i figli cresciuti con coppie omosessuali.

Ma non per questo crediamo che la scelta della dicitura “genitore 1 – genitore 2”, possa dare un contributo significativo al miglioramento della vita di quelle famiglie in cui non ci sono i genitori naturali dei figli.

Ma altresì cancellare la definizione di padre e madre ha una valenza simbolica molto alta, è quasi come andare contro il buonsenso e contro natura. E’ come andare contro la gente comune, il popolo; è come dimenticare l’esperienza di vita di ognuno, la storia, la tradizione da cui si viene, la civiltà da cui si proviene, ed il modo stesso di vivere e di pensare. Con l’utilizzo di “genitore 1 – genitore 2 “, sembra quasi di doversi arroccare dietro ad una neutralità che nella vita non esiste.

Siamo partiti con il riconoscimento di diritti di minoranze, giustamente, ma non per questo per non offendere e non ferire la sensibilità di altri, ci sembra giusto arrivare ad un capovolgimento della prospettiva.

E’ giusto ripensare, integrare, ma cancellare la definizione di padre e madre ci sembra davvero troppo.

E poi l’antica terminologia … o di chi ne fa le veci …ci sembra più attuale che mai.

Ed allora basterebbe forse poco per accontentare un po’ tutti, utilizzando la dicitura … il padre, la madre, o chi ne fa le veci

Stefano Bortoli

 

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I 28 paeselli che compongono l’Unione Europea

Si discute tanto se l’Europa deve o meno restare unita.  Continuare con una comunità ed una comunione di intenti, oppure mandare tutto all’aria e prendere strade separate, con l’illusione che senza i paletti ed i vincoli imposti da una organizzazione comunitaria si possa fare decisamente meglio.

La questione è molto complicata e l’esperienza e la saggezza stavolta possono essere le principali fonti di ispirazioni.

A questo proposito mi piace esporre due brevi pensieri di Emma Bonino, personalità conosciuta a livello mondiale, con esperienza politica nazionale ed internazionale da vendere, più volte ministro, Commissario europeo, delegata all’Onu, promotrice della Corte Penale Internazionale. Una figura di spessore con una personalità tenace e combattiva, ma all’occorrenza anche portata alla mediazione.

Il primo pensiero non è suo ma di un suo collega (lei lo riferisce con piacere perché fa un po’ da cornice a quello che lei realmente pensa) : L’Europa è fatta di due tipi di Paesi: quelli piccoli, e quelli che ancora non si sono accorti di essere piccoli.

Il secondo pensiero invece è suo: ventotto paeselli (gli stati che compongono l’Unione Europea) sparsi in un mondo in cui ci sono giganti come la Cina, l’India, la Russia, gli Stati Uniti; dove vanno, cosa possono pensare di significare da soli?

Questi due brevi pensieri, all’apparenza semplici, ma molto profondi, credo che facciano riflettere più di ogni relazione o studio sulla materia.

E’ vero che molti dei 28 ( presto dovrebbero diventare 27) sono paesi con una storia importante, ma ciò ormai non può bastare, perché le superpotenze sono sempre più grandi e sempre più forti, da ogni punto di vista.

Così, se tutti insieme gli Stati riconoscessero di essere interdipendenti, rinunciando alla propria sovranità, l’Unione potrebbe essere davvero una forza, non solo per gli equilibri geografici mondiali, ma anche per i mercati.

Se invece nell’Unione Europea la coerenza interna è parziale, è volubile, ci ritroviamo alla storia di questi tempi.

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La “tempesta perfetta”: a volte è questione di prospettiva

Le misure del reddito di cittadinanza e delle pensioni a quota 100, che devono essere attuate (visto che hanno portato ad importanti frutti elettorali, ripetibili, perché no, nelle future elezioni), si scontrano con le linee di politica fiscale dell’ Unione Europea, ma non solo.

Perché se con l’Europa si può, in un certo modo, “trattare”, cercando di rinviare il problema (cioè l’infrazione e le sanzioni), con i mercati finanziari ciò è difficilmente attuabile.

Ai mercati, di rassicurazioni, ne possiamo dare quante ne vogliamo, ma se il messaggio generale che viene captato non è rassicurante, è tutto inutile, visto che ci si trova di fronte a dei sentimenti non facilmente decifrabili, la cui somma di fattori può non essere così scontata.

Nel nostro caso la questione è di prospettiva.

Le misure (reddito di cittadinanza e pensioni a quota 100) che rappresentano le fondamenta della legge finanziaria dei prossimi anni, sono provvedimenti che, dalla prospettiva dei mercati, si inquadrano come una forma di assistenzialismo che rimanda al passato. E non apre al futuro, che i mercati economici vorrebbero invece rivolto alle riforme strutturali, al sostegno del lavoro e degli investimenti.

Investimenti che dovrebbero non solo richiamare gli stranieri, ma anche invogliare i tanti italiani che avrebbero le disponibilità per scommettere sull’Italia.

E’ inutile far tanto chiasso e voler dare la colpa a destra o a manca; alla fine, per i mercati, un paese che punta molto sull’assistenzialismo e sul suo passato,va trascurato, va lasciato da parte.

Non sarà senz’altro il nostro caso, ce lo auguriamo vivamente, ma a volte può bastare solo un diverso punto di vista per far scoccare la famosa “tempesta perfetta” (un ipotetico uragano che colpisce esattamente l’area più vulnerabile).

Sarà  meglio quindi fare attente valutazioni da ogni prospettiva e non solo dal punto di vista prettamente elettorale.

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Gestione del personale dipendente: a volte siamo agli antipodi

I punti antipodali sono due punti diametralmente opposti della superficie terrestre, così che il detto … essere agli antipodi … sta a significare che ci possono essere idee e principi diametralmente opposti su un argomento.

Per esempio prendiamo un punto antipodale, che potrebbe essere accostato all’iniziativa della Polizia Locale di Milano, che ha indetto uno sciopero generale per il 7 dicembre 2018, per Sant’Ambrogio, giorno di festa e di tante iniziative nella città lombarda, in cui è necessario un maggior presidio di polizia rispetto alla routine.

Poche volte, come in questo caso, i termini della protesta sono perentori e chiari. La polizia locale si oppone all’introduzione del badge, del cartellino, per il controllo delle presenze giornaliere a lavoro. Perché il Corpo di Polizia di Milano si sente come un Corpo che deve presidiare e controllare la città e non come un gruppo di impiegati, semplici operatori locali.

Eppure il controllo delle presente è un modus operandi comune in tutto il mondo, ed il badge è una modalità neanche così troppo aggiornata, visto che oggi si utilizzano pure il pc come timbra cartellino e le impronte digitali, ma non solo.

Ma loro, il Corpo di Polizia Locale di Milano, pretende di non essere trattato come gli altri.

Prendiamo allora il secondo punto antipodale, che ritroviamo al di là dall’Oceano, negli Stati Uniti, precisamente nello Stato del Wisconsin. Un’azienda tecnologicamente avanzata, ha proposto ai propri dipendenti di impiantare un microchip sottopelle, grande quanto un chicco di riso, che generalmente viene introdotto in pochi secondi, tra il pollice e l’indice della mano oppure sul braccio.

Il microchip servirà per evitare di timbrare sia gli ingressi e le uscite dal lavoro, come pure di non maneggiare contanti o la carta di credito per la mensa ed il bar aziendale.  Ma il microchip ha tante altre funzionalità e possibilità di utilizzo, e in molti si chiedono se nessuno avrà mai la certezza di non essere monitorati 24 ore al giorno.

Fatto sta che l’amministratore delegato dell’azienda americana è stato il primo a dare l’esempio, facendosi impiantare il dispositivo.

Insomma, siamo proprio agli antipodi… c’è chi si oppone all’introduzione dell’innocuo e sorpassato badge e c’è chi invece propone l’inserimento nel corpo di ogni dipendente di un microchip.

 

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Sarà il caso di cambiare gioco?

Quel brav’uomo del Ministro Tria, che in certi momenti e situazioni fa quasi compassione, visto che ovunque pensi di andare, trova la strada sbarrata (da Salvini, da Di Maio, da Conte, dall’Europa), recentemente ha rilasciato una dichiarazione in cui ha inserito un paragone, che oggi vogliamo riprendere, per rappresentare lo scontro tra il Governo italiano e la sua legge di bilancio ed i vincoli e gli obblighi che l’Europa vuole imporre.

Il paragone è con il così detto “chicken game”, gioco del pollo. Si tratta di un gioco in cui i polli corrono verso il baratro e vince quello che si riesce a fermare per ultimo, facendo attenzione di non cadervi dentro.

Il Ministro Tria facendo riferimento a questo gioco, che alla fine non è tanto un gioco ma è una roulette russa, voleva dire che non conviene a nessuna parte (Italia ed Europa) giocare al “chicken game”, per screditare la politica dell’avversario e fermarsi comunque all’ultimo istante.

Mah, sarà. Veramente sembra che l’unico pollo che in questa situazione potrebbe volare di sotto è l’Italia, dato che tutti gli altri concorrenti polli sono organizzati tra di loro contro il nostro paese ed hanno pure, mediamente, un buon paracadute (nonostante le ammiccate e le buone maniere, solo a parole, ma non confermate nei fatti, di alcuni stati sovranisti, vicini di casa dell’Italia).

Ma lasciamo da parte il MInistro Tria ed i problemi dell’Italia ed allarghiamo l’orizzonte ad altri macro argomenti, fondamentali per il futuro dell’Europa e del mondo. Se dobbiamo trovare nel nostro continente delle connessioni serie e drammatiche con il “chicken game”, crediamo che paragone più azzeccato del gioco del pollo con queste due situazioni, non ci possa essere.

  1. Allargamento della forbice tra chi sta bene (sempre meno persone) e chi sta male (sempre più persone) 
  2. cambiamenti climatici con i disastri che periodicamente si ripropongono in tutta Europa.

Queste, secondo noi, sono le più importanti criticità contro cui è necessario “gareggiare”. Ma purtroppo  le classi politiche e governative europee non si vogliono rendersi conto del baratro vero verso cui stiamo andando.

La forbice della ricchezza che si allarga è evidente a tutti, meno che ai nostri governanti che non attuano politiche che possano arrestare tale squilibrio. Come pure il modello di sviluppo, solo marginalmente tiene conto dei limiti ambientali, e quando può, se riesce, cerca comunque di aggirarli. Così i disastri si ripropongono con maggiore frequenza.

Ma la cosa più preoccupante, se ci pensiamo bene, è quella che in giro non ritroviamo formazioni politiche di un certo spessore, anche su scala continentale, disposte a lottare in tal senso, mentre da noi i politicanti usano tali temi per mera e semplice polemica politica.

Correre verso il baratro ed arrestarsi in tempo per non cadere di sotto. Sarà il caso di cambiare gioco?

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Perché il dirigente pubblico la passa sempre liscia?

E’ di questi giorni l’ennesimo scandalo dei furbetti del cartellino e, nonostante la gogna mediatica, il problema periodicamente torna fuori, come se la tentazione fosse davvero troppo difficile da controllare.

Se facciamo una ricerca su internet e su un motore di ricerca scriviamo “impiegati assenteisti”, si aprono pagine e pagine di cronaca riguardanti impiegati (nella stragrande maggioranza pubblici), sotto indagine, sotto processo o condannati per assenteismo ingiustificato dal luogo di lavoro. E tutto questo spesso ci viene raccontato anche in tv, con servizi molto particolareggiati, che fanno oltretutto tanto audience.

In ogni regione, in ogni provincia, in ogni ente, c’è o c’è stato qualcuno che ha sottratto ore di lavoro al servizio pubblico.

Per qualcuno era ed è quasi una prassi assentarsi senza giustificazione dai luoghi di lavoro, anche più volte nell’arco della stessa giornata. Ma spesso tale consuetudine prende la mano e da pochi minuti per una commissione, se tutto fila liscio, si arriva anche a passare intere giornate o settimane fuori all’ufficio, pur timbrando o facendo timbrare il cartellino di presenza a lavoro a qualche collega.

Ed alla fine chi viene “beccato” non sempre è licenziato e condannato per falsità e truffa ai danni dello Stato.

Fin qui niente di nuovo.

Il cappello ci è servito per introdurre un altro aspetto del problema, che invece raramente  viene sollevato.

 Se andiamo su internet e su un motore di ricerca qualunque ricerchiamo “dirigenti pubblici licenziati”, ci vengono proposti soprattutto testi di legislatura del lavoro ed interpretazione di testi, come se non ci fossero, o fossero talmente rari da non finire nelle prime pagine di ricerca, fatti o sentenze che riguardano la colpevolezza di dirigenti pubblici.

Se così è, cioè se i dipendenti pubblici nella quasi totalità dei casi non vengono indagati e condannati, la domanda viene spontanea: perché il dirigente pubblico che è responsabile della quantità, della qualità e dell’organizzazione del lavoro, anche di quegli impiegati assenteisti, non viene quasi mai chiamato in causa?

Ma quanti dirigenti sono stati licenziati perché non hanno vigilato ed organizzato il lavoro dei sottoposti, finiti poi negli scandali? Se avessero vigilato e bloccato sul nascere i furbetti, ci sarebbero stati tutti questi scandali?

E’ possibile che non si dica mai niente sui responsabili di quegli impiegati assenteisti?

Il dirigente pubblico, sia per lo stipendio che per il ruolo che ricopre,  direttamente o attraverso figure responsabili intermedie, deve essere in grado di monitorare l’andamento ed i risultati del suo settore e delle persone che lo compongono.

Altrimenti non può essere considerato all’altezza del compito assegnato e ben retribuito e quindi deve essere sostituito e licenziato. E’ semplice.

La burocrazia e ed i disservizi pubblici si combattono anche così.Il buonismo non paga. La coerenza e la rettitudine sì.

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Per ora l’unica cosa certa è l’incertezza

Troppe bozze, troppi documenti parziali, troppe rivisitazioni, troppe rettifiche, troppi licenziamenti accantonati e nomine poi smentite, troppi dubbi, troppi contrasti interni allo stesso Governo ed all’interno degli stessi partiti che lo compongono.

Anche sui pochi provvedimenti (reddito di cittadinanza, pensioni a quota 100) che dovrebbero essere confermati (perché molti dei proclami che avevano esaltato il popolo si sono già persi sicuramente per strada) e che dovevano essere il vessillo del nuovo, chissà quanto ci sarà ancora da discutere e da cambiare.

Alla fine l’incertezza generale è tanta, forse troppa e questa è l’unica cosa sicura che abbiamo davanti a noi in Italia.

Sembra un gioco di parole ma non lo è. L’unica cosa certa che abbiamo in questo momento, è l’incertezza. E con questa incertezza, come si fa ad affrontare l’Europa, che ci vuole far modificare i provvedimenti, mentre noi, a parole, vorremmo buttare all’aria la stessa Europa, per disfare il carrozzone che la compone?

Ma scusate: a chi non piacerebbe affrontare e smontare il carrozzone europeo, che parla bene e razzola male?  A chi non piacerebbe dimostrare che i provvedimenti presi con gli sforamenti del debito, serviranno davvero alla crescita del paese? Qua non è la questione di essere simpatizzanti o meno di un partito o di Governo, ma è l’oggettività dei fatti che solo uno sciocco potrebbe negare. 

Perché si può anche pensare ad una sfida con l’Europa, ma badiamo bene, per farla ci vogliono almeno tre condizioni essenziali, che oggi non abbiamo:

  • spalle larghe (non troppi debiti e disponibilità di cassa);
  • esperienza politica, soprattutto internazionale, con predisposizione alla mediazione;
  • una salda e duratura unione governativa.

Queste condizioni allo stato attuale purtroppo non ci sono o non si intravedono. Così diventa davvero troppo temerario sfidare l’Europa, infrangendo i limiti imposti e mantenendo il paese in un continuo stato di incertezza. 

E’ bene saperlo.

Stefano Bortoli

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